Moschea a Milano. Il comune si affida alla supervisione di Marocco e Giordania

Bocciata la proposta del Caim. Per evitare strumentalizzazioni politiche nella gestione e nella costruzione della moschea, la giunta di Pisapia si affiderà alla supervisione dei due regni

Per uscire da una impasse che dura da tre anni, il Comune di Milano potrebbe decidere di affidare il finanziamento, la costruzione e la gestione della futura moschea di Milano a Giordania e Marocco. A conferma delle voci di corridoio di cui ha fatto cenno ieri il Corriere della Sera, sono fonti interne al Comune sentite da tempi.it.

LA SECONDA VIA. La notizia dell’esistenza di una trattativa riservata tra Comune, Marocco e Giordania segue di pochi giorni la bocciatura del progetto del Caim da parte della giunta Pisapia. Questa seconda opzione, che l’amministrazione sta vagliando in particolare con i consolati dei due paesi, dovrebbe accontentare tutta la comunità islamica milanese, evitando il rischio, paventato a tempi.it anche dall’imam Yayha Pallavicini, che la moschea, sotto la gestione di un’unica associazione islamica, favorisca «la nascita di un potentato» alle dirette dipendenze di una nazione islamica in lotta per ottenere leadership politica fra i mussulmani.

SPAZIO NEUTRO. La scelta dell’amministrazione sarebbe orientata alla risposta delle esigenze di tutte le comunità islamiche presenti sul territorio, spiega la fonte di tempi.it, che però non conferma i motivi per i quali il Comune avrebbe scelto di rivolgersi in particolare a Marocco e Giordania. Si può ipotizzare la scelta sia poggiata sul fatto che sono fra i paesi che, nel mondo arabo, consentono la maggiore libertà religiosa. Sono stati laici e moderati, governati da personalità che si tengono lontane dalle lotte interne fra le correnti dell’islam. Marocco e Giordania potrebbero quindi assicurare la neutralità dello spazio di preghiera milanese, una gestione istituzionale, trasparente e non politicizzata che soddisfi le esigenze di preghiera di tutti gli islamici senza favorire una corrente particolare.

IL NO AL CAIM. Perché non affidare la costruzione al Caim? Il Cordinamento delle associazioni islamiche di Milano ha proposto di trasformare il palasharp a Lampugnano in una grande moschea. Davide Piccardo, portavoce della rete di associazioni, non ha però mai dichiarato quali paesi finanzierebbero l’opera, non ha mai mostrato il progetto completo e non ha indicato chi gestirebbe la moschea. Già una lettera di alcune donne musulmane era stata inviata al Comune per chiedere trasparenza sul progetto del Caim. Sono poi seguite le proteste di varie comunità islamiche. «Non fanno parte del coordinamento», ha ricordato a Repubblica un portavoce della comunità marocchina, Abdeljabbar Moukrim, «le tre moschee gestite dalla comunità marocchina, quella della comunità bengalese e quella dei senegalesi, oltre a quella di via Padova e a quella di via Quaranta». L’idea che il Caim si faccia portatore delle istanze di tutto l’islam milanese ha indisposto molti musulmani che non si riconoscono nelle organizzazioni che aderiscono all’associazione, notoriamente vicina alle posizioni dei fratelli mussulmani e apertamente ostile alle posizioni politiche di paesi conservatori come l’Arabia Saudita.

PERCHÉ UNA MOSCHEA A MILANO? Perché costruire una moschea a Milano? I vari “centri” culturali della città, alcuni dei quali negli anni passati, come quello più noto di Viale Jenner, si sono contraddistinti per gestioni opache, svolgono gli stessi servizi di una moschea ma non sono ufficialmente riconosciuti come tali. In vista dell’Expo 2015, dove saranno molti i paesi islamici ospiti, sembra inevitabile per il Comune che ci sia uno spazio di preghiera ufficiale per i musulmani di Milano.