Matrimonio gay. Dopo la vittoria del “sì” in Irlanda ci sono solo due possibilità: adattarci o fare come Anna dei miracoli

Se ci adatteremo, rinunciando alla verità della vita, diventeremo “fottutamente inutili”. Se faremo come l’Annie del film, potrà accadere il miracolo

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Scusate, siamo gente di campagna, veniamo dal Roscommon, l’unica contea in cui ha vinto il “no” e perciò ultimo posto buio dell’Irlanda «luce del mondo». Sapete perché abbiamo detto “no” e diremmo “no” pure al Papa se ci invitasse ad adorare il Bambino vestito di rosa, l’asinello chiamato cavallo e, per non discriminare i pennuti, il bue ribattezzato “pettirosso”?

È andata così. Proprio nei giorni in cui, come ha detto il nostro amico e collega irlandese John Waters (qui la sua intervista a tempi.it), «i vescovi sono stati codardi» e «la chiesa fottutamente inutile» (“fucking useless”), nei giorni in cui in ogni città e villaggio suonavano a distesa le campane del pensiero unico, qualcuno dei nostri bigotti ci ha portato in dono un vecchio film di Arthur Penn.

Il film si basa sulla storia vera di Helen, che un giorno diventerà una scrittrice ma che a sei anni è solo una piccola cieca sordomuta che viene cresciuta dai genitori come un animaletto, assecondata in ogni suo capriccio per compassione alla sua condizione di infelicità. Mangia con le mani, distrugge ogni cosa, si quieta solo quando le si mette in bocca uno zuccherino. Arriva Annie, educatrice anche lei cieca da bambina, che ha vinto l’infermità dopo molti anni trascorsi in un manicomio dove vecchi, barboni, topi, scarafaggi e pedofili tiranneggiavano su tutto e tutti.

Chiamata a lottare con la vita tragica e disordinata di Helen, Annie applica i duri metodi della verità, della fatica e della disciplina, che non sono però apprezzati dalla famiglia che non spera nulla, se non che «Helen diventi un po’ più buona, un po’ più tranquilla, un po’ più rassegnata». È la storia di Anna dei Miracoli, la donna che vinse la guerra contro la menzogna dell’amore senza realtà e della carità senza verità.
Non le basta che la sua bambina impari l’alfabeto dei muti e instauri connessioni meccaniche con le cose. Desidera che sia se stessa, cioè arrivi a fare esperienza di sé in relazione alle cose. Infine il miracolo accade. Helen spacca il guscio che la imprigiona e dice “acqua” scoprendo che “Io” è rapporto con la cosa.

L’apice del film è raggiunto quando nell’educatrice scoraggiata dai propri fallimenti affiora il dubbio minimalista dei genitori di Helen e il sentimento compassionevole diventa anche per lei alibi della possibile rinuncia. Ma la maestra si riscuote. «La rinuncia è forse il vero peccato originale!». Questa è precisamente la nostra condizione attuale. La muffa del dubbio relativista e compassionevole indotta dal potere ci consiglia l’adattamento, proprio come gli animaletti, ai nomi senza realtà.
Così, la paura per la fatica di andare contro corrente diventa alibi e rinuncia alla verità della vita. Accettazione, pur di essere lasciati in pace. A quale prezzo però. Al prezzo di diventare “fottutamente inutili”. Altro che l’orrore del Califfato islamico. Disse Gesù: «A voi miei amici, dico: Non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla. Temete piuttosto il potere di uccidere l’anima», cioè la speranza nel cuore umano.

Foto Ansa


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