La preghiera del mattino
Lo “scandalo Nowak” e il fallimento multi-culti inglese
La Bbc ricostruisce nel dettaglio il brutale omicidio del 18enne Henry Nowak da parte di Vickrum Digwa, 23enne britannico di origini indiane e di fede sikh. L’assassinio è avvenuto nella notte del 3 dicembre 2025 a Southampton e Digwa è stato condannato l’1 giugno 2026 all’ergastolo, dopo aver fatto finta di essere stato vittima di razzismo, versione alla quale la polizia ha creduto in un primo momento senza obiettare, ritardando così i soccorsi verso il giovane:
«Digwa, che è di religione Sikh, portava un coltello in un fodero alla cintura, che Nowak ha poi iniziato a filmare con il suo cellulare, ha detto il giudice. Il giudice Mousley ha commentato che è un requisito fondamentale della fede Sikh portare sempre con sé un coltello, chiamato kirpan. Il giudice ha anche detto che Digwa portava con sé un secondo pugnale. […] Digwa ha estratto il pugnale dal fodero e ha deliberatamente accoltellato lo studente indifeso al petto. Ha aggiunto che Digwa ha accoltellato Nowak quattro volte, di cui due alla coscia. […] Il giudice ha spiegato che le riprese effettuate da Digwa mