Lo smart working fa malissimo (ma guai a dirlo)

Di Caterina Giojelli
12 Luglio 2026
Ci avevano promesso la liberazione dal traffico e dalle piccole seccature della vita d'ufficio in nome dell'efficienza. Ma l'uomo non funziona come un algoritmo e i dati sul lavoro da remoto certificano il costo umano della solitudine industrializzata
Un ragazzo in smart working si addormenta sul laptop
Foto di Vitaly Gariev su Unsplash

Lo smart working ci aveva promesso l’America – intesa come il paradiso del benessere. Niente più pendolari stremati sui treni regionali, niente più chiacchiere forzate alla macchinetta del caffè: lavoro agile, obiettivi condivisi, risultati verificati, e ognuno finalmente re del proprio salotto e padrone assoluto del proprio tempo. Eppure l’uomo non funziona come un algoritmo, né tantomeno può essere ridotto a una mera funzione lavorativa. È un animale sociale, tribale, comunitario, affatto digitale e fatto per stare dentro una compagnia reale. E proprio dall’America arriva la conferma scientifica che la solitudine tra le mura domestiche, quando viene pianificata e industrializzata su larga scala, presenta un conto salatissimo.

Una ricerca mastodontica condotta su oltre mezzo milione di lavoratori statunitensi e pubblicata su Science ha tolto il velo d’ipocrisia sulla favola del lavoro da casa. Lo studio – firmato da tre economiste di peso tra la Federal Reserve di New York e l’università di Harvard – dimostra che il lavoro da remoto aumenta significativamente l’isolamento e peggiora la salute mentale, in particolare per chi vive da solo. La chiosa delle ricercatrici è semplice: i lavoratori desiderano la flessibilità, ma non si rendono conto dei costi drammatici che questa comporta sul proprio benessere a lungo termine. Negli Stati Uniti, dove il “remote working” muove ormai un terzo dell’intera economia, quasi tre giornate lavorative su dieci, per gli americani tra i 28 e i 64 anni, si svolgono oggi interamente tra le mura di casa (quattro volte più che nel 2019 e dieci volte più che a metà degli anni Novanta).

Lo smart working è «la rimozione di un bene sociale che non ha prezzo»

I dati emersi dall’indagine dicono che chi lavora stabilmente da casa trascorre in media un’ora in più al giorno in totale solitudine rispetto a chi va in ufficio. E quel vuoto non viene affatto compensato da una vita sociale più intensa al di fuori dell’orario di lavoro: chi si barrica in salotto non recupera la socialità né prima né dopo la giornata lavorativa, finendo per registrare livelli altissimi di disagio psicologico. Addirittura un lavoratore remoto su quattro tra coloro che vivono da soli ha ammesso di trascorrere intere giornate senza vedere un solo essere umano in carne e ossa. Il risultato? Un’impennata spaventosa di stress, attacchi di panico e, inevitabilmente, prescrizioni di ansiolitici e antidepressivi.

Il punto, come spiegano le economiste su Science, è che il luogo di lavoro svolge una funzione sociale e comunitaria che nessun software potrà mai sostituire. L’ufficio, esattamente come la scuola o la parrocchia, è lo spazio fisico in cui nascono e si consolidano le relazioni umane. Il nostro cervello è biologicamente programmato per connettersi faccia a faccia, e persino gli strumenti digitali più avanzati sono solo un surrogato inadeguato. Lo spiegano senza mezzi termini Emma Zang e Rourke O’Brien: lo smart working è «la rimozione di un bene sociale che non ha prezzo in quanto struttura il tempo, genera uno scopo condiviso, sostiene il contatto sociale e consolida l’identità collettiva». Privarsene significa privarsi dell’unico fattore capace di farci sentire parte di un popolo, anziché semplici monadi produttive.

La copertina del numero di maggio 2021 di Tempi
Indagine sul “lato oscuro della vita comoda”. La copertina del numero di maggio 2021 di Tempi

L’uomo ridotto alla sua sola funzione

Ovviamente, davanti a questi dati, c’è chi ha attivato i riflessi condizionati. Da Repubblica in giù è tutto un fiorire di esperti e psicologi del lavoro pronti a fare i distinguo, a spiegare che i vantaggi dello smart working superano di gran lunga i danni, che l’ufficio genera ansia a causa dei colleghi molesti e che, dopotutto, restare chiusi nel proprio bilocale riduce i contagi da virus e fa bene all’ambiente perché si inquina meno nel traffico. C’è persino chi contesta la metodologia dello studio – che non permetterebbe di distinguere nel gruppo dei lavoratori da remoto se il lavoro fosse completamente da remoto o in modalità ibrida – invocando soluzioni altrettanto “ibride” e asettiche, come i contratti di co-working in territori neutri, pur di non rivelare i lati oscuri della vista comoda. Insomma, davanti a una ricerca che dice che stare troppo soli fa male, la risposta è che non fa bene nemmeno stare insieme, se non si può scegliere come e con chi stare insieme.

Non c’è posto, nella nuova cultura tecnocratica, per i vecchi luoghi in cui nel bene e nel male scopriamo di esistere anche attraverso lo sguardo dell’altro. Lo smart working tende al contrario a ridurre (o meglio, riduce) l’altro a presenza superflua e l’io alla sua sola funzione: una faccia dentro una finestrella di Meet, un nome in una chat di gruppo, una presenza algoritmica. Un paradiso marxista senza terrore di padroni, mansioni, scadenze, incontri casuali, relazioni. Nessuno chiede di abolire la sacrosanta flessibilità, che in molti casi è utile e necessaria, ma occorre smettere di raccontare la menzogna secondo cui meno rapporti umani equivalgono automaticamente a più progresso e serenità psicologica.

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Confondere il bene con il benessere. E la relazioni con l’attrito

La modernità ha questo difetto strutturale e ricorrente: confonde il bene con il benessere. Elimina gli attriti della realtà e si illude di aver migliorato la vita, salvo poi accorgersi che molti di quegli attriti erano, semplicemente, relazioni. Dietro una riunione apparentemente inutile c’era un incontro reale, dietro una pausa caffè c’era una compagnia, dietro la presenza fisica c’era perfino una forma di appartenenza. Ma la mentalità corrente ha preferito sposare i sondaggi come quelli del Pew Research Center, secondo cui la metà dei lavoratori americani si licenzierebbe se l’azienda abolisse il lavoro da remoto, una tendenza che in Italia si maschera dietro la retorica giovanile del cosiddetto “stipendio emotivo”. Si è fatto largo il mito generazionale secondo cui la flessibilità solitaria sia una remunerazione dell’anima più gratificante di una presenza condivisa. Salvo tacere, ricordava Emmanuele Massagli su Tempi, ai tempi delle semplificazioni mediatiche sulle cosiddette “grandi dimissioni”, sulla portata delle conseguenze poiché «il diritto-al-lavoro-che-voglio è l’anticamera di una crisi peggiore di quella delle materie prime: quella delle “ragioni prime”, le (sole) leve che muovono una società verso l’alto». Quanto alle aziende, assecondano l’andazzo, salvo poi usare il rientro forzato in ufficio come uno strumento di “quiet purging” per indurre le donne e i lavoratori più fragili a dimettersi senza dover ricorrere ai licenziamenti.

Abbiamo costruito, pezzo dopo pezzo, una società e una cultura del lavoro che considera il collega come una distrazione o una seccatura, e la presenza fisica come un costo inutile da tagliare. Poi ci interroghiamo sull’epidemia della solitudine, l’isolamento sociale e il disagio mentale tra i giovani. È un po’ come decidere di demolire tutte le piazze e i centri storici perché intralciano il traffico automobilistico, e chiedersi, qualche anno più tardi, come mai la città sia diventata un deserto dormitorio, senza più vita.

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2 commenti

  1. DAVIDE BIRAGHI

    Condivido l’analisi, un tema però da aggiungere è i grandi benefici che un ampia possibilità di ricorrere allo Smart da in termini di organizzazione familiare. Più ricerche dicono che se in una coppia si fa Smart working si fanno più figli (punto a favore decisamente non da poco) Trovare un giusto equilibrio è fondamentale

  2. ANTONIO SAVO

    Smart working è Pro family, pro ambiente e misura per limitare il traffico.
    Ma soprattutto pro family, nessuna misura è pro family, pro mamme che lavorano come lo smart working. Pro bambini che tornano a casa e trovano i genitori.
    Spiace molto questa scarsa sensibilità ed attenzione all’aspetto familiare.
    Istat
    “La vera scoperta è però nello smart working, esploso per necessità durante il Covid e in alcuni casi mantenuto dalle aziende. Il lavoro da remoto può essere un vero game-changer in grado di ridurre la ‘child penalty’, ovvero la penalizzazione delle carriere derivante dall’avere un figlio, fino all’87%. E’ inoltre uno strumento efficace per aumentare le retribuzioni – l’Inps stima fino a 1.300 euro nell’anno successivo alla nascita -, per produrre “effetti positivi sulla fecondità” e per ritardare l’età della pensione, in questo caso anche degli uomini”