Ora l’Olanda sogna di vendere fumo in modo trasparente

Il governo vuole affossare il mercato nero legalizzando la produzione nazionale di cannabis. Ma grandi città e coffee shop non ci stanno

Quarant’anni di coffee shop dopo, l’Olanda prova a risolvere il “backdoor problem”, quel paradosso per cui la cannabis diventa cosa buona e giusta solo quando esce da un rivenditore autorizzato, ma resta illegale e criminale fino a quando ci entra. Al di fuori di piccole quantità, la coltivazione della marijuana continua ad essere vietata, e non è possibile garantire tracciabilità, qualità e sicurezza della droga che arriva nei magazzini dei coffe shop alimentando un sempre verde giro di affari.

Con lo stesso ottimismo con cui nel 1976 l’Olanda ha deciso di combattere la diffusione dell’eroina con la liberalizzazione delle droghe leggere, il governo punta ora a sottrarle dal controllo della malavita (che impegna ogni anno le forze di polizia in operazioni su vasta scala), rifornendo i rivenditori che ne facciano richiesta di scorte di cannabis da produzioni trasparenti, autorizzate e olandesi doc.

AMSTERDAM FA SPALLUCCE

Un test che non è piaciuto quasi a nessuno: al bando per iscriversi alla sperimentazione della durata di quattro anni (scaduto lo scorso 10 giugno), non hanno risposto le più grandi città del paese come Amsterdam, con i suoi 170 coffee shop, Rotterdam, L’Aja, Utrecht ed Eindhoven, per un ammontare totale di un altro centinaio di locali in cui dagli anni Settanta si vende e consuma cannabis fino a un massimo di 5 grammi a persona. Costringerli tutti ad abbandonare i propri fornitori per passare a quelli con licenza di coltivazione è per il sindaco di Amsterdam, Femke Halsema, «impossibile»; «test impraticabile», l’ha bollato il suo collega di Rotterdam, Ahmed Aboutaleb; «non compensa l’enorme sforzo richiesto a noi Comuni», ha detto il sindaco dell’Aja, Pauline Krikke, che nutre seri subbi sulla fattibilità e sulla riuscita dell’esperimento.

IL BUSINESS DELL’HASHISH

Le città temono inoltre l’effetto boomerang: se l’hashish proveniente dall’estero, che oggi rappresenta il 20-25 per cento delle vendite, non sarà più disponibile, i consumatori si sposteranno sicuramente sul mercato illegale: «Che facciamo se non possiamo procurarci l’hashish dal Marocco, dall’Afghanistan o dal Libano? – ha detto alla Bbc Willem, che gestisce la caffetteria Toermalijn nella città olandese meridionale di Tilburg (che insieme ad Arnhem, Almere, Breda, Groningen, Heerlen, Hellevoetsluis, Maastricht, Nijmegen e Zaanstad si sono candidate all’esperimento) -. L’Olanda non ha la capacità di produrre la stessa qualità. È come chiedere alle persone di passare dal vino al whisky. La maggior parte dei nostri clienti preferisce l’hashish e l’erba straniera della Thailandia e della Giamaica. È difficile trovare alternative olandesi, specialmente in così poco tempo».

UNO “STATO NARCO”

Willelm centra il punto di tutta questa faccenda: «Implementare il controllo della qualità della cannabis sarebbe grandioso. Ma se il governo dovesse farcela pagare di più saremmo costretti ad aumentare i prezzi e i clienti lascerebbero i coffee shop per il mercato nero. Mantenere il prezzo attuale è fondamentale per il successo di questo esperimento. In questo modo forse i coltivatori verranno incoraggiati a richiedere le licenze, ma questo dipenderà dalla loro capacità di soddisfare la nostra domanda». Domanda, offerta, profitti. Perché della salute e della sicurezza, in quello che le forze dell’ordine olandesi hanno ribattezzato un “drugsstaat”, uno “Stato narco” (denunciando l’incredibile ascesa della criminalità legata alla droga nel quasi totale disinteresse dei tollerantissimi poteri pubblici) sono quarant’anni che non importa nulla a nessuno.

Foto Ansa