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La borsa e la vita

Meno, meglio

Di Alan Patarga
30 Maggio 2026
Sussidiarietà o declino. Il richiamo all’Europa a concentrarsi sull’essenziale per non morire di burocrazia è il manifesto del melonismo 2.0
Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, durante il suo intervento all’Assemblea di Confindustria al Centro Congressi “La Nuvola” a Roma, 26 maggio 2026
Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, durante il suo intervento all’Assemblea di Confindustria al Centro Congressi “La Nuvola” a Roma, 26 maggio 2026

Chissà se Giorgia Meloni, nel suo applauditissimo discorso all’assemblea annuale di Confindustria, fosse consapevole di quanto la frase centrale del suo intervento riecheggiasse il celebre ultimo articolo di Vladimir Lenin del 1923: “Meglio meno, ma meglio”. In quello scritto, il padre della Rivoluzione russa poneva l’accento sull’importanza di selezionare con cura i funzionari della ancor giovane Unione Sovietica per consentire che questa e l’idea che l’aveva fatta nascere crescessero e prosperassero per molti decenni a venire. Non troppo diversamente, la premier italiana ha richiamato la necessità di ricostruire con cura un’altra Unione, quella europea, che faccia – appunto – meno cose, ma le faccia bene: abbandonando l’idea che spetti ai burocrati di Bruxelles e non alle singole democrazie che compongono l’Ue decidere le nostre vite fino nei dettagli.

«La principale, enorme, fragilità che ci riguarda da vicino […] è l’attuale configurazione dell’Unione Europea. Un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato competitività, crescita, visione strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici, contribuendo a spingere il continente verso un progressivo declino economico e geopolitico. Un’Europa inarrestabile nella sua capacità di moltiplicare le regole su ogni aspetto della vita comune, ma esitante, improvvisamente, quando si tratta di far sentire la propria voce nelle dinamiche globali. […]

In altre parole, quando la storia ha bussato alle nostre porte, ha spazzato via gli orpelli ideologici, ci siamo svegliati nel mondo reale. È stato un risveglio brusco. O, se vogliamo, quello che per anni alcuni avevano avuto il coraggio di preconizzare e di dire – pagando per questo il prezzo di essere tacciati come dei nemici dell’Europa – si è semplicemente dimostrato vero.

Oggi come ieri – perché noi dobbiamo imparare dagli errori del passato – chi come voi, chi come me, pone con forza la necessità di un cambio di passo da parte dell’Europa, non lo fa per distruggere, lo fa per costruire. Non lo fa perché è il cavallo di Troia di qualche oscuro potere o interesse, lo fa perché ha a cuore la propria civiltà e la sua capacità di incidere nel futuro. Allora non bisogna avere paura di dire le cose come stanno. Noi chiediamo che l’Europa faccia meno e lo faccia meglio, chiediamo l’applicazione del principio di sussidiarietà, che significa che l’Europa si occupi di quello che gli Stati non possono fare da soli e non di quello che gli Stati fanno meglio da soli».

Questo il cuore dell’intervento che ha scatenato l’entusiasmo degli industriali. Meloni ha sottolineato come la fase attuale sia caratterizzata da “policrisi”, cioè da uno scenario globale nel quale crisi geopolitiche, energetiche ed economiche si sommano e si sovrappongono. L’energia, in particolare, è sembrata al centro delle preoccupazioni della premier, che da settimane sta chiedendo all’Ue – con scarso successo – maggiore flessibilità sui conti pubblici per consentire agli Stati membri di reagire adeguatamente allo choc energetico determinato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, un avvenimento che ha reso particolarmente difficoltosi e assai più cari gli approvvigionamenti di gas e petrolio.

