Formazione e disoccupazione al Meeting. Toccafondi: «Cambiare mentalità è pensare in modo sussidiario»

Il sottosegretario all’Istruzione interverrà a Rimini portando degli esempi da imitare «perché nascono in modo sussidiario e non in provetta»

I dati sulla disoccupazione rilevati dal Cna (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media industria) pubblicati la scorsa settimana mostrano un aumento dei senza lavoro e per i giovani la media tocca il 39,1 per cento. Al Meeting di Rimini questo pomeriggio si terrà un incontro che lega il mondo della formazione al problema della disoccupazione dove parteciperà Gabriele Toccafondi, sottosegretario di Stato del ministero dell’Istruzione, con delega a ordinamenti scolastici del secondo ciclo di istruzione e formazione.

Toccafondi, che idea si è fatto in merito alla formazione in questi primi mesi di esperienza al ministero?
Dati ed esperienze alla mano c’è bisogno di un cambiamento sia sulla formazione sia sull’istruzione professionale. Gli abbandoni scolastici, soprattutto negli istituti tecnici e professionali sono del 18 per cento, un giovane su quattro fino a trent’anni è disoccupato in cerca di prima occupazione e altrettanti sono i cosiddetti neet ovvero i giovani che non studiano e non lavorano. Questo ci fa dire che bisogna investire, ma anche cambiare mentalità. Nella formazione professionale in modo particolare bisogna ripartire da alcune esperienze positive presenti come l’Aslam – Associazione scuole lavoro alto milanese – e la Fondazione piazza dei mestieri, che saranno presenti con me questo pomeriggio all’incontro del Meeting.

Quale peculiarità hanno queste realtà da renderle così efficienti e da mutuare?
Nascono in modo sussidiario perché sono una risposta a un bisogno che c’è. Abbiamo una possibilità di cambiamento se seguiamo esperienze positive che nascono dal basso e non create in provetta artificialmente da qualcuno. È un’opera pubblica a tutti gli effetti. Ci sono degli esempi e occorre ripartire da quelli e fare sistema.

Cosa intende per “fare sistema”?
Significa che il mondo formativo e lavorativo si parlino e lavorino insieme creando esperienza comune. Tirocini, laboratori che funzionino veramente, stage, ore di lezione fatte da personale esterno, lezioni nelle imprese.

L’Italia dagli anni Cinquanta in poi è cresciuta anche grazie alla formazione professionale e alle scuole tecniche. Cosa c’è ora che non funziona più, forse il modello è un po’ obsoleto?
La mancanza della contaminazione della scuola con il mondo del lavoro è il vero problema. In Italia siamo passati da un sistema in cui questa contaminazione c’era negli anni Cinquanta e Sessanta, poi nel tempo è venuta un meno. Adesso che è cambiato il mondo del lavoro e della richiesta di figure professionali, dobbiamo recuperare lo spirito del dopoguerra.

Come lo vede realizzabile?
Un sistema di formazione che lavora l’abbiamo e da qualche anno è delegata alle regioni e questo sistema sta crescendo. Queste scuole non sono più viste come di serie B, ma rappresentano un percorso con delle possibilità professionali, lavorative e di crescita reali. Purtroppo non posso non notare che alcune regioni rischiano di non puntarci fino in fondo e, anziché collaborare con le agenzie formative del territorio, per risparmiare, si appoggiano agli istituti professionali. I dati ci dicono che è un modello che non funziona, ma funzionerebbe se la regioni collaborassero con le agenzie formative. Nei luoghi dove avviene, si ottengono buoni risultati.