Il mea culpa di Zuckerberg sulla censura social non è una “resa” a Trump e Musk
Con un video destinato a segnare la storia della comunicazione, martedì il Ceo di Meta Mark Zuckerberg ha annunciato la fine del regime di censura sui suoi social network, di fatto confermando le accuse di chi in questi anni denunciava una repressione della libertà di espressione su Facebook e Instagram e veniva additato come complottista.
«Siamo arrivati a un punto in cui ci sono troppi errori e troppa censura», ha detto nel suo mea culpa, aggiungendo che «le recenti elezioni [americane, ndr] sembrano anche un punto di svolta culturale verso una nuova priorità della parola». Ammettendo di avere censurato troppi contenuti che non dovevano essere censurati, Zuckerberg ha parlato della necessità di «ripristinare la libertà di espressione» che l’eccesso di moderazione ha di fatto impedito negli ultimi anni a causa delle pressioni di politica e grandi gruppi mediatici.
La fine del fact-checking
È la fine del fact-checking, che Meta aveva affidato a terze parti certificate come organi di stampa e organizzazioni non profit che censuravano contenuti in base ai propri pregiudizi ideologici ma dicevano di farlo in nome della verità. La verità è che Meta, come gran parte delle piattaforme social, aveva sposato l’agenda politica democratica, arrivando a prendere ordini dalla Casa Bianca sui contenuti da censurare (dalle critiche ai lockdown durante la pandemia fino al caso dell’inchiesta sul figlio di Biden, Hunter) e in generale penalizzando che esprimeva idee non progressiste su temi sensibili come l’immigrazione o il gender: lo ha ammesso lo stesso Zuckerberg, promettendo di non penalizzare più contenuti del genere e tornando a dare spazio ai post e agli articoli che parlano di politica.
«Abbiamo distrutto più fiducia di quanta ne abbiamo creata»
I fact checker sono stati troppo politicamente di parte (e solo una parte: di sinistra), «e hanno distrutto più fiducia di quanta ne abbiano creata», ha ammesso Zuckerberg. Quello che è iniziato come un movimento per essere più inclusivi è stato sempre più usato per chiudere le opinioni e per escludere le persone con idee diverse, ed è andato troppo oltre». Sono innumerevoli i casi di articoli, inchieste e opinioni “nascosti” dall’algoritmo perché toccavano temi non graditi a una certa parte politica. E sono casi che hanno forse segnato per sempre, avvelenandolo, il dibattito pubblico.

Su The Free Press Margi Conklin ha raccontato di quando i fact-checkers di Meta oscurarono un suo articolo sul New York Post perché avanzava l’ipotesi, oggi tra le più accreditate, secondo cui il coronavirus era fuoriuscito da un laboratorio di Wuhan. « Applaudo Zuckerberg per aver ammesso di aver sbagliato e per aver sradicato il suo dipartimento di fact-checking», ha scritto. «Non è facile fare un mea culpa così pubblico. Ma mi chiedo comunque quanto possa aiutare. Una volta chiusa una discarica di rifiuti tossici che ha avvelenato una discarica per anni, il terreno non è più lo stesso».
Zuckerberg: «Meta ritorna alle origini»
Uno dei passaggi più interessanti del video di Mark Zuckerberg è quello, ripetuto più volte, del «ritorno alle origini». Come scrive il Wall Street Journal, infatti, «nei suoi primi anni, Facebook aveva adottato un approccio non interventista nella moderazione dei contenuti. Ma dopo le elezioni del 2016, i democratici avevano criticato duramente la piattaforma per non aver fatto di più per rimuovere la disinformazione russa, che secondo loro aveva aiutato Trump a vincere». Da lì, il cambiamento delle policy e l’inizio della «sottomissione alla sinistra democratica» (copyright Wsj), con l’idea dell’esistenza di una sorta di ministero della Verità diffuso delle cui funzioni si sentivano rappresentanti soprattutto i giornalisti dei media mainstream. Il “controllo sulle fake news” è diventato in breve un controllo sugli argomenti sgraditi al governo e alle grandi testate.
Con l’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk il fenomeno è finalmente saltato agli occhi di tutti. Il social che piaceva alle élite progressiste ha cambiato nome ed è diventato una piazza praticamente senza censure: la scommessa del miliardario oggi al fianco di Donald Trump era quella di eliminare i controlli del discorso politico della piattaforma implementando un sistema di Community Notes in cui gli utenti possono segnalare i post per fornire più contesto. La stessa cosa che Meta ha annunciato di voler fare su Facebook e Instagram nei prossimi mesi.
Zuckerberg, Musk e Trump
Sbaglia però chi legge l’annuncio di martedì come una “resa” a Musk e Trump. Certamente ci sono gli interessi economici dell’azienda che Zuckerberg deve tutelare da eventuali “vendette” repubblicane adesso che al potere non ci sono più i democratici – e in questo senso appare dirompente l’annuncio di volere lavorare con il presidente Trump per spingere i governi di tutto il mondo a non censurare le imprese americane, cosa che ad esempio fa l’Europa che «ha istituzionalizzato la censura rendendo difficile costruire qualcosa di innovativo».
Ma c’è di più, e chi continua a dipingere la nuova presidenza Trump come l’anomalia populista del 2016 non riesce a capirlo: il ritorno del tycoon alla Casa Bianca – insieme alle vittorie delle destre in Europa e alla recente caduta del campione della sinistra woke Justin Trudeau – è il segnale definitivo che il mondo immaginato dalle élite democratiche e dai tecnoligarchi progressisti non regge più.
Censurare la libertà di espressione in nome di un vago bene superiore ha portato più danni che benefici, ha ammesso Zuckerberg. Meta “ritorna alle origini” non perché Trump ha vinto e ci si deve adeguare, ma perché votando Trump la maggioranza della gente ha detto anche di non poterne più del discorso politicamente corretto e della censura imposti dall’alto. E questo non può che essere un bene. Resta da vedere se la nuova élite e i nuovi tecnoligarchi non cederanno alla stessa tentazione.
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