Lo starets e i pericoli di uno scisma

Sia i vescovi tedeschi che quelli americani attaccano l’unità della Chiesa. Cosa disse don Giussani

Caro direttore, vedo che, a proposito della Chiesa cattolica, si parla e si scrive sempre più frequentemente di “scisma”, che costituisce l’evento più triste e pericoloso che possa succedere alla comunità ecclesiale, visto che Gesù, poco prima di essere crocifisso, pregò il Padre perché i cristiani fossero uniti. Personalmente, la cosa mi rattrista molto. Come si sa, non sono un teologo né un canonista, ma vorrei dire la mia come semplice battezzato che partecipa, come può, alla vita della Chiesa: penso che sia un mio diritto, ma anche un mio dovere.

Come ho già avuto modo di dire e di scrivere in altre occasioni, penso che occorra essere più prudenti nell’assegnare compiti alle varie Conferenze episcopali, perché si corre lo stesso pericolo vissuto dalle Chiese ortodosse, che si sono eccessivamente “nazionalizzate”, rendendo quindi più complicata l’esperienza dell’unità. La Chiesa, infatti, come recitiamo nel Credo, è una: non mi pare esatto parlare di Chiesa tedesca o americana o italiana o così via; occorre dire “la Chiesa che è in Germania, che è in Italia” e così via. Come si esprimeva san Paolo, quando scriveva «alla Chiesa di Dio che è in Corinto». Non si tratta, evidentemente, di un problema lessicale, ma molto sostanziale. La Chiesa è una, anche se si raduna in vari luoghi per affermare la stessa fede in Cristo Salvatore. Le varie Conferenze episcopali sono molto utili se aiutano a fare esperienza della medesima Chiesa universale.

Clamoroso, invece, è oggi ciò che sta accadendo alla Chiesa che è in Germania, la cui Conferenza locale pretende di indire, con il consenso della quasi totalità dei vescovi tedeschi, addirittura un Sinodo senza il consenso essenziale della cattedra di Pietro. Il presidente Marx (come porta sfortuna all’umanità questo infelice cognome!) dichiara pubblicamente che se ne infischia del Diritto canonico della Chiesa universale e che desidera fissare delle regole morali valide per il popolo cattolico tedesco anche se sono in contrasto con l’insegnamento della Chiesa romana. Mi sembra pazzesco sfidare in modo così volgare la preghiera di Gesù per l’unità dei cristiani e gli avvertimenti del Vaticano.

D’altra parte, negli Stati Uniti, anche se non si parla apertamente di “scisma”, c’è chi accentua una certa polemica sul piano dottrinale, in aperta polemica con alcune indicazioni papali.

Le due posizioni appena ora accennate (una apertamente scismatica, l’altra apertamente polemica, per ora) hanno in comune una cosa. Entrambe attaccano l’unità della Chiesa, privilegiando un particolare rispetto al tutto. Ma è così che nascono gli scismi e le eresie. Il grande Chesterton diceva che l’errore (fino all’eresia) è una verità impazzita, con la quale, per un privilegio unilaterale ad un particolare (fosse anche giusto) si mette in gioco l’essenziale, che costituisce la vera novità del cristianesimo.

A questo proposito, mi ritorna in mente un episodio che vide protagonista il servo di Dio don Luigi Giussani. Dopo l’esito disastroso del referendum sull’aborto, il settimanale Il Sabato pubblicò un titolo in prima pagina che diceva “ricominciamo da 33”. I voti contrati all’aborto, infatti, erano arrivati al 33 per cento. Don Giussani corresse pubblicamente quel titolo e ci disse che occorreva, invece, cominciare da Uno, cioè da Gesù Cristo. La cosa che mi impressiona negli attuali pericoli di scisma è che da nessuna parte si dice di ricominciare da Cristo. I tedeschi pensano di rinnovare la Chiesa di quel Paese concedendo ai fedeli qualche libertà in più dal punto di vista morale: errore madornale, come hanno già dimostrato le esperienze dei protestanti e degli anglicani. Gli americani si preoccupano, invece, che venga assicurato un maggiore rigore dottrinale (per certi versi molto comprensibile), ma ciò che conta nel cristianesimo è la persona di Cristo.

Mi torna in mente l’entusiasmo provato da me e da molti amici quando don Giussani ci segnalò un brano del “Racconto dell’Anticristo” di Soloviev. Di fronte alla domanda del Potere del mondo che chiedeva che cosa stava a cuore ai cristiani (abbandonati e perseguitati), lo starets Giovanni rispose: «Grande Sovrano! Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della divinità».

Penso che anche i cardinali tedeschi, prima dell’inizio del loro Sinodo “scismatico” dovrebbero rileggersi Soloviev e, soprattutto, il capitolo diciassettesimo del Vangelo di San Giovanni.

Peppino Zola