Dentro la storia per un centuplo. In memoria di don Ciccio Ventorino

Di Peppino Zola
10 Dicembre 2025
Un ricordo del sacerdote catanese che scomparve dieci anni fa. Fedele discepolo di don Giussani, ha vissuto l'appartenenza alla Chiesa e al movimento con virile obbedienza
Don Francesco Ventorino (al centro, a destra) con don Luigi Giussani (al centro). (Foto da istitutoventorino.it)
Don Francesco Ventorino (al centro, a destra) con don Luigi Giussani (al centro). (Foto da istitutoventorino.it)

In ogni storia ci sono uomini e donne che non si possono dimenticare, essendo stati protagonisti indiscussi di quella storia. Uno di questi protagonisti della storia della Chiesa in Sicilia e di quell’esperienza di Chiesa costituita dal movimento di Comunione e Liberazione è, senza ombra di dubbio, don Francesco Ventorino, noto a tutti come don “Ciccio”, nato a Catania nel 1932 e ritornato al Padre, sempre a Catania, nel 2015.

Proprio perché indimenticabile, il 3 dicembre scorso, a dieci anni dalla morte, è stata celebrata una sentitissima Santa Messa in suo onore nella Cattedrale di Catania, presieduta da mons. Giuseppe Baturi (segretario della Cei), concelebrata da un cardinale, da altri 5 vescovi e da una ventina di sacerdoti ed alla presenza di un popolo che ha gremito quel bellissimo tempio.

C’ero anch’io, perché avevo un debito nei confronti dell’amico don Ciccio, in quanto non ero riuscito a partecipare al suo funerale nel 2015 a causa di una malattia di Adriana, mia moglie. Per una decina d’anni, fino al 2005, avevo condiviso con lui e con il Servo di Dio Enzo Piccinini la grande responsabilità di avere cura di tante comunità di Cl, essendoci stata conferita (immeritatamente nel mio caso) la funzione di “visitor”, come eravamo stati indicati.

(Ansa)

Intelligenza e carità

In quegli intensissimi anni ho avuto modo di constatare i grandi talenti di don Ciccio, la sua acuta intelligenza, la sua cultura, la sua fede, la sua passione per le persone ed i loro problemi, la sua obbedienza nella sequela del carisma donato dallo Spirito a don Giussani. Una sequela affrontata sempre con virilità e verificata instancabilmente con l’esperienza della propria vita. Un grande aiuto è stato per me: un grande amico nel cammino di fede, cioè umano. Un grande esempio per me ed Adriana.

Perché indimenticabile? Per molti motivi, ma soprattutto perché, cosciente di avere incontrato il segreto dell’esperienza cristiana, ha passato la vita ad approfondire personalmente la ragionevolezza di tale Mistero ed a comunicarla a tutti coloro che incontrava, giovani o adulti che fossero.

Aveva la stoffa dell’intellettuale colto e intelligente e la carità dell’attenzione ad ogni domanda che gli veniva posta e ad ogni bisogno che incontrava. Non a caso, negli ultimi anni della sua esistenza terrena (vissuta cristianamente in compagnia di una salute precaria), quando non aveva più responsabilità di una guida specifica, si dedicò a riassumere, in tre fondamentali libretti, il pensiero ed il metodo educativo di don Giussani e, nel contempo, a occuparsi in misura totale dei carcerati, testimoniando loro la possibilità della redenzione, come ha avuto modo di testimoniare un commosso Giovanni durante l’incontro del 3 dicembre seguito alla Santa Messa. Nei tre libretti don Ciccio ha approfondito tre aspetti fondamentali del carisma di don Giussani: l’amicizia, la fede e la carità. Consiglierei a tutti di leggerli (edizioni Marietti-1820).

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Un avvenimento nella storia

Don Ciccio (tutti lo chiamano così, anche i vescovi che lo hanno commemorato il 3 dicembre) è stato ed è importante, come ha sottolineato nella sua partecipata omelia mons. Giuseppe Baturi, perché, a partire dal provvidenziale ed umile incontro con una ragazza di 16 anni, che lo ha indotto a vedersi subito con don Giussani, ha ribadito e proposto le dimensioni fondamentali di ogni autentica esperienza cristiana e per questo è ancora così amato ed apprezzato da tutta la Chiesa presente in Sicilia.

Ha ribadito che il cristianesimo, prima ancora di essere una dottrina, è innanzi tutto un avvenimento incontrabile nella storia concreta della vita di ciascuno di noi dentro la comunità di coloro che sono stati afferrati da Cristo.

L’esperienza vissuta della comunione è, quindi, il punto centrale della novità di vita portata da Gesù nel mondo. L’io cristiano cresce e si sviluppa nella vita della comunità della Chiesa. Per questo, l’appartenenza alla comunità è la condizione ordinaria che permette l’incontro iniziale e poi la crescita della persona, che così viene aiutata a vivere le dimensioni della cultura, della carità e della missione.

Il metodo dello sguardo

Ricordo che mi colpì molto il passaggio di un intervento di don Ciccio, nel quale egli diceva che non basta la citazione della dottrina per rimanere dentro l’esperienza cristiana, perché occorre anche lo “sguardo” che ti fa vedere nel carisma lo sviluppo dell’esperienza in atto.

Così egli diceva il 21 maggio 1995:

«Mi è parso evidente come non mai che si tratta, piuttosto che di un “criterio metodologico” da apprendere e poi da applicare, di uno “sguardo” da imparare: uno sguardo non lo si finisce mai di imparare. […] Lo sguardo è una intelligenza e un’affezione “in azione”, che ti fa penetrare dentro la realtà sempre oltre, più in là di dove arriveresti da te».

Come non bastava sentire le parole di Gesù; occorreva anche guardarlo agire, per immedesimarsi nel cuore della sua esperienza, che prendeva sempre in contropiede gli apostoli, che pure avevano abbandonato tutto per seguirlo. Fu un passaggio molto importante per me e non solo per me. Nel seguire il carisma di don Giussani, don Ciccio riuscì ad esprimere tutta l’originalità della sua intelligenza, che è servita a molti. In altre parole, compì il paradosso cristiano, per il quale l’obbedienza, che potrebbe sembrare una limitazione, invece, in un rapporto di carità, diventa il massimo della valorizzazione di ciascuno. Anche don Ciccio, seguendo il fatto cristiano per come gli si era convincentemente presentato, visse ciò che il Vangelo definisce come “centuplo”. Seguire un Altro nella comunità cristiana potrebbe sembrare una perdita: invece fa vivere ogni cosa con un gusto moltiplicato cento volte.

Grazie!

Al termine della lettera del 12 marzo 1999, in occasione dei 40 anni di Cl in Sicilia, don Giussani così scriveva:

«Non nobis Domine, sed nomini Tuo da gloriam. Anche se questa gloria pare come affermazione della appartenenza di tutti noi a Lui, è nella persona di monsignor Francesco Ventorino l’inizio visibile ed esemplare dell’avvenimento attraverso cui il carisma, cioè l’azione dello Spirito nella Chiesa, ha investito e mobilitato la vostra vita. A lui, in questo momento, va la nostra umana gratitudine».

Certamente, a don Ciccio va la mia personale gratitudine e la gratitudine di ogni cristiano, non solo dei ciellini. Gratitudine espressa, il 3 dicembre, in modo commosso, convinto ed efficace da Davide Prosperi, a nome di tutta la Fraternità di Cl; dal vescovo di Nicosia mons. Giuseppe Schillaci che fu allievo in seminario di don Ciccio; da Michele Scacciante, presidente della “Fondazione Francesco Ventorino”, che costituisce oggi una presenza educativa ed assistenziale molto importante e significativa nella città di Catania. Evidentemente, don Ciccio ha lasciato un segno indelebile, che arricchisce una storia straordinaria. Per tutto questo, grazie!

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