Giovane e (si spera) forte. Ecco finalmente l’Italia di Mancini
Avevamo parlato di una lunga estate complicata, per il nostro calcio, senza immaginare che ci avrebbero preparato un autunno caldo, in stile sindacati anni Settanta. Prima, la chiamata di Paolo Maldini e Leonardo per ridare slancio alle ambizioni azzurre, le loro dimissioni pressoché immediate, il balletto imbarazzante sul nome del nuovo ct. Ora, la questione sull’eleggibilità o meno di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio, che ha tenuto banco forse ancor più della ripartenza della Nazionale, affidata per la seconda volta a Roberto Mancini. E se la vicenda federale, tra cavilli e giochi di potere, pare destinata a trascinarsi a lungo, la realtà immediata propone invece il debutto azzurro in Nations League questa sera, venerdì 25, all’Olimpico di Roma contro il Belgio.
Le scelte di Mancini per la Nations League
Il nuovo/vecchio ct non ha tradito le attese, con convocazioni andate a riallacciare il filo con la prima esperienza, conclusasi traumaticamente nell’agosto 2023. Una Nazionale svecchiata, comunitaria nella professione e meticcia nelle origini, tra giocatori scelti e campionati di riferimento. La risposta del calcio a chi vorrebbe rinchiuderci antistoricamente all’interno dei nostri confini. Nove i volti nuovi, il più atteso di tutti quello di Alessandro Romano, cui il Cagliari ha affidato le chiavi della squadra in attesa di vedergli prendere in mano quelle azzurre. Per lui si prospetta una battaglia (sportiva) con la neutrale Svizzera: la Federazione aveva speso 100.000 franchi per farlo maturare nel suo progetto nazionali, potrebbe richiederli indietro come risarcimento. E ben sappiamo come i soldi siano materia seria da quelle parti.
Con Romano ecco Issa Doumbia (Sporting Lisbona) e Mohamed Alì Zoma (6 gol in altrettante partite a Norimberga, Serie B tedesca) cresciuti insieme nella Bergamasca con l’AlbinoLeffe. Poi Michael Kayode (Brentford), Eddy Kouadio (Monza), il fratello d’arte Sebastiano Esposito (Sassuolo, con lui c’è l’interista Francesco Pio, di tre anni più piccolo), Massimo Pessina (Bologna), Daniele Ghilardi (Roma) e Antonio Vergara (Napoli). Gente nata tra 2003 e 2007, con l’eccezione di Esposito senior (2002), a indicare con precisione la strada intrapresa da Mancini. Che, ricordiamolo, non ha chiamato altri giovani per lasciarli all’Under 21 di Silvio Baldini, impegnata nelle ultime due partite di qualificazione nell’Europeo: prima la trasferta in Armenia, quindi lo scontro decisivo a Pescara lunedì 5 contro la Polonia capolista, avanti di tre punti. In palio non c’è soltanto il passaggio di turno, ma anche la prosecuzione del cammino in chiave Los Angeles 2028.
Fare i conti con la realtà
Mancini ha poi confermato la propria vocazione internazionale andando in giro a vedere non unicamente la nuove proposte, ma pure chi da più tempo si disimpegna all’estero come Gigio Donnarumma (Manchester City), Sandro Tonali (Tottenham) e Riccardo Calafiori (Arsenal), cui fanno buona compagnia volti più freschi come Honest Anahor (Crystal Palace), Diego Coppola (Paris Fc), Matteo Ruggeri (Aston Villa) e Samuele Inacio (Dortmund). Gente che si è aggiunta a quello zoccolo duro ancora scosso dalla serata di Zenica, quando fummo buttati fuori dalla Bosnia Erzegovina ai playoff del Mondiale estivo per la terza eliminazione consecutiva da una fase finale.
Queste le premesse, anche belle e interessanti, poi c’è da fare i soliti conti la realtà. A cominciare proprio dal ct, chiamato a cancellare la fuga di tre anni fa per dire sì ai soldi dell’Arabia Saudita. A chi brandisce la questione etica si potrebbe suggerire la lettura delle dichiarazioni di Tijjani Reijnders, l’ex Milan passato in estate, dopo una sola stagione, dal City al saudita Al-Qadisiya per 20 milioni di euro ad annata. Uno che, a 28 anni, sottolinea: «Non voglio più lavorare quando smetto di giocare. Se i miei nipoti vivranno bene con questa mia scelta, perché non farla? C’è chi fa il moralista, ma penso che tutti dovrebbero dire di sì a una cosa del genere». Mancini opera però in Italia e ben sa che certe cose, dalle nostre parti, sono perdonate con difficoltà: chiedere di Jannik Sinner e della sua residenza a Montecarlo.
Servono gioco e risultati all’Italia in Nations League
Dovrà farlo con il gioco, ricordando quello bello e divertente che portò l’Italia a 37 risultati utili consecutivi e al trionfo all’Europeo 2021. Dovrà farlo con i risultati, perché alla finale di Wembley fece seguito l’eliminazione ai playoff mondiali con la Macedonia del Nord, tappa intermedia tra il primo flop con la Svezia, targato Gian Piero Ventura, e quello più recente, con il tandem Luciano Spalletti-Rino Gattuso: il primo protagonista di un girone di qualificazione mortificante, il secondo di spareggi gestiti al di sotto delle nostre possibilità. Nel girone di Nations League siamo finiti con il già citato Belgio, più la Turchia di Vincenzo Montella e la Francia sculacciata al Mondiale, ora affidata a Zinedine Zidane.
Quattro partite fino al 5 ottobre, nella prima maxisosta ai campionati imposta dalle Nazionali. Un torneo che a molti sembra ancora inutile ma che, oltre a dover disegnare una nuova identità dell’Italia, è decisivo in chiave ranking e sorteggi: il 6 dicembre ci sarà a Dublino quello per Euro 2028, tra Gran Bretagna e Irlanda.
Ultima annotazione. Tra i nomi di Mancini è presente anche quello di Daniel Maldini, passato da un vicenda personale indicativa dello stato di salute del giornalismo in Italia. Protagonista di un incidente stradale a Milano, gli avevano dato frettolosamente dell’alcolista e del drogato, appena diffusi i primi risultati dei test rapidi. Con conseguenti pezzi e titoli indignati, tra web e classici organi di informazione. Il Cagliari ha creduto in lui, Mancini ha creduto in lui, le controanalisi hanno creduto in lui. Eccesso di alcol sì, droga no. Con buona pace di tutti.
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