Migranti a Milano. L’organizzazione raffazzonata di Beppe Sala

Matteo Forte, consigliere dell’opposizione, critica la gestione migranti della Giunta: «Serve una visione più ampia. Si potrebbe partire dai consolati fino ad arrivare ai contratti di lavoro flessibili»

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Sono 3700 a Milano i migranti ospitati nei centri d’accoglienza. I posti letto nei ricoveri cittadini sono già esauriti da parecchio tempo, per questo il Comune – prima con la giunta Pisapia, e ora con la giunta Sala – cerca di trovare tutte le soluzioni possibili, spesso le più impensabili. Lunedì 19 settembre un centinaio di profughi è stato trasferito all’ex Palasharp, già utilizzato ogni venerdì per la preghiera islamica. Da Palazzo Marino fanno sapere che rimarranno lì solo pochi giorni, forse una settimana, in attesa di trovare una nuova soluzione. Sotto gli occhi perplessi dei cittadini, ma soprattutto di consiglieri di opposizione come Matteo Forte (Milano Popolare), intervistato da tempi.it.

L’ex Palasharp sembra una soluzione improvvisata. Sopratutto dopo che Beppe Sala ha scritto una lettera a Repubblica per chiedere un aiuto al Governo.
Solo pochi giorni fa il premier Renzi ha fatto visita al sindaco per firmare il cosiddetto “Patto per Milano”. Alla luce della situazione attuale, il Patto non sembra altro che uno spot elettorale a posteriori, sembra solo propaganda. Non basta un piano italiano, serve un piano europeo per trattare una questione delicata come quella dei migranti. A Milano ci sono 106 consolati, si potrebbe partire da questi per affrontare la questione in maniera più ampia.

Com’è la situazione nei ricoveri milanesi?
Al collasso. La soluzione del Palasharp è un esempio di un modello di assistenza raffazzonato, che viene messo in atto anche quando si allestisce l’annuale piano anti-freddo pensato dall’assessore Pier Francesco Majorino. Più posti vengono messi a disposizione, più le persone vengono invogliate a cercare rifugio in città. A Milano è da sempre molto forte e efficiente la rete dell’assistenza e del terzo settore. Il modello di aiuto dato ai profughi o ai senza tetto è di alto livello. Durante l’inverno sono molti gli homeless che vengono a Milano dall’hinterland, così come sono molti i profughi che, pur essendo ospitati in altre città italiane, scelgono di venire a Milano dopo essere stati rigettati alla frontiera. Il Comune attualmente non sta partecipando ai bandi del Governo per gli Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Se partecipassimo, libereremmo molti posti letto nei centri, separando chi è realmente un profugo e chi no.

Nei prossimi giorni partirà il progetto “Puliamo il mondo”, ideato da Legambiente, per far sì che i migranti possano occuparsi della cura del verde di alcuni quartieri cittadini. Legambiente si recherà nei centri a raccogliere adesioni volontarie.
Mi sembra più un “impieghiamo il tempo”, piuttosto che un’idea ragionata e risolutiva dell’occupazione per i migranti. Bisognerebbe ripensare del tutto la regolamentazione dei contratti, e a livello locale contattare artigiani e imprese che siano disposti ad assumere alcune di queste persone con contratti flessibili, e formazione al posto di salario. Una formula che poi potrebbe essere anche applicata a fasce più deboli della popolazione italiana in genere, come già aveva ipotizzato lo stesso Stefano Parisi, sotto la giunta Albertini, nel 2000.

Parlavamo del Patto per Milano. È stato soddisfatto dell’accordo che Beppe Sala e Matteo Renzi hanno stipulato?
Come anche i giornali hanno sottolineato, molto spazio è stato al discorso delle infrastrutture, di per sé già decise e avviate. Penso invece che la novità di cui Milano avrebbe bisogno sarebbe la “fiscalità di vantaggio”, così come le regole europee già permettono. Certo, per arrivare alla sua realizzazione, occorrerebbe un grande impegno da parte della giunta, e lunghe trattative col Governo. Ma potrebbe essere fattibile, e permetterebbe alle grandi aziende del dopo Brexit di vedere Milano come una città in cui investire vantaggiosamente. In Italia sarebbe un’idea innovativa, ma per attuarla l’attuale Giunta dovrebbe pretendere molto dal premier Renzi. Bisognerebbe capire quanta voglia c’è di farlo.

Foto Ansa

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