Migranti. Il nuovo patto Ue non convince neanche chi l’ha scritto

La barzelletta dei rimpatri, la «beffa» dei salvataggi in mare e le parole incredibili del commissario Ue Johansson, autrice dell’accordo: «Nessuno sarà soddisfatto»

Il nuovo accordo sui migranti appena presentato dalla Commissione europea non convince nessuno, neanche la Commissione europea. Il Corriere della Sera, che non è certo un covo di antieuropeisti e populisti, lo chiama esplicitamente in prima pagina un «mini patto», «un compromesso privo di coraggio e visione». Ed è talmente chiaro a tutti che una simile proposta non risolverà i problemi dei paesi che si trovano in prima linea ad affrontare la crisi migratoria, che la stessa Ylva Johansson, il commissario Ue che ha stilato il patto, dichiara candidamente alla stampa italiana: «Penso che nessuno dei 27 Stati membri sarà soddisfatto».

LA SOLIDARIETÀ ALTERNATIVA

Su questo ha sicuramente ragione. Non è solo l’Italia a essere rimasta delusa, anche l’Austria e i paesi del gruppo Visegrad si sono già opposti. La riforma ruota intorno a un concetto semplice: l’unica soluzione al problema è il ricollocamento obbligatorio dei migranti, ma poiché non verrà mai accettato dai paesi membri che non sono toccati dall’emergenza e che non hanno nessuna intenzione di essere davvero solidali, a essere resa «obbligatoria» sarà una forma alternativa di solidarietà. Quale? Chi non vuole accollarsi i migranti, dovrà almeno occuparsi dei rimpatri o della logistica oppure versare un contributo in denaro.

Il problema, come nota sul quotidiano di via Solferino Goffredo Buccini, è che «manca la visione d’un fenomeno epocale da affrontare con coraggio. Mezzo milione di sbarchi in Italia e appena tredicimila migranti ricollocati in Europa sono, dal nostro punto di vista, la sintesi di tutta l’ingiustizia patita negli ultimi cinque anni». Von der Leyen «aveva preannunciato una robusta spallata agli angusti codicilli di Dublino», i quali prevedono che sia il paese di primo ingresso a doversi far carico dei profughi, ma nel patto proposto non ce n’è neanche l’ombra.

LA «BEFFA» ALL’ITALIA

Anzi. Come scrive ancora Buccini, «si continua a parlare di “migranti salvati in mare”, come già al vertice di Malta di settembre 2019; ora, il problema è che da noi i salvataggi in mare rappresentano non più di un 20% degli sbarchi, il grosso dei flussi approda tramite barchini e gommoni, in piena autonomia: questa formula è, dunque, una sostanziale beffa».

Come se non bastasse, «si proclamano quali obbligatori ricollocamenti che tali non sono. I Paesi che non vorranno aderire alle quote, infatti, potranno partecipare alla solidarietà tramite rimpatri “sponsorizzati”». Se qualcuno «non vorrà accollarsi una parte dei nostri migranti avrà una finestra di tempo per contribuire a rimandarli in patria, col piccolo dettaglio che durante quel periodo (che possiamo temere, con realismo, indefinito) i migranti resteranno nel Paese di primo approdo, cioè da noi. Questo è addirittura un passo indietro rispetto alla volontaristica impostazione del summit di Malta».

LA BARZELLETTA DEI RIMPATRI

A Bruxelles dovrebbero sapere che dare la possibilità agli Stati membri di occuparsi dei rimpatri invece che accogliere fisicamente i migranti equivale a buttarla in caciara. Da anni i governi italiani fanno annunci mirabolanti sui rimpatri: il “cattivissimo” Matteo Salvini, da vicepremier, arrivò a prometterne 600 mila nel 2018, ma riuscì a realizzarne appena 4.500 circa. L’anno prima e l’anno dopo non è mai stata superata quota 6.000. Perché?

Perché i rimpatri coatti sono, oltre che molto onerosi, estremamente complessi. Molti migranti sbarcano in Europa senza documenti e identificarli è un’impresa. Servono poi accordi con i paesi d’origine, che molto spesso non rivogliono indietro i propri concittadini o fanno ostruzione per farsi ungere a dovere. Inoltre, bisogna fare trattative per ogni singolo migrante con tutte le lungaggini burocratiche che questo richiede. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

C’è però chi esulta: nel patto si dice chiaramente che chi sceglie di occuparsi di rimpatriare un migrante e non riesce a farlo dopo otto mesi, dovrà accoglierlo. Sarebbe una rivoluzione, peccato che il commissario Johansson precisi: «Credo che ci saranno discussioni su questo». Tradotto: la clausola sarà cancellata quando a parlarne saranno i leader europei, rendendo di conseguenza l’intero tema dei rimpatri una barzelletta.

IL COMMISSARIO CI È O CI FA?

Quando poi il commissario svedese dichiara che «non bisogna drammatizzare la politica migratoria», perché «la migrazione è una cosa normale e ci sarà sempre», lascia a dir poco basiti. Se da cinque anni l’Unione Europea tenta e ritenta di trovare un accordo, litiga e si divide, fino a rischiare spaccature gravi e dolorose sul tema, è proprio perché sta vivendo una situazione eccezionale. Forse non si è accorto, il commissario, che il primo dei motivi che hanno spinto l’allora premier britannico David Cameron a indire un referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea nel 2016 era legato ai controlli supplementari sull’immigrazione. Anche la Brexit è un evento «normale»?

Quando infine Johansson afferma che «le Ong impegnate sul fronte umanitario non potranno essere criminalizzate» e che «proponiamo un meccanismo di cooperazione tra di loro e gli Stati», viene da domandarsi se, come avvenuto fino ad oggi, Italia e Malta saranno gli unici paesi dove queste sbarcheranno i migranti recuperati in mare o se invece, nel nome della solidarietà «obbligatoria», altri paesi che affacciano sul Mediterraneo accetteranno di aprire i porti. Domande che negli ultimi cinque anni si sono rivelate retoriche.

Foto Ansa