L’energia come le armi

Il governo italiano, infatti, ha chiesto a più riprese alla Commissione europea di garantire sugli investimenti energetici la stessa flessibilità prevista per il capitolo delle spese dedicate alla difesa. Meloni, nel suo discorso alla Nuvola dell’Eur davanti alla platea degli imprenditori, ha ribadito che «la difesa è libertà, ma oggi dobbiamo difendere famiglie e imprese» dall’impatto della crisi iraniana e dai suoi riflessi sulle catene globali di rifornimento. Ampliare la cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale, ha chiarito la premier, «non significa fare nuovo debito, ma allocare meglio quello che è già previsto. Puro e semplice buonsenso». E se la leader del centrodestra è tornata ad attaccare l’approccio ideologico di Bruxelles sui temi “green”, ha anche concretamente indicato quali sarebbero le armi di medio-lungo periodo per affrancare il paese dalla sua cronica dipendenza da fonti estere:

«Noi vogliamo proseguire speditamente sulla strada per il ritorno dell’energia nucleare in Italia […]. Entro l’estate sarà approvata la legge delega».

L’importanza di semplificare

L’invito meloniano a semplificare non riguarda però soltanto un’Europa che la premier auspica meno invasiva, ma anche un programma d’intenti sul fronte interno. Rivolgendosi al popolo di Confindustria, la presidente del Consiglio ha lanciato una proposta che ha incontrato il favore del presidente, Emanuele Orsini, che poco prima nel suo intervento aveva auspicato un “disboscamento” delle procedure che – a suo giudizio – rallentano investimenti e crescita. Giorgia Meloni non ha lasciato cadere l’invito:

«Vorrei proporvi di avviare, subito, un cantiere comune per arrivare a una riforma radicale della burocrazia in Italia. […] La regola è la libertà: tutto quello che non è espressamente vietato per un interesse superiore già tutelato deve essere consentito».

Gli obiettivi di Confindustria

Dal canto suo, il presidente di Confindustria ha chiarito come siano proprio l’energia e le semplificazioni i nodi che stanno più a cuore al mondo produttivo. Sul ritorno all’atomo, soprattutto, Orsini ha chiesto un’accelerazione:

«Continuare a sostenere che il nucleare sia inutile perché servono 10-15 anni per attivarlo è falso. Inutile è ogni anno, ogni mese, che si perde».

Sul peso della burocrazia, italiana e soprattutto comunitaria, il leader degli industriali è stato esplicito:

«Solo tra novembre e dicembre 2025 sono stati presentati dieci nuovi pacchetti legislativi e nel 2026 ne arriveranno altri dodici […]. Le 72 condizioni poste da Bruxelles per il via libera al decreto Bollette sono l’ultima conferma di quanto sia lunare la burocrazia europea: fermatela! […] Se in Italia e in Europa non saremo capaci di uno sforzo comune perderemo la nostra industria, ovvero il 15 per cento del Pil e milioni di posti di lavoro».

Grafico: I primi cinque paesi europei per acquisti di energia dalla Russia (fonte: elaborazione <em>Il Sole 24 Ore</em> su dati Crea)
I primi cinque paesi europei per acquisti di energia dalla Russia (fonte: elaborazione Il Sole 24 Ore su dati Crea)

Tante regole, tanti furbi

La sensazione, al di là del nuovo asse Meloni-Orsini per avere in futuro un’Europa con meno regole e più giuste, è però che il cammino in questa direzione sia molto lungo. Il blocco delle importazioni di gas e petrolio dalla Russia, in questo senso, è emblematico: mentre l’Italia ha sostanzialmente rispettato lo stop deciso di comune accordo dai Ventisette come ritorsione per l’invasione dell’Ucraina, altri paesi si sono mostrati più disinvolti nell’interpretazione della norma.

Un’analisi del centro studi finlandese Crea (Center for Research on Energy and Clean Air), ripresa nei giorni scorsi dal Sole 24 Ore, ha messo in evidenza come lo scorso aprile la Francia abbia importato Gnl russo per un controvalore di 413 milioni di euro, che l’Ungheria ne abbia spesi complessivamente 380 per rifornirsi di metano via tubo e di petrolio da Mosca, e che si siano comportati similmente anche Belgio, Slovacchia e Spagna. Si tratta di forniture che rispettano formalmente le linee guida comunitarie, ma che nella sostanza evidenziano come la foga normativa dell’Ue valga di fatto soltanto per chi quelle regole le prende sul serio.

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