Minacce di Riina? Sapeva di essere intercettato. Si compiaceva di essere finito sui giornali

Le conversazioni fra l’ex padrino e l’ex capo della Sacra corona unita sarebbero state amplificate per legittimare l’inchiesta sulla trattativa Stato-Mafia

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Se un mafioso come Totò Riina minaccia un magistrato, anche se è rinchiuso fra le mura di un carcere di sicurezza, certo non si può ignorare il pericolo. Ma che la minaccia sia reale quanto in questi mesi hanno riferito i media italiani non è così scontato. Se non altro perché le intercettazioni sono state tagliuzzate dai giornalisti – spiega oggi Filippo Facci su Libero -, allo scopo, secondo molti magistrati, di legittimare il processo sulla trattativa stato-mafia. Dell’argomento ne aveva già parlato a tempi.it Maurizio Tortorella, vicedirettore di Panorama, che aveva definito improbabile che Riina, sorvegliato 24 ore su 24, non sapesse di essere intercettato.

RIINA SAPEVA DI ESSERE INTERCETTATO. «Ci si interroga ancora sulle sparate senili di Riina: erano spontanee o sapeva di essere intercettato?». Facci ricorda che dal 13 dicembre 2013, Riina sapeva che le sue conversazioni fossero registrate. «Lo si apprende dalle stesse intercettazioni», nota Facci. Nelle tante conversazioni che ha avuto con un compagno ergastolano, Alberto Lorusso, ex capo della Sacra Corona Unita, Riina non sembra dire poi molto, a parte commenti alle notizie dei giornali.  «Stamattina è uscita la notizia vostra – dice il 13 dicembre, Lorusso – Riina minaccia il pm Di Matteo». L’ex capo di Cosa Nostra si chiede prima come sia possibile minacciare dal 41 bis e poi se i magistrati «sentono le parole di qua», ciò da una delle tante telecamere che tengono sott’occhio la vita quotidiana di Riina. Facile dedurre che sapesse di essere ascoltato.

COMPIACIUTO DELL’ATTENZIONE DEI MEDIA. Dalle intercettazioni emergerebbe, secondo Facci, un Riina compiaciuto dalle lusinghe di Lorusso e dalla prontezza dei giornali: «dite mezza parola e questi…», insinua Lorusso, riferendosi alla stampa. Per Riina però l’uso mediatico delle sue parole serve soprattutto a mantenere vivo il processo Stato-Mafia: «fanno propaganda loro, fanno tutte queste cose loro», dice, riferendosi ancora una volta a pm e giornalisti.
In tutte le conversazioni, prosegue Facci, Riina emerge come «un generale senza più esercito, capo di una mafia che non esiste più», che mostra verso Di Matteo lo stesso atteggiamento che mostrava verso Matteo Messina Denaro (l’attuale capo della mafia, ndr): «Mostra di non conoscerlo, non sa praticamente chi sia». «Si compiace – puntualizza Facci – che le sue parole di 83enne rinchiuso al 41bis abbiano tanto effetto mediatico».

CIANCIMINO? PAZZO IN CATENE. Sulla testimonianza Massimo Ciancimino, il “pentito” che a proposito della trattativa stato-mafia disse che lui, suo padre e il colonnello Mario Mori convinsero Provenzano a farlo arrestare, ha pochi dubbi. Riina lo definisce «un pazzo in catene». La trattativa Stato-Mafia, afferma Riina «non c’è». E poi, si chiede il boss mafioso, chi sarebbe a mettere d’accordo forze dello Stato e mafia? Il generale Mario Mori? Ma lui, spiega l’ex boss, «a noialtri non è che ci fa da arbitro». Inoltre, «quello – afferma Riina – è stato assolto un sacco di volte».

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