Milano, Schiavi (Corriere): «Città delusa: un sindaco onesto non basta»

«Il carico di aspettative era molto alto. Oggi nella città, rispetto al vento del cambiamento, si avverte una certa delusione. L’immobilismo su due terreni strategici, come ambiente e cultura, non è stato un bel segnale e non ha risposto alle attese che questa nuova amministrazione aveva fatto nascere». Intervista al vicedirettore del Corriere Gian Giacomo Schiavi

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Ha parlato di «straniamento vagamente brechtiano», Gian Giacomo Schiavi, vicedirettore del Corriere della Sera, analizzando in un editoriale il disagio di Milano, dove Pisapia doveva rappresentare una svolta, una ritrovata leadership, e attuare un modello valido per tutto il paese. Invece il disagio cresce, specie se si rilegge la cronaca degli ultimi giorni: dalla retromarcia del Comune sui divieti anti-smog («fosse capitato alla giunta Moratti ci sarebbero stati i presidi in piazza») fino al duello infinito tra il sindaco e il suo alter-ego Stefano Boeri, sembra che la giunta arcobaleno abbia tradito più di un’aspettativa.



Che fine ha fatto la rivoluzione arancione?

«Il carico di aspettative era molto alto, anche perché erano state declinate delle parole nuove, importanti. Oggi nella città, rispetto al vento del cambiamento, si avverte una certa delusione. Milano ha bisogno di segnali precisi da parte della giunta, per recuperare un po’di fiducia nelle istituzioni. L’immobilismo su due terreni strategici, come sono quelli dell’ambiente e della cultura, non è stato un bel segnale e non ha risposto alle attese che questa nuova amministrazione aveva fatto nascere. Non basta un sindaco onesto e perbene, occorre una convergenza politica seria ed efficace. Il Comune avrebbe dovuto svolgere un ruolo di regia inclusiva, per cercare di valorizzare i talenti della città. Era nel programma elettorale. La sensazione attuale, invece, è che i componenti della maggioranza parlino soprattutto ai loro appartenenti politici. Pisapia ora dovrà applicarsi più di prima. Correre in salita».


Quali sono gli elementi che hanno portato a un tale disillusione? E di cosa avrebbe bisogno la città?
«Questo tira e molla, questo procedere per annunci e smentite, causa confusione. Sentir parlare di targhe alterne, dopo che tutto il fronte di centrosinistra le aveva bocciate senza ripensamento alcuno e spacciarle come soluzione dei problemi, è una contraddizione molto forte. Milano vuole concretezza. Che le misure siano eque, e che tocchino tutti. Diventa difficile accettare scelte che non sembrano avere un ritorno positivo nel lungo periodo. Il fatto che a distanza di sette mesi non sia stata ancora toccata l’ordinanza che concede il libero scarico-carico merci nel centro di Milano, una delle massime cause di traffico e di inquinamento, lascia più di una perplessità. Perché non si agisce in contrasto dei privilegi concessi a una categoria, in questo caso quella dei commercianti?».

E per quanto riguarda la cultura?

«Probabilmente ci sono dei grandi progetti nel cassetto. Ma è stata un’estate decisamente avara di eventi. Tutto questo Milano l’ha assorbito, accettato. Ma questo credito di credibilità che la giunta può vantare sulla scia di un corso nuovo, non durerà in eterno. Dove va la città, che visione ha del suo futuro? Serve uno scatto in più. Occorrono risposte. Concrete e sostanziose».

Questa parentesi sfortunata potrebbe fare il gioco di quel centrodestra che ha perso le amministrative? C’è margine per una riorganizzazione?

«A dir la verità il questo momento il centrodestra non lo vedo e anche per questo motivo tocca far notare i punti di debolezza dell’azione di governo di questa maggioranza. L’opposizione mi sembra ancora stordita dalla sconfitta, in cerca di una bussola, non ancora pronta a formulare un’idea di città alternativa. È tutto molto nebuloso. Spicca la debolezza della sinistra, che non è stata capace di declinare i valori che aveva proposto in coerenti progetti di azione politica. Da una parte, la realpolitik porta a scendere a compromessi che contraddicono completamente quanto annunciato durante la campagna elettorale, come è accaduto per Expo. Dall’altra, non si riesce ad articolare un cambiamento reale, quello in cui i cittadini avevano riposto molte attese. E lo spirito della campagna elettorale sembra un ricordo lontano».

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