Meno clochard a Milano, ma aumentano quelli italiani. «E per loro la strada è più dura che per gli stranieri»

Intervista a Mario Furlan, leader dei City Angels. «Un giorno vorrei veder nascere una rete che aiuti questi uomini disperati a rifarsi una vita attraverso il lavoro»

Meno senzatetto per le strade di Milano, dichiarano i dati raccolti dal Comune. Un dato positivo, che tuttavia contiene in sé anche qualche ombra. In base alle rilevazioni del Comune, spiega l’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino, i clochard sul territorio milanese sono 2.263, di cui 1.766 (1.545 uomini e 221 donne) accolti nelle strutture attivate per l’emergenza freddo, mentre 497 sono le persone seguite per strada. «Il numero totale racconta, per la prima volta dal 2011 a oggi, un calo significativo della presenza dei cittadini senzatetto nel nostro territorio: si tratta di circa il 15 per cento in meno», fa sapere l’amministrazione della città. Merito del grande sforzo dei centri di accoglienza, spiega a tempi.it Mario Furlan, fondatore e presidente dei City Angels. L’associazione ne gestisce ben tre, nei quali ogni notte viene offerto un riparo a 200-300 persone.

La fotografia della situazione fatta dall’assessore Majorino sembra in una certa misura positiva. Si sente di confermarla?
È sicuramente un dato che salta all’occhio, e il merito è dell’impegno che portano avanti i centri di accoglienza. Sempre più numerosi e sempre più efficienti, contano circa 2500 posti letto. Stando così le cose, tutti i senzatetto presenti a Milano potrebbero trovare un riparo. Sempre se lo volessero, perché è prima di tutto una questione di volontà. In inverno comunque per le strade c’è una presenza inferiore di persone disagiate, perché la maggior parte cerca un riparo dal freddo. Un inverno come questo è stato anomalo anche da questo punto di vista: le notti davvero gelide non sono state che una decina. La situazione si ribalta nel periodo estivo, non solo per via delle temperature più alte, ma anche perché molti dormitori sono chiusi ad agosto.

Il Comune sostiene che tra i clochard siano in aumento gli italiani.
Ultimamente è andata definendosi questa tendenza: gli stranieri, per lo più profughi, arrivano qui solo “di passaggio”, Milano per molti di loro è una tappa verso la Germania o i Paesi scandinavi. Tra stranieri e italiani si vedono differenze anche di tipo anagrafico, visto che gli stranieri hanno per lo più 20-30 anni, sono giovani, vengono da nazioni abbastanza povere, sono rassegnati all’idea di doversi arrangiare. Gli italiani invece sono in gran parte 40-50enni che si ritrovano per strada dopo una vita “normale”, per così dire. Sono uomini che hanno perso il lavoro, sono stati sfrattati, sono padri separati, divorziati senza più nessun legame affettivo. Sono uomini che di colpo trovano la loro vita cambiata e non sanno che fare se non affidarsi alla strada, e non hanno certo lo spirito di adattamento che può avere un ventenne. In uno dei nostri centri viene sempre un uomo sulla sessantina vestito in giacca e cravatta. Sembra pronto per andare in ufficio, invece viene al centro a dormire. Non riesce a togliersi di dosso i ricordi di una vita, ecco perché indossa quegli abiti ormai logori. Quanto alle donne, rappresentano appena il 10 per cento del totale, perché in genere sanno arrangiarsi molto meglio degli uomini, e di solito dopo una separazione o un divorzio rimangono nella casa che era della famiglia.

I centri di accoglienza fanno già un gran lavoro, ma per i City Angels quali sono gli obiettivi che bisogna raggiungere?
Vorrei che fosse possibile creare una rete che aiuti queste persone a trovare un lavoro. Dare loro un pasto caldo e un tetto sotto il quale dormire è già molto, ma il nostro desiderio è aiutarli a rifarsi una vita, incontrandoli nel momento giusto. La vita di un senzatetto attraversa tre fasi. La prima è quella del ritrovarsi in strada, il crollo psicologico, la paura di sentirsi insicuro e rifiutato dalla società. Poi inizia la seconda fase, la voglia di riscatto, il sogno di ricominciare trovando un lavoro. Ecco, a questa fase, il più delle volte, segue il finale drammatico, la perdita delle speranze. Noi vogliamo fare in modo che non finisca così.