Mostra a un collega un depliant sui danni dell’aborto. Licenziata. I legali: «Una misura totalitaria»

Medico londinese licenziata per insubordinazione ha accusato il Servizio sanitario nazionale di aver leso il diritto umano di libertà di espressione. Secondo l’accusa il suo libretto aveva «toni religiosi»

La sua unica colpa è stata quella di mostrare a un collega un libretto sui danni psico-fisici dell’aborto, testimoniati direttamente da donne che li hanno subiti. E se un tempo gli sponsor della legge “sull’interruzione di gravidanza” la chiamavano l’extrema ratio, ora pare la considerino un diritto inalienabile, anteponendola, come in questo caso, alla libertà di coscienza e religiosa.

LA VICENDA. Margaret Forrester, 40 anni, medico e consulente psicologico londinese, ha accusato il Servizio sanitario nazionale (National Health Service) di lesione dei diritti umani, di libertà religiosa e di espressione. La vicenda non riguarda solo il suo licenziamento, ma un precedente trattamento protratto nel tempo contro di lei. Forrester, infatti, era già stata richiamata per aver solo parlato con un suo collega a riguardo dell’aborto, esponendogli le sue preoccupazioni per il fatto che alle pazienti veniva offerto come unica soluzione, senza prima vagliarne altre. Il medico poi aveva dato il libretto al collega e una settimana dopo i suoi superiori l’avevano invitata a dare spiegazioni, interrogandola sulle sue convinzioni non solo scientifiche ma anche religiose. Proprio quelle ritenute dallo stesso Servizio sanitario non plausibili di menzione. La donna ha comunque risposto di essere cattolica, benché non sia un requisito proprio di chiunque si interroghi di fronte alle testimonianze di persone che hanno abortito. Per questo Forrester non si è scusata della sua condotta. Anzi, durante il colloquio con i superiori, ha ribadito di non essersi pentita per aver mostrato il dépliant al collega.

ACCUSATA PER I “TONI RELIGIOSI”. Ma, nonostante la rivendicazione del suo diritto umano di espressione, il medico è stato accusato di insubordinazione e di aver fatto circolare un libretto dai «toni religiosi». C’è poi una terza accusa pendente su di lei: alla donna, prima di essere licenziata, erano state affidate mansioni definite addirittura «umilianti» dai suoi avvocati, ragione per cui è stata licenziata per aver rifiutato un nuovo ruolo.

CLIMA DI TERRORE. Il principale argomento dell’accusa, oltre alla lesione dei diritti umani della querelante, è il danno arrecato a tutti gli impiegati del Servizio sanitario che potrebbero temere di esprimere qualsiasi opinione anche solo fra colleghi, creando così un clima di terrore. Ma a rimetterci, hanno fatto notare i legali, sono soprattutto le pazienti in cerca di un’alternativa all’aborto. Il portavoce della difesa non ha però voluto controbattere giustificandosi così: «Non è appropriato commentare dettagliatamente un procedimento non ancora concluso».
E mentre Forrester ha citato in giudizio i suoi datori di lavoro anche per ingiusto licenziamento presso un altro tribunale, i suoi legali non hanno mancato di sottolineare che «se gli impiegati del Servizio sanitario nazionale non possono neppure discutere di aborto fra di loro, significa che è diventato un ente di stampo totalitario con nessun rispetto per la libertà e la diversità di pensiero».