Tra già cacciati e a rischio, la vita in bilico degli allenatori di Serie A

Di Sandro Bocchio
19 Settembre 2026
Dopo gli esoneri di Grossi e Tedesco altri mister in Italia sono già in discussione. Tra limiti societari e idee confuse, il nostro campionato non è un posto dove si può stare tranquilli in panchina
L'allenatore del Milan, Ruben Amorim, applaude inginocchiato a bordo campo i suoi giocatori durante la sfida a Roma contro la Lazio
Ruben Amorim, tecnico portoghese del Milan, ha detto che «Se devo fallire, è meglio che fallisca alla grande. Voglio aiutare questo club, non so se avrò il tempo necessario» (foto Ansa)

Alla schizofrenia degli addetti ai lavori eravamo abituati da lungo tempo. Prendete il Como: pareggia alla prima giornata e sui giornali diventa la squadra “dei milionari” bloccata in casa dell’Udinese; vince alla seconda a Napoli e, subito, entra nel novero delle favorite per lo scudetto. Prendete il Var, fino alla passata stagione visto come la malattia del calcio italiano, con arbitri incerti nell’assumere decisioni in prima persona: quest’anno interventi ridotti al minimo e conseguente alzata di scudi – soprattutto dai maestri del pensiero social – sul lassaiz-faire introdotto dal nuovo responsabile Daniele Orsato. Come se non si conoscesse lo stile di direzione con cui aveva impostato la carriera sul campo.

Già due allenatori esonerati in quattro giornate. E non è finita

In questa prima fase di stagione abbiamo invece assistito a un ritorno (s)gradito: gli allenatori cacciati. Già due nelle prime quattro giornate, con Fabio Grosso (esatto, quello che avrebbe voluto Paolo Maldini alla guida della Nazionale) allontanato dalla Fiorentina dopo tre sconfitte consecutive e Domenico Tedesco licenziato dal Bologna dopo aver raccolto un punto in 360 minuti.

Si tratta di una situazione che ha avuto un solo precedente nelle ultime dieci annate, quello del 2021-22 quando il Cagliari (con Leonardo Semplici) e il Verona (con Eusebio Di Francesco) avevano anticipato i tempi dopo appena tre turni. Per il resto ben sei stagioni senza licenziamenti veloci e due con uno solo. E se Grosso ci ha messo molto del suo, tra scelte di campo e atteggiamenti disarmanti (quel «non me la sento, se mi vuoi bene esonerami» rivolto al suo dirigente Fabio Paratici), a Bologna non hanno dato il tempo al debuttante Tedesco di mostrare il proprio calcio, azzoppato da un mercato al ribasso, da infortuni e da una buona dose di sfiga: «Non siamo dirigenti abituati a mandare via allenatori dopo quattro giornate», ha sottolineato l’ad Claudio Fenucci. «Se lo abbiamo fatto è perché ci siamo fidati dell’istinto». Vedremo.

I processi a Spalletti e Allegri

Resta la sostanza che la compagnia dei licenziati rischia di allargarsi presto, visto che incombe la nuova lunghissima pausa per le Nazionali, appuntamento classico per chi pensa di dare un taglio ai risultati negativi cacciando l’allenatore. Alla Juventus e al Napoli sono già finiti sotto processo Luciano Spalletti e Massimiliano Allegri, almeno nelle teste dei tifosi, sempre secondo quanto letto in giro: da una parte titoli come “I tifosi sognano Conte” e dall’altra articoli riassunto degli #AllegriOut intercettati sui social.

Giovanni Stroppa, poi, non se la passa benissimo al Venezia, lo stesso avviene per Daniele De Rossi al Genoa, mentre Ignazio Abate inizia a essere messo in discussione al Torino. Il meglio lo sta offrendo il Milan, con un Ruben Amorim già in assetto autolesionista dopo il flop europeo con il Benfica, tipico di chi non deroga alle proprie certezze: «Se devo fallire, è meglio che fallisca alla grande. Voglio aiutare questo club, non so se avrò il tempo necessario».

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La schizofrenia aziendale del Milan

Ecco, il Milan può essere preso a esempio di schizofrenia aziendale, quella di cui si parla troppo poco perché non fa notizia o perché è ritenuto meglio non evidenziare, onde evitare eventuali ritorsioni future. Il tecnico portoghese ha infatti detto altro nella notte europea: «La rosa è in parte poco adatta al mio gioco». Una rosa che lo stesso Amorim ha costruito in prima persona insieme con il patron Gerry Cardinale e – soprattutto – in assenza di un dirigente che conoscesse al meglio le dinamiche di mercato, dopo il repulisti imposto dalla proprietà per il fallimento europeo nella passata stagione.

In questo modo il Milan è ancora partito con lacune nella rosa, a cominciare da quella alternativa in difesa che ha costretto la società a reintegrare Fikayo Tomori in tutta fretta. Certo, una catena di comando completa non è sempre garanzia di successo sul campo, dove sono tante le dinamiche che entrano in gioco. Ma anche quest’anno troppe squadre sono state completate a campionato già iniziato, dopo trattative infinite che – quando non concluse positivamente – hanno imposto soluzioni tampone tutte da verificare, mettendo in difficoltà chi allena.

I progetti di Inter, Roma e Como

Non è così un caso se in alto troviamo ancora Inter e Roma, in cui il progetto dirigenziale e tecnico non ha snaturato gli organici della scorsa stagione, rinforzandoli il giusto (guardate le formazioni iniziali finora proposte). E con loro il Como dove, se rivoluzione deve essere, allora che sia gestita con chiarezza da chi guida il club e chi la squadra. I primi risultati confermano come siano conciliabili la visione della proprietà e quella di Cesc Fabregas, uno etichettato troppo in fretta come raccomandato. Hanno speso 400 milioni sul mercato per le ultime quattro stagioni? Vero, ma andiamo a vedere come li hanno spesi e se, soprattutto, renderanno: in termini di risultati e in termini di cessioni future.

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