«Mio figlio è rinchiuso in un gulag in Nord Corea. Vorrei fossimo tutti morti»

Heo Yeong-hui, scappata in Corea del Sud nel 2014, racconta la sua incredibile storia: la carestia, la prigionia, la fuga e il tentativo fallito di «liberare dalla schiavitù» anche il marito e il figlio

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«Sarebbe meglio se fossimo tutti morti. Se solo mio marito e mio figlio potessero essere uccisi. Pagherei qualunque somma perché potessero suicidarsi. Ma ovviamente non è possibile». Che cosa può spingere una donna a desiderare la morte del marito e del figlio? Le parole al Washington Post di Heo Yeong-hui sono terribili, ma ancora più terribile è il trattamento che il regime della Corea del Nord riserva a coloro che, dopo essere riusciti a scappare dal paese, vengono arrestati in Cina e riportati indietro. È la sorte toccata al marito e al figlio di Heo, Choi Seong-ga e Choi Gyeong-hak, rinchiusi in un gulag per prigionieri politici, da dove è quasi impossibile uscire vivi.

LA SCHIAVITÙ. Ad essere eccezionale non è soltanto la storia drammatica di questa donna di 58 anni, ma anche il fatto che abbia deciso di raccontarla. È molto raro infatti che un disertore come lei, che è riuscita a scappare in Corea del Sud nel 2014, accetti di parlare a volto scoperto e senza pseudonimo. Ma se Heo ha deciso di farlo è perché «ogni individuo deve fare tutto il possibile per liberare la Corea del Nord dalla schiavitù del regime. Io, che ormai sono fuori, posso solo cercare di influenzare il mio popolo ma solo chi vive all’interno può cambiare le cose».

CANTANTE PER KIM. Cantante di talento, che una volta si è anche esibita per il “Presidente eterno” Kim Il-sung, Heo viveva con la sua famiglia a Hyesan (Ryanggang), vicino al confine con la Cina e insegnava all’università delle Arti. Suo marito suonava il trombone nella banda provinciale e, quasi ad anticipare il destino della famiglia, la sua canzone preferita è sempre stata la ballata popolare irlandese Danny Boy.

INSEGNANTE, NON SPIA. Dopo aver passato indenne la grande carestia degli anni 90 («vivevo di fianco a chi moriva di fame e mi chiedevo come avrei potuto continuare ad andare avanti in un mondo simile»), la vita di Heo è cambiata radicalmente nel 2013, quando un funzionario del ministero della Sicurezza statale le chiese di spiare una delle sue studenti, sospettata di voler scappare dalla Corea del Nord. Davanti alla sua titubanza, venne minacciata così: «Tuo figlio non è forse più importante di una studentessa?».

SUICIDARSI O SCAPPARE. Invece che obbedire, Heo prese da parte la ragazza e le disse che la stavano controllando. Furono presto arrestate entrambe e chiuse in una prigione. Heo vi passò 76 giorni, nei quali non venne mai torturata anche se, ricorda, «il loro obiettivo era quello di intimidirmi, mostrarmi ciò di cui erano capaci. Mi facevano sentire le urla e i pianti degli altri prigionieri mentre venivano torturati, era come se torturassero me». Raramente ai prigionieri veniva dato da bere e la sete era tale che molti erano costretti a bere l’urina degli altri. Quando venne rilasciata, Heo pensò di avere due sole possibilità: suicidarsi o scappare.

LA FUGA. Temendo  tutto e tutti, non disse nulla ai familiari, pensando che avrebbe potuto scappare per prima e poi aiutare il marito e il figlio a fare lo stesso. Il 26 settembre 2014, insieme alla studentessa con la quale era stata arrestata e grazie ai contatti di lei con alcuni militari, riuscì ad attraversare il fiume Yalu corrompendo i soldati di guardia e ad arrivare fino a Seul passando per la Cina e la Thailandia.

DANNY BOY. Uno volta in Corea del Sud, cercò di far scappare i familiari. Dopo essersi fatta prestare del denaro, si rivolse a dei trafficanti di uomini, pagando 64 mila dollari per organizzare la fuga. L’intermediario avrebbe dovuto farsi riconoscere dal marito cantando una strofa di Danny Boy. Il piano riuscì e il 28 settembre 2016 anche Choi Seong-ga e Choi Gyeong-hak riuscirono a lasciare la Nord Corea. Quello stesso giorno, il maritò telefonò a Heo dalla Cina: è l’ultima volta che si sono parlati. I due infatti vennero arrestati da uno dei tanti agenti nordocoreani che infestano i villaggi di confine e rispedito a Pyongyang, dove il regime li ha rinchiusi in un gulag per prigionieri politici.
«Forse se non fossi mai stata imprigionata, non mi sarebbe mai venuto in mente di scappare», si rammarica ora Heo. «Ma è successo e più conoscevo il mio paese, più mi risultava impossibile continuare a viverci. Volevo scappare, non mi importava di morire». In uno dei filmati realizzati dal Washintong Post (vedi sotto), la donna comincia a cantare in coreano Danny Boy, prima di scoppiare in lacrime.

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