L’Opzione Benedetto e la critica di Camisasca: «La risposta viene da Dio»

Sabato a Palazzo Lombardia Rod Dreher ha spiegato il cuore del suo libro con il vescovo di Reggio Emilia, che nota: «Senza verginità e martirio la fede non è matura»

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Più che un tour di presentazione dell’edizione italiana di un libro, quello di Rod Dreher è stato un tour de force che nel giro di dieci giorni lo ha portato dalla Sardegna a Roma, da Milano a Genova a Comacchio, dalla Camera dei deputati al palazzo della regione Lombardia, e in molti altri ambiti e ambienti dove tanti volevano conoscere il suo libro L’Opzione Benedetto (San Paolo) e altri volevano dire la loro sui suoi contenuti.

Dreher si è trovato a confrontarsi con tre vescovi cattolici. L’ultimo in ordine di tempo è stato quello di Reggio Emilia e Guastalla, monsignor Massimo Camisasca. Insieme hanno dato vita a un seminario ristretto, introdotto dal deputato di Forza Italia Antonio Palmieri (colui che ha reso possibile l’evento alla Camera dei deputati che ha visto la partecipazione di monsignor Georg Gänswein, segretario di Benedetto XVI) e da Fabrizio Sala, vicepresidente della regione Lombardia, presso il cui palazzo si è tenuto l’incontro. «Ho scritto questo libro pensando ai cristiani di destra americani convinti che il problema del cristianesimo oggi sia politico, che si debbano vincere le elezioni per salire al potere e difendere il cristianesimo: volevo spiegare loro che le cose non stanno così, che il problema è un altro», ha esordito Rod Dreher. «Il problema è che la famiglia naturale perde posizioni e l’ideologia gender cresce, e che noi non riusciamo a trasmettere la fede ai nostri figli: per affrontare questi problemi occorre mettere al primo posto Dio, e non la politica. Poi mi sono accorto che il mio messaggio poteva suscitare interesse anche fuori dagli Stati Uniti: infatti L’Opzione Benedetto è stata tradotta in 10 lingue».

«I giovani cristiani europei capiscono il messaggio dell’Opzione Benedetto perché qui in Europa il processo di secolarizzazione è più avanzato che negli Stati Uniti, ma anche negli Usa procede. La Chiesa sta attraversando la sua più grande crisi dai tempi della Riforma protestante e il mondo occidentale la sua più grande crisi dai tempi della caduta dell’Impero Romano. I tassi di fertilità sono crollati, i tassi di nuzialità pure: in pochi anni la percentuale di persone sposate nelle classi di età fra i 25 e i 54 anni è calata dal 51 al 19 per cento! L’immigrazione di massa, la crisi del liberalismo, la pervasività della tecnologia, la ristrutturazione del capitalismo, la crisi ambientale provocano instabilità. Cosa dobbiamo fare noi cristiani? A Roma, attorno all’anno 500, un giovane voltava le spalle alla città e si dirigeva verso le montagne. Si chiamava Benedetto da Norcia. Lì trascorse tre anni della sua vita in una grotta. Poi accettò di fare da guida ad altri monaci, fondò monasteri, scrisse la sua Regola. Questa non era destinata ai monaci, ma ai laici. La regola di san Benedetto è uno dei documenti più influenti della società occidentale, di fatto l’ha salvata. Benedetto non voleva salvare la civiltà, voleva poter cercare Dio, essere fedele a Lui e vivere in comunità dove si potesse insegnare a vivere la vita cristiana. Ma il risultato è stato anche la salvezza della civiltà».

«Benedetto è un esempio per noi oggi, come ha sottolineato Benedetto XVI quando ha detto che l’Occidente sta attraversando una crisi spirituale profonda. La gente è abituata a considerare l’Italia un paese molto religioso, il 70 per cento degli italiani si dichiara cattolico, ma solo il 13 per cento va regolarmente in chiesa; un recente studio di Franco Garelli ha appurato che solo nel 22 per cento dei casi le famiglie cristiane impegnate riescono a trasmettere ai loro figli la stessa intensità di impegno religioso. Questo assomiglia molto a un suicidio spirituale».

«Noi cristiani di oggi ci troviamo nelle stesse condizioni di Benedetto 15 secoli fa: dobbiamo decidere se vogliamo Dio o il mondo. Troppo spesso i nostri leader ci dicono: “Rilassatevi, sorridete, va tutto bene: apritevi al mondo, siate moderni, siate al passo coi tempi!”. Ma la realtà è che sta arrivando un diluvio, e dobbiamo metterci al riparo. Di fronte al diluvio è tempo di un cambiamento radicale. Dobbiamo essere, come ha scritto Benedetto XVI, una minoranza creativa in un mondo ostile al cristianesimo, dove viviamo come degli esiliati. I cristiani sono chiamati a condurre una vita più monastica, se vogliono ritrovare la dimensione sacra della vita. Dobbiamo recuperare il senso dell’ordine delle cose non semplicemente seguendo alcune regole, ma ristabilendo il nostro rapporto con Dio. E per fare questo è necessario istituire forme di vita cristiana in comune, nessuno può sopravvivere da solo al diluvio. Per rifiutare la dittatura del relativismo ed educare alle tradizioni che hanno fatto grande la nostra civiltà è necessaria una forma di vita comunitaria. Non dobbiamo lasciarci assimilare dal mondo, anche se siamo chiamati a rendere la nostra testimonianza nel mondo e non possiamo vivere tutti in monasteri. Papa Francesco ha ragione quando dice che dobbiamo essere nel mondo, ma per essere nel mondo assolvendo la nostra vocazione dobbiamo poter dare qualcosa al mondo; e non possiamo dare ciò che non abbiamo più!».

«Ci sono già cattolici che stanno vivendo l’Opzione Benedetto, come la Compagnia dei tipi loschi di San Benedetto del Tronto. Non sono gente rabbiosa e impaurita, sono persone attive e gioiose, e pienamente controculturali. Mi diceva il loro leader, Marco Sermarini: “Non abbiamo inventato nulla, abbiamo riscoperto la tradizione che era chiusa a chiave dentro a una vecchia cassa”. Loro vivono nella grotta e nel mondo allo stesso tempo, dalla grotta tornano nel mondo per condividere i loro doni. Perché per salvare il mondo dobbiamo stare un po’ più tempo lontani dal mondo. Non si tratta di salvare solo la Chiesa, ma il mondo tutto intero. Ma non possiamo dare al mondo ciò che non abbiamo: abbiamo perso le nostre risorse spirituali e dobbiamo ritrovarle per poterle donare al mondo. Non si tratta di essere nostalgici, ma creativi. L’obiettivo è la santità, qualsiasi cosa meno di questo sfocerà nell’ateismo. Alasdair MacIntyre ha scritto che in questa crisi d’epoca “stiamo aspettando: non Godot, ma un altro san Benedetto, senza dubbio assai diverso”. Forse quel san Benedetto diverso siete voi, ognuno di voi che è seduto qui ad ascoltarmi».

Monsignor Massimo Camisasca ha esordito dicendo che il successo editoriale dell’Opzione Benedetto è per lui «motivo di gioia e di pena allo stesso tempo», e che il principale merito del libro è di porre «la questione della forma che la testimonianza della Chiesa deve avere nella realtà attuale». Ma se è giusto e necessario riproporre sempre la domanda su tale forma, «è necessario aspettarsi da Dio la risposta, che non può mai essere interamente preventivata dall’uomo». È «un impulso, un suggerimento di Dio alla libertà dei battezzati che il Signore rivolge a loro attraverso gli avvenimenti della storia, ma infine attraverso l’avventura della santità, che non è mai interamente a disposizione dell’uomo, anche se non è indifferente all’avvenimento della libertà. In fondo la risposta nasce dall’incontro di due infiniti: l’infinito di Dio e l’infinito dell’uomo, le loro rispettive libertà».

«Benedetto non è preventabile né programmabile, così come gli altri grandi santi. La riforma permanente della comunità ecclesiale, la nascita di una nuova forma, parte dalla riforma del cuore, il quale cambia forma nel momento in cui non è più centrato su se stesso, ma su un altro. La vera riforma è il dislocamento in Dio del nostro essere personale. Non penso si debba parlare di una forma storica uguale per ogni continente ed epoca. Fin dal suo sorgere la Chiesa ha vissuto una forte pluralità, è sempre stata poliforme: le comunità originarie sono state più di una (petrina, paolina, giovannea), i Vangeli sono quattro e non uno solo, ecc. Ma questa pluralità va intesa come sfaccettature dell’unico volto di Cristo. La persona di Gesù è infinitamente conoscibile, e ciascuno non può cogliere che una parte del suo mistero. Ma nessuno di noi può fare a meno dell’altro, perché il tutto dell’Uno precede il plurale. Nel dibattito teologico fra Ratzinger e Kasper sul rapporto fra Chiesa locale e Chiesa universale ha ragione Ratzinger. Ogni comunità cristiana è tutta la Chiesa così come ogni frammento dell’Eucarestia è tutto il corpo di Cristo, nella misura in cui tale comunità si concepisce nell’unità con tutta la Chiesa».

«Per quanto riguarda il nostro tempo, dobbiamo avvicinarci con sentimenti di simpatia o di rigetto? Ritengo che l’atteggiamento più fecondo oggi, davanti alle problematiche drammatiche e nuove nelle quali siamo immersi, debba essere un atteggiamento positivo e costruttivo. La nostra principale attenzione non deve soffermarsi sulla condanna, ma sulla positiva attrazione che esercita la vita di coloro che vivono la fede. È la positività della proposta che permette di scoprire la caducità diabolica di ciò che è condannato da Dio. La modernità non è una storia tutta negativa. Il magistero di Benedetto XVI ha ampiamente mostrato quanto la modernità contenga, insieme a una profonda negazione dell’identità cristiana, un richiamo all’autenticità della fede. Dalla modernità abbiamo ricevuto per esempio un richiamo alla riscoperta della libertà, che non dobbiamo dimenticare. Ogni pensiero reazionario, nella misura in cui vede il bene soltanto nel passato, dimentica quella proiezione in avanti che, assieme al radicamento nell’origine, costituisce il necessario cammino della vita cristiana».

«L’origine di una comunità cristiana è sempre la liturgia, lode alla Trinità dal sangue e dagli escrementi della terra, ma anche dalla luce dei mari, dei monti, dei fiori, dei cuori che si aprono a Dio, al perdono, all’accoglienza, alla fraternità. La Chiesa nasce da un incontro con il Mistero che traluce nell’umano e che lo trapassa, un incontro reso possibile dal fatto che qualcuno ci aiuta a vedere con occhi nuovi. Un altro – che si rivela così come autorità, padre che genera, fratello che ha pietà di noi – ci apre lo sguardo su ciò che avevamo sempre visto, ma in realtà non avevamo visto mai».

«In realtà tutto è generato dallo Spirito e dall’attualità dei misteri della vita di Cristo. Egli prende le cose e le fa suoi sacramenti. È lui che agisce, aggregando così una comunità di persone, prima sconosciute le une alle altre e ora familiari perché Dio è divenuto loro familiare. La Chiesa è una comunità universale, un unico popolo. Ma come il corpo ha molte membra, allo stesso modo, per analogia, la Chiesa si compone di molte comunità. Questo perché occorre che la fede sia vissuta in relazioni di prossimità in cui si sperimenti il caldo della fraternità e il sale del cambiamento, la luce del perdono e il peso della diversità».

«Una comunità cristiana è una comunità guidata. Nasce dall’alto, da Dio, per radicarsi sulla terra, penetrando nella particolarità della vita degli uomini. La guida ultima è perciò sempre un presbitero in rapporto con il vescovo, e che deve concepirsi come suo inviato. La guida educativa potrà essere un prete o un laico, un uomo o una donna, un giovane o un vecchio. Ma non esiste vita cristiana senza connessione con l’alterità di Dio. Certo, ogni autorità può corrompersi nell’autoritarismo, nell’arbitrio, nel puro esercizio del potere. Questo non toglie nulla alla sua necessità».

«La Chiesa non ha in sé la sua ragione, come la luna non ha da sé la sua luce notturna. Oggi questo è sottolineato, e giustamente. La luce è Cristo. Ma la Chiesa pure è necessaria. Senza la luna la notte buia resterebbe impenetrabile. Cristo, luce delle genti, ha detto “Voi siete la luce del mondo”. La Chiesa non è altro da Cristo, di cui è il corpo, altro dal regno, di cui è l’inizio. Si può anche dire che non è altro dal mondo? Sì e no. Preferisco pensare che la Chiesa è il mondo che si converte a Cristo. Per questo la Chiesa esiste in un duplice movimento di giudizio sul mondo (“Il principe di questo mondo è già condannato”), di contestazione dei suoi criteri, dei suoi obiettivi, dei suoi programmi (“Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo”) e in un movimento di salvezza, che mostra Cristo e la Chiesa come ciò a cui gli uomini aspirano dal profondo (“Non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo”)».

«In duemila anni questo cammino si è articolato attorno a due esperienze, centrali nella vita di Gesù: la verginità e il martirio. Verginità e martirio vogliono dire un nuovo percorso di integrazione fra silenzio, studio, lettura, meditazione, lavoro e uso delle tecnologie. Rod Dreher negli ultimi due capitoli del suo libro offre delle riflessioni su sessualità e uso delle tecnologie, tentando di individuare delle strade per vivere l’eros in modo più umano e il rapporto con le macchine in modo più libero. Le sue riflessioni sono preziose e condivisibili. Ma queste tematiche, a motivo della loro estrema complessità, non possono che restare aperte, in attesa di ulteriori e sempre più precise considerazioni».

«Verginità e martirio sono la difesa della vita nascente dall’aborto, della vita fragile dall’eutanasia, la difesa del povero, di chi è dimenticato. La carità mostra la mostruosità delle ideologie e dell’economia quando è finalizzata all’arricchimento di pochi. Le nostre comunità cristiane, per custodire e vivere appieno la fede nel tempo in cui viviamo, necessitano di un’ossatura monastica, le cui coordinate fondamentali ho delineato sopra. Ossatura monastica non significa vita claustrale e distacco totale dal mondo circostante. Non dobbiamo chiuderci, ma aprirci con slancio missionario verso tutti, pur consapevoli del fatto che molto spesso tale slancio significa l’incontro con persone che non hanno fede o che addirittura combattono la Chiesa. Ma è indispensabile donarsi con quella libertà dall’esito e quel distacco che si chiama verginità, fino all’eventualità del martirio. Una fede che non contempla tra le sue possibilità anche quella del sacrificio supremo, com’è accaduto a Gesù, non è una fede matura».

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