«Oggi l’Italia è il paese più sicuro. Ma Covid non è affatto diventato più buono»

In Europa siamo alla seconda ondata? Ha ragione Fauci o Trump? Il virus si è indebolito? Dai contagi d’importazione ai test sierologici, dall’immunità ai bambini, abbiamo chiesto al virologo Carlo Federico Perno di fare chiarezza su tutto 

«Lo dico senza paura di essere smentito: oggi Italia è il paese più sicuro in Europa e tra i più sicuri al mondo. I numeri che abbiamo sono bassissimi rispetto ad altri paesi, la circolazione del virus è molto contenuta e questo per una sola ragione: abbiamo adottato le misure giuste. E mi riferisco a chi oggi sta insinuando che era inutile chiudere il paese: è stato duro, impegnativo, ma è grazie al lockdown se oggi l’Italia, il paese che inizialmente più ha sofferto in Europa, è diventato il paese più sicuro del continente. E non solo, pensi all’Australia, alle Americhe, ecc».

Non ha dubbi il virologo Carlo Federico Perno, uno dei maggiori esperti italiani, autore di più di mezzo migliaio di pubblicazioni promosse dalle più prestigiose riviste internazionali e direttore di Microbiologia all’ospedale Bambino Gesù di Roma, nemmeno quando spiega che parlare di “seconda ondata” in Europa non è propriamente corretto, «diciamo che, salvo l’Italia, tutti gli altri paesi stanno sperimentando la presenza attiva di un virus rimasto sottotraccia. È un virus che funziona così, come una brace pronta a rinfocolarsi appena si abbassa la guardia, estremamente infettivo». I numeri aiutano, nelle ultime 24 ore sono stati registrati 1.695 nuovi casi in Francia, 1.683 in Spagna, 1.045 in Germania, 1.345 in Romania, 950 nel Regno Unito. In Italia? 402.

Professore, c’è chi spiega questi dati dicendo che il virus si è indebolito, si è fatto più “buono”, che meno persone in ospedale uguale virus meno potente. È così?

È una affermazione imprecisa e scientificamente scorretta, al momento non c’è alcuna evidenza che questo virus sia diventato più buono, assolutamente. Anzi: tutti i dati dicono il contrario, ossia che il virus mantiene le stesse caratteristiche. Questa falsa percezione di un virus più “buono” si è diffusa con la riduzione degli accessi alle terapie intensive, una riduzione che si spiega perché grazie a diagnosi tempestive è stata arginata l’aggressività della malattia. Ma il virus non è cambiato, prova ne è che ora in Europa e nel mondo si registra un aumento dei ricoverati in terapia intensiva e il dato, drammatico, dei morti: siamo arrivati a 700 mila. L’Italia è in una posizione privilegiata solo grazie al lavoro fatto, ma in tutto il resto del mondo si muore a ritmi drammatici di 10-15 mila persone al giorno. Più di mille solo negli Stati Uniti.

Lei conosce bene gli Stati Uniti, ci ha lavorato per anni fronteggiando il virus dell’Aids. Cosa sta succedendo lì, ha ragione Fauci o Trump?

Non c’è alcun dubbio che dal punto di vista scientifico abbia ragione Fauci e nessuno può smentirlo. Poi si può discutere, dal punto di vista politico, se un “lockdown all’italiana” sia sostenibile in un’America dove non c’è cassa integrazione, l’assistenza sanitaria è riservata a una sola parte della popolazione, tutta l’economia è a rischio. Quindi può essere che dal punto di vista politico anche Trump abbia le sue ragioni, ma dal punto di vista virologico ed epidemiologico ha assolutamente ragione Fauci: nel momento in cui la gente è in circolazione, è in circolazione anche il virus, e questo è quanto sta accadendo in America, con 4,5 milioni di contagi e 150 mila morti, entrambi i dati in continuo aumento.

Insieme a quelle degli ospedali pieni dall’America arrivano anche le immagini di cortei e manifestazioni partecipatissime: hanno aiutato i contagi?

Parlo ancora da virologo: io non ho mai creduto troppo alla trasmissione virale in ambienti aperti. Se all’aperto si mantiene adeguata distanza e/o si indossa mascherina non ci sono elementi che favoriscano la trasmissione, che avviene soprattutto in ambienti chiusi, non areati, tra persone ravvicinate. Se poi però all’aperto si creano assembramenti – parlo di cortei, stadi, discoteche -, alzo le mani.

Torniamo in Italia: il calo di morti, contagiati e ospedalizzati dovrà pur dirci qualcosa sulla capacità infettiva del Covid.

Nulla sulla capacità infettiva. Ripeto, i dati in nettissimo miglioramento sono correlabili all’efficacia delle misure di contenimento, alla capacità di diagnosi tempestive e all’inizio precoce delle cure. Posto che qualsiasi malattia infettiva – ma anche i tumori – presa in tempo ha più possibilità di essere controllata, e che le terapie anche solo di supporto, come ossigeno, cortisone, anticoagulanti, hanno più efficacia, è opportuno ricordare che il numero di persone infettate oggi è enormemente inferiore rispetto al periodo marzo-maggio: se questo virus colpisce un certo numero di persone, la maggior parte rimane asintomatica o paucisintomatica guarendo rapidamente, una piccola parte si aggrava e di questi una piccola parte muore. Facciamo un banale esempio: se ci sono 200 mila persone infettate e il 10 per cento di loro si ammala, avremo 20 mila persone con la polmonite, che rischiano di morire poiché riempiono le terapie intensive e non si riesce a seguirle tutte al meglio: ecco che ne deriva l’immagine di un virus molto aggressivo. Se invece ci sono ci sono 1.000 persone infettate, le 100 con la polmonite sono distribuite nelle terapie intensive e hanno più possibilità di essere ben curate e di guarire. Capisce? L’immagine di un virus meno aggressivo va correlata anche a una minore circolazione del virus, non a un “mutamento” della malattia e della capacità virale. La forza dipende dalla circolazione, meno persone in circolazione uguale meno virus, minor carica virale e meno malati; e questo risultato è stato possibile ottenerlo in Italia proprio grazie al lockdown.

Tralasciando le strumentalizzazioni, ha senso mostrare prudenza verso i “contagi d’importazione”?

Rispondo sempre da virologo: sì. Questo virus nel resto del mondo è molto più presente rispetto al nostro paese; ci sono dei paesi – pensiamo all’area dei Balcani, ma non solo – in cui il tasso di circolazione del virus è molto alto e in cui è molto più probabile infettarsi, ergo chi viene da altri paesi è più facile che porti il virus in giro per il mondo. Ritengo che un’attenzione alle frontiere sia molto importante e dovuta, perché la famosa seconda ondata potrà derivare o dall’abbassamento delle difese in Italia (ridotta percezione del rischio, abbattimento delle misure di sicurezza, ecc), oppure (o anche) dalla reimportazione massiva del virus da paesi esteri. Riguardo quest’ultimo punto, l’altro giorno ho sentito un politico importante affermare che “solo” il 25 per cento delle infezioni sono d’importazione sostenendo che sono poche; io invece dico che sono molte. Perché se 1 contagio su 4 è d’importazione, considerando che gli italiani sono 60 milioni (quindi molti di più degli stranieri), stiamo parlando di una quota di importazione alquanto significativa che deve far riflettere.

Si è parlato molto di ceppi diversi, mutamenti, famiglie diverse della malattia mettendo in dubbio l’efficacia di un vaccino. Cosa dice lei?

Cercherò di essere semplice: la famiglia di virus SARS-CoV-2 rimane una sola e il virus è tendenzialmente molto simile nelle diverse parti d’Italia e del mondo. Certo, non è perfettamente uguale e con metodi molto sofisticati, molecolari, si possono distinguere le “sottospecie” di virus, ma la famiglia rimane una sola. Cosa significa? Che è ragionevole pensare, al momento, che il vaccino abbia le condizioni per essere efficace da un punto di vista virologico, perché non abbiamo una diversificazione dei vari ceppi virali così come, per esempio, ce l’abbiamo per l’epatite c, per la quale infatti non abbiamo un vaccino (e forse mai lo avremo). Altra faccenda è considerare le condizioni immunologiche, cioè se il vaccino stimola una risposta protettiva.

Quindi un vaccinato, o un guarito dal Covid, potrebbe reinfettarsi?

Se una persona infettata produce anticorpi neutralizzanti protettivi, come avviene con il morbillo o la rosolia, non si reinfetterà con questo virus. Se invece uno produce anticorpi non protettivi, come accade per l’epatite b o l’epatite c, si potrà infettare nuovamente. Stiamo lavorando proprio per capire cosa avviene con il Covid: i dati disponibili oggi dicono che non tutti producono anticorpi neutralizzanti. Perché? Questo non lo sappiamo, non lo sappiamo neanche nel caso di epatite b e c: non abbiamo infatti oggi gli strumenti per capire chi produrrà o meno questi anticorpi e perché. Posso dirle che ad oggi i numeri suggeriscono che la quota di chi produce anticorpi protettivi contro SARS-CoV-2 è minoritaria rispetto al totale degli infettati; tuttavia il tempo di osservazione è ancora troppo breve per trarre conclusioni, il virus sta circolando in Italia da soli quattro mesi quindi i numeri dei “protetti” potrebbero essere smentiti nel prossimo futuro.

La pioggia di ordinanze su spostamenti d’agosto o il rientro a scuola creeranno pasticci?

Non è lo spostamento o la scuola a creare pasticci, ma il modo di gestirli e affrontarli, che nasce a sua volta dalla percezione di questo virus. Se sia chi scrive le ordinanze sia chi le esegue è consapevole che il virus è e rimane un rischio, a scuola andremo con la mascherina, manterremo sui treni e sui mezzi adeguata distanza e con alte probabilità andrà tutto bene.

Ma cosa accade ai bambini? In Francia la mascherina è obbligatoria dagli 11 anni, in Italia dai 6, perché approcci diversi?

Questa differenza deriva dal fatto che noi sappiamo ancora poco di cosa accade ai bambini con Covid-19. Un recente lavoro, appena uscito, suggerisce (e sottolineo, suggerisce) che i bambini abbiano addirittura più virus degli adulti pur ammalandosi di meno. Se questa ipotesi fosse vera i bambini rischiano di essere un veicolo di infezione per adulti e anziani e questo giustificherebbe la mascherina. Ma non abbiamo ancora dati certi. L’unica certezza è che far tenere su la mascherina a scuola per ore a un bambino di 6 anni non è facile, e bisognerà considerare anche questo fatto.

Il Covid può causare danni permanenti nel corpo di un ammalato?

Al contrario dell’influenza, che può essere mortale nei fragili ma quando passa sparisce del tutto, questo virus in alcune persone, una quota non ancora quantificabile, lascia delle tracce, cicatrici perenni. Non in tutti, ripeto: la maggior parte tende a guarire senza problema. Ma ci sono persone che hanno riportato un danno polmonare che resterà per tutta la vita. Abbiamo avuto a Milano un ragazzo che ha subito un trapianto di polmone pur essendo guarito dal coronavirus: la malattia non c’era più, ma non c’erano neanche i polmoni, il virus li aveva mangiati. Quindi la risposta è sì: una quota di persone, ancora da quantificare con precisione, può avere danni permanenti ai polmoni in particolare e all’organismo in generale.

Lei ha letto i verbali secretati del Cts?

Non li ho letti, ma ritengo che questa desecretazione sia al momento un errore: ha senso, a così breve termine, dopo solo quattro mesi, pubblicare ciò che accadde durante una riunione scientifica? Il problema non è la trasparenza e la pubblicazione, bensì capire che è difficilissimo entrare e capire i meccanismi e gli strumenti che queste persone avevano a disposizione per prendere le decisioni, senza essere stato presente. Opinione personale, non era ancora tempo di attivare questo meccanismo di pubblicazione dei verbali. Più avanti sarebbe stato più semplice avere strumenti per capire.

Cosa dobbiamo fare perché l’Italia resti il paese più sicuro? Ha senso la corsa ai test sierologici anche senza sintomi?

Dobbiamo attenerci alle regole, fare i test di propria sponte non ha alcun significato perché la lettura del dato non è univoca: per esempio, avere la sierologia positiva non significa essere infetti ma non significa neanche avere gli anticorpi protettivi, come abbiamo spiegato prima. Quindi la risposta è no: fare la sierologia al di fuori di un contesto medico non ha molto senso. Questo virus continua a circolare fra noi, dorme poco e con un occhio solo, aspetta che noi facciamo un errore per riprendere forza. Rispettiamo le regole senza complicarci la vita.

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