«Sono sopravvissuto all’atomica. Oggi rischiamo una nuova guerra nucleare»
È solo alla fine dell’intervista con Tempi che Toshiyuki Mimaki tira fuori con cura dal portafoglio quattro fotografie. Le porta sempre con sé: sono allo stesso tempo un’istantanea della tragedia che lo ha investito 80 anni fa e quattro importanti pezzi di memoria che ha faticosamente ricostruito negli anni per non dimenticare mai più. Perché nessuno dimentichi.
Mimaki ha 83 anni ed è uno dei pochi Hibakusha rimasti, i sopravvissuti alle bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti sul Giappone per obbligarlo alla resa durante la Seconda guerra mondiale. Ne rimangono meno di centomila e hanno un’età media di 86 anni. Anche da questo deriva la determinazione che traspare dal tono di voce fermo e dallo sguardo limpido e consapevole di Mimaki: «Quando non ci saremo più, chi trasmetterà il nostro messaggio di pace con la stessa forza e credibilità?».

«Quel giorno vidi solo un lampo di luce»
La prima fotografia raffigura un gruppo eterogeneo di persone dai vestiti laceri, la pelle cascante, l’espressione vuota o sconvolta, completamente spaesati. «Sono i sopravvissuti di Hiroshima». Mimaki, che ieri ha partecipato al Meeting di Rimini all’incontro “Sopravvivere alla bomba atomica. La testimonianza degli Hibakusha“, aveva tre anni quando gli Usa sganciarono la bomba atomica “Little boy” il 6 agosto 1945. Stava giocando in cortile, fuori dalla sua casa a 17 chilometri dal punto esatto dove cadde la bomba. «Non sentii il rombo dell’aereo, né il boato dell’esplosione. Ricordo solo un lampo di luce, come un flash, e pensai che fosse un temporale».
La notizia che qualcosa di terribile era accaduto giunse presto. E non per radio. «Iniziarono ad arrivare persone strane, alcune scalze, altre no, con i capelli bruciacchiati, la pelle cascante. Chiedevano tutti da bere».
Le file di cadaveri e gli edifici sciolti
Mimaki seguì allora la mamma, che portava sulle spalle il suo fratellino, e andarono alla ricerca del padre, «che lavorava alla ferrovia di Hiroshima, la sua città natale. Noi in realtà abitavamo a Tokyo e ci trasferimmo soltanto quando gli americani cominciarono a bombardare la capitale».
Altre due delle quattro fotografie raffigurano dei dipinti e descrivono quello che Mimaki vide, o meglio il poco di cui ha un vago ricordo, durante quella ricerca. Sempre nascosto dietro il vestito della mamma, l’unica cosa che può proteggere anche dall’orrore della bomba atomica, osservò file di cadaveri, palazzi letteralmente sciolti dall’onda di calore e una donna tremante e sconvolta che implorava la mamma di aprirle una scatoletta di pesche. Con le sue mani, non riusciva più a fare nulla.
«Da bambino nessuno giocava con me»
«Mio padre si salvò miracolosamente», racconta l’Hibakusha. «Si trovava sottoterra a cambiarsi gli abiti quando scoppiò la bomba. Quando risalì in superficie, Hiroshima era stata spazzata via. Le nostre ricerche si rivelarono inutili: non lo trovammo. Ma dopo quattro giorni, che passò ad aggiustare la ferrovia lavorando senza sosta, rientrò lui a casa».
Mimaki è sopravvissuto ma la sua vita è rimasta segnata per sempre dall’esplosione. La famiglia si trasferì in un’altra città, ma l’atomica lo seguiva come un segugio. «Le famiglie vietavano ai loro figli di giocare con me da bambino. Dicevano: “Stagli alla larga perché è radioattivo”. I genitori non volevano darmi in sposa le figlie. Dicevano che avremmo generato dei mostri».
Oggi la figura di Mimaki si presenta fragile nella vecchiaia: camminare gli risulta faticoso e spesso utilizza la sedia a rotelle. Ma il suo motto è “Non arrendersi mai” e la sua vita lo dimostra. La sua famiglia, già povera, è stata ridotta in miseria dalla guerra e dall’atomica. Così, invece che studiare al liceo e all’università come avrebbe voluto, si è ridotto a praticare lavori pesanti per dare da mangiare alla moglie e ai tre figli e per farli studiare.

Il rischio di una nuova guerra nucleare
Se suo padre non ha mai voluto parlare della tragedia, Mimaki ha subito compreso l’importanza e il dovere della memoria. Oggi è vicepresidente della confederazione Nichon Hidankyo, che riunisce diverse associazioni di sopravvissuti e che l’anno scorso ha vinto il premio Nobel per la pace.
«Tanti sottovalutano il rischio di una nuova guerra nucleare, ma sbagliano. Oggi il rischio è maggiore rispetto al passato. Con lo scontro tra Ucraina e Russia, Israele e Iran, il pericolo è concreto», dichiara. «Molti pensano che le bombe nucleari siano importanti per la deterrenza, ma io credo che dovremmo solo distruggerle. Altrimenti non ci sarà mai pace nel mondo».
Quando non ci saranno più Hibakusha
Oggi l’Asia orientale è tornata a essere una regione “calda” del mondo, tra il desiderio di espansionismo della Cina, le minacce a Taiwan e i discorsi bellicosi della Corea del Nord. «Io ho molta paura per quello che sta accadendo tutto intorno al nostro paese. Temo che il governo reagisca aumentando i fondi per l’esercito e le armi. Mi sento male solo a pensarci».
La cosa che interessa di più a Mimaki, oggi, è il dialogo con i giovani: «Quando noi Hibakusha non ci saremo più, saranno loro che dovranno portare avanti il nostro messaggio. Forse non sarà la stessa cosa, perché una testimonianza diretta è più efficace, ma ciò che conta è portare avanti la richiesta di pace. Senza desistere mai».
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