Ma Balotelli può piangere per gli affari suoi o deve essere per forza colpa dei cori razzisti?

Sabato sera l’attaccante del Milan è scoppiato a piangere dopo la sostituzione nella gara contro il Napoli. E in America se la sono presa col tifo e i presunti insulti dei napoletani

Balotelli_piange_milan_NapoliIl politically correct è un vecchio registratore gracchiante. E appena i suoi sensori iper-ricettivi avvertono avvisaglie di odio o discriminazione, il disco dell’indignazione parte a girare, incurante se la realtà dei fatti poi lo contraddice apertamente. “Vergogna Napoli, città razzista”, è il succo dei tanti tweet che all’estero hanno commentato le immagini delle lacrime di Mario Balotelli dopo la sostituzione nella gara tra il Milan e i partenopei. Schiere di commentatori che si sono impietositi davanti alla foto dell’attaccante rossonero rattristato in panchina, e che alla vista di ciò non hanno aspettato un istante a puntare il dito contro il razzismo.

LE LACRIME DELL’ATTACCANTE. In realtà, sabato sera a Napoli nessuno aveva rivolto a Balotelli ululati o insulti a sfondo razziale. Le lacrime erano tutte di Mario: forse per il dispiacere di non essere riuscito ad aiutare la squadra in un momento complicato o forse per un semplice scoramento personale. Quando quell’immagine ha cominciato a girare sui social netwok, a twittare per prima il suo «shame, Napoli, shame» è stata Mona Eltahawy, giornalista statunitense e nota femminista. «Il razzismo non ha posto nel calcio. Mario Balotelli in lacrime dopo gli scherni razzisti allo stadio San Paolo», erano i suoi messaggi.

L’OBAMA DIARY. Da lì l’indignazione si è trasmessa, da utente a utente, costringendo la società stessa a smentire a fine partita gli episodi di razzismo. A riprendere il tweet della Eltahawy anche il profilo Obama Diary, che raccoglie immagini e messaggi dalla Casa Bianca: in questo modo la foto è diventata virale, manifesto on-line dell’ultima battaglia sportiva nella guerra al razzismo.

ITALIA RAZZISTA. Eltahawy, di fronte alla smentita, non ha fatto una piega: nei suoi tweet ha spiegato che il problema discriminazione esiste comunque, lasciando intendere che valeva quindi la pena parlarne, anche se sugli spalti non era successo nulla. E così via a ricordare i cori contro i napoletani, il gesto di rabbia di Boateng, le celtiche e le svastiche in tante curve di casa nostra. Tutti cose che capitano, per carità. Ma anche una volta che non capitano, perché inventarsele?