Luttwak: «La richiesta di condanna per Mannino è roba da regime nordcoreano»

Intervista al politologo statunitense: «Da 23 anni processano un uomo con la stessa accusa. Questa è una tortura peggiore del waterboarding»

Alla notizia che la procura di Palermo, al processo Stato-mafia, ha chiesto la condanna a 9 anni di carcere per Calogero Mannino (foto a destra), ex ministro Dc, Edward Luttwak (foto sotto), politologo, già analista del Dipartimento di Stato Usa, commenta incredulo: «Mannino è sotto inchiesta per le stesse accuse, solo leggermente modificate, da circa 23 anni. È qualcosa che non accade in nessun altro paese del mondo. Sono certo che se anche venisse assolto, quasi sicuramente verrebbe aperto un nuovo processo. Per uno che abita negli Stati Uniti come me, questa è una cosa da regime nordcoreano, del tutto contraria ai principi di un paese democratico. Una cosa non certo da Europa: forse l’Europa non arriva fino a Palermo?».

Perché secondo lei Mannino continua ad essere accusato da 23 anni? Il processo trattativa non si è forse aperto solo un anno fa?
Questa storia inizia 23 anni fa. Nel 1991 un pentito, Rosario Spatola, rivela ad un magistrato che Mannino era un mafioso. La notizia finisce sui giornali, diventa il caso mediatico di quell’estate perché, a differenza di quando avviene nel resto del mondo, qualsiasi magistrato in Italia può chiacchierare con i giornalisti e fare uscire un’informazione, senza poi che venga avviata alcuna indagine. Nell’ottobre del ’91, però, la procura di Sciacca deve archiviare tutto perché la polizia non trova alcun riscontro alle dichiarazioni di Spatola. Però la cosa non finisce lì. Nel 1994 la procura di Palermo avvia una nuova inchiesta, che nel ’95 porta all’arresto di Mannino per concorso esterno in associazione mafiosa. Si apre un processo, che si chiude dopo un lungo iter giudiziario nel gennaio del 2010 con l’assoluzione di Mannino da parte della Cassazione. E a questo punto la procura di Palermo avvia un nuovo processo, quello per la presunta trattativa. So che in Italia non esiste la protezione contro la double jeopardy, il principio del Common law anglossassone per cui non si può essere imputati due volte per lo stesso reato (ma il principio, il “ne bis in idem”, invece è alla base, almeno teorica, del nostro ordinamento, ndr). Così contro Mannino è stato aperto un nuovo processo, sempre con l’accusa di aver fiancheggiato la mafia, anche se in questo nuovo caso con una leggera variazione. Dunque: io ti processo per il furto di un gatto, il processo dura per anni, e tu risulti innocente? Allora io ti accuso di aver ucciso un topo o un cane. Ecco come sta ragionando la procura di Palermo. Per altro, sottolineo, l’accusa è composta dalle stesse persone.

Forse oggi, dopo 23 anni, la procura è venuta in possesso di nuove prove.
Oggi, dopo 23 anni, la procura tiene una lunghissima requisitoria per chiedere una condanna. Vorrei fare notare che se una requisitoria deve citare delle prove concrete, allora la requisitoria dura molto poco: è breve e intensa perché non ha necessità di aggiungere parole alle prove raccolte, invece la lunga requisitoria per sua natura deve creare semplicemente una “narrativa”. Se una procura non può darti i fatti crudi e semplici, se non può elencarti la precisa prova o la foto, è perché non li ha. Intanto in questi 23 anni Mannino ha dovuto continuare a pagare di tasca propria gli avvocati. E vorrei far notare un’altra cosa.

Quale?
Il procuratore principale di questi due ultimi processi è stato Antonio Ingroia che, dopo aver seguito il primo, ha istruito il processo trattativa. Poi, dopo aver indossato i panni di difensore della giustizia, ha tolto il costume ed è entrato sulla piazza politica come “rivoluzionario” di quello stesso establishment a cui era appartenuto Mannino. L’unica possibile deduzione da fare, a mio avviso, è che Ingroia in tutti gli anni in cui ha indossato i panni del “giustiziere”, del magistrato, stava solo usando la metodologia della giustizia per cambiare l’ordine sociale. Credo che questi processi siano peggio del waterboarding. La tortura, infatti, è fatta con persone colte in flagrante delitto, e non è durata 24 anni. Io trovo strano che il presidente Napolitano o il presidente del Consiglio non siano ancora intervenuti con delle leggi che impediscano allo stesso cittadino di essere processato più volte. Trovo anche strano che in Italia la Procura possa fare appello. Nel resto del mondo, infatti, solo l’accusato può promuovere l’appello: in Italia c’è invece un cittadino da solo contro la Procura e un apparato di Stato. E il tutto avviene a spese del contribuente.

Ha conosciuto personalmente Mannino?
Sì, ho conosciuto Mannino quando era ministro della Marina mercantile nel 1981-’82: io ero consulente di un’azienda che voleva investire sul porto di Gioia Tauro, costruito a spese del contribuente, ma rimasto vuoto. L’ho trovato molto preparato e competente, purtroppo poi tutto saltò per la contrarietà del comune di Gioia Tauro. Il ministro Mannino aveva davvero voglia di agire e di fare qualcosa di utile per il paese, voleva aprire quel porto, farlo in modo efficace. L’ho incontrato altre volte nel corso degli anni e sempre sott’accusa per mafia. Io credo che se anche fosse il più grande criminale della storia, 23 anni di tortura giudiziaria siano troppi. Fossi in lui, mi rivolgerei alla commissione dei diritti umani.

Nel processo trattativa è imputato anche il generale Mario Mori, fondatore del Ros ed ex numero uno del Sisde. Ha conosciuto anche lui?
Sì. Ricordo di aver conosciuto Mori quando era ancora tenente colonello a Palermo, alla fine degli anni ’80. All’epoca io ero consulente del Pentagono ma ero in Sicilia in vacanza. Mi ha invitato a pranzo: ricordo che quell’anno c’erano stati 600 morti per mafia. E mentre mangiavamo, Mori aveva una scorta di due carabinieri con un mitra in mano. Ecco, l’idea che questa persona sia ancora sotto processo per mafia, anche lui dopo essere stato assolto due volte da processi a Palermo, è semplicemente assurda. Una persona che ha servito lo Stato è stata sotto processo per anni con la stessa accusa, solo lievemente diversa. Anche in questo caso è una tortura.