«La magistratura ha vinto la guerra dei 30 anni. Meloni è più sola»
«La vittoria del “no” al referendum sulla giustizia è stata determinata da un voto generico contro quanto veniva proposto. È stato un voto contro il governo, contro il potere, non un voto nel merito». È l’analisi di Roberto Arditti, editorialista del Tempo e giornalista di lungo corso, sull’esito del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati e sulla riforma del Csm. «Da lunedì si apre una fase nuova per la premier Giorgia Meloni. La sua leadership è più solitaria oggi. Si prende sulle spalle il peso di quanto accaduto».
Chi ha votato “no”?
Si può distinguere chi ha votato contro la riforma del ministro Carlo Nordio in due gruppi. L’opposizione politicamente organizzata e un secondo gruppo più difficile da incasellare politicamente. Un’area che di solito non vota o che, secondo me, anni fa andava a votare il Movimento 5 stelle. Questi cittadini non hanno votato nel merito della questione “giustizia” ma per insoddisfazione.
Non è il centrodestra ad aver perso sostegno elettorale?
Il risultato numerico dice che il centrodestra ha portato a votare tutti i suoi elettori. La partecipazione è stata elevata. A contare è stata un’area di popolazione di solito ai margini che ha espresso un voto di insoddisfazione generico. Non è stato un voto a favore della Costituzione o dei magistrati.
Chi ha promosso il “sì” ha accusato la controparte di una campagna elettorale basata su falsità.
I sostenitori del “no” hanno presentato la riforma come un attentato alla Costituzione, trasmettendo la falsa idea che la Carta sia immutabile e cristallizzata. No, è un documento vivo che nelle intenzioni di chi l’ha scritto deve tenere il passo coi tempi. Infatti, la seconda parte della Costituzione sull’ordinamento dello Stato prevede meccanismi per modificarla.
Solo i principi della prima parte della Costituzione sono “intoccabili”.
Sì. Sulla seconda parte, quella prescrittiva, la Costituzione ha una sua capacità di evolvere. Non va congelata come un oggetto museale, un moloch. Questo la irrigidisce, la incartapecorisce. Faccio l’esempio del bicameralismo perfetto fra Camera e Senato previsto dalla Costituzione. Per la politica moderna è un simulacro inefficiente che andrebbe riformato, tant’è vero che da anni a legiferare è più il Governo con i decreti legge che il Parlamento.
Il sistema giudiziario rimane immutato. Senza riforma costituzionale, cosa si può fare?
Bisognerebbe mettere mano a molte cose. Possono essere introdotti dei correttivi. Con un po’ di spirito istituzionale ci sarà qualche forma di dialogo con l’Associazione nazionale dei magistrati. Però, con tutta la stima che ho per il ministro Nordio, appare abbastanza indebolito. Il segno politico dell’esito del referendum è indiscutibile.
Ha vinto lo “status quo”, il sistema delle correnti?
Il risultato è stato abbastanza netto, con due milioni di voti di scarto. Per un lungo periodo non si parlerà più di riforma degli equilibri del Csm. Da Tangentopoli a oggi, nella “guerra dei 30 anni” fra politica e magistratura, ha vinto la magistratura.
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3 commenti
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La sconfitta è politica. La debolezza della Meloni stà nella sua classe dirigente. Tra lei ed i suoi dirigenti, salvo qualche caso, c’è una gap enorme. Meloni dovrà lavorare per costruirsi una classe dirigente valida.
Credo che ll referendum sarebbe andato.meglio se fosse stato presentato come un avvicinamento ai criteri europei. Infatti la gran parte degli stati europei hanno le carriere divise. Sicuramente molti stati hanno applicazione delle loro leggi simili alle proposte del referendum italiano.
Invece siamo rimasti simili alla Turchia e alla Romaniia.
Non nascondo la mia delusione, ancora una volta l’Italia si conferma irriformabile!!!