«Mirco B. come Berlusconi». Il rapinatore, il McDonald’s e i testimoni inattendibili. Storia di un processo

Il Tribunale di Milano (lo stesso collegio del caso Ruby) ha condannato un rapinatore annullando alcune testimonianze che lo scagionavano (come nel caso Ruby). Ma secondo un reo confesso non è lui il colpevole

Testimoniare a favore di un imputato è pericoloso. Il rischio di essere indagato per falsa testimonianza non è così remoto. L’esempio più celebre è quello del processo Ruby. Sulla seconda tappa del procedimento a carico dell’ex premier (in scena da venerdì) pesa una indagine per falsa testimonianza che coinvolge le “vittime” dei suoi reati, le quali, nel processo di primo grado, lo avevano scagionato. Mentivano per proteggere Berlusconi, secondo il collegio della IV sezione del Tribunale di Milano, presieduto da Giulia Turri. Le loro testimonianze vennero considerate nulle dalla Corte e Berlusconi fu condannato.
Qualcuno si è indignato delle indagini nei confronti dei suoi difensori, ritenendo Berlusconi vittima di un trattamento anomalo. Ma non è così. Lo stesso collegio che ha condannato l’ex premier a 7 anni di reclusione, chiedendo alla Procura di indagare i testimoni a suo favore, ha fatto lo stesso in una vicenda molto minore, in un processo che ora rischia di essere revisionato dal tribunale di Brescia.

IL CASO. Del caso ne parla il sito giustiziami.it. Riguarda un anonimo ragazzo, Mirco B., condannato dal tribunale di Milano per aver rapinato un McDonald’s. A condannarlo in primo grado, nel 2011, furono le giudici della IV sezione del Tribunale di Milano (Turri, De Cristofaro e D’Elia), lo stesso collegio del processo Ruby. Come nel processo Ruby, anche in questo caso i magistrati, nella sentenza, hanno chiesto di indagare per falso alcuni testimoni del processo, annullando tutte le testimonianze a favore dell’imputato. Ora però è spuntata una lettera di un amico del presunto rapinatore che dichiara di essere il vero colpevole, così l’avvocato dell’imputato – Simona Giannetti – ha deciso di preparare una richiesta di revisione da depositare alla Corte d’Appello di Brescia.

IL RICONOSCIMENTO 3 ANNI DOPO. È lo stesso avvocato Giannetti, difensore di Mirco B., a raccontare la vicenda processuale del suo assistito e a paragonarla al caso Ruby. «Mirco B. come Silvio Berlusconi – scrive giustiziami.it riferendo le parole del legale – l’iniziale del cognome è la stessa B per entrambi, forse il preludio di una sorte condivisa avanti l’implacabile Presidente Turri». I fatti sono questi: nel 2006 viene commessa una rapina nel McDonald’s di San Donato. All’epoca, riferisce l’avvocato Giannetti, nessuno dei testi (i ragazzi che lavorano al fast food) fu in grado di fare una descrizione dei rapinatori: riferirono soltanto che erano alti circa 1 metro e 70 e di corporatura normale, senza segni particolari. Tre anni dopo, nel 2009, fu segnalata ai carabinieri la presenza di un auto sospetta nel parcheggio dello stesso McDonald’s (una punto verde). I carabinieri fermano una golf blu (e non la punto verde), a bordo della quale c’è anche Mirco B. Il ragazzo, però, non sembra corrispondere alla descrizione fatta tre anni prima. Non è di corporatura normale: pesa 90 chili ed è alto 1 metro e 60. «A causa del suo peso – sottolinea l’avvocato Gianetti – già nel 2009, fu proprio il GIP a scarcerare Mirco per carenza di gravi indizi». «I carabinieri trascrivono le sit (sommarie informazioni testimoniali, ndr) e indicano Mirco B. come colui che fu riconosciuto come rapinatore». Al processo alcuni testimoni negarono questa circostanza e il Tribunale invitò la procura a indagarli. Erano giovani e incensurati lavoratori del McDonald’s.

TESTIMONI NON CREDIBILI. Il processo di primo grado si è concluso con la condanna di Mirco B. a 7 anni di reclusione. Tutti i testimoni che hanno negato di aver riconosciuto Mirco B. come l’autore della rapina sono stati segnalati alla Procura. «Sono stati ritenuti non credibili – spiega l’avvocato Giannetti – e dunque le loro testimonianze sono divenute inattendibili ai fini probatori; l’unico teste che aveva scagionato senza dubbio fin dalle indagini Mirco B., cioè la fidanzata, è stata ritenuta aver reso dichiarazioni altrettanto inattendibili e con il meccanismo della segnalazione all’Ordine del difensore la sua testimonianza è stata per nulla considerata, anzi non si legge neppure in sentenza un accenno alla valutazione della stessa». Dopo l’annullamento di quelle testimonianze, Mirco B. è stato condannato anche in appello, condanna confermata dalla Cassazione.
A distanza di tre anni dalla prima sentenza, però, un ragazzo ha inviato una lettera all’avvocato Giannetti, dichiarando la propria colpevolezza. «So che Mirco è in carcere per la rapina al McDonald’s; l’ho commessa io, lui non c’entra nulla. Sono disposto ad assumermi le mie responsabilità purché non resti in carcere per colpa mia». Ora il processo rischia di essere annullato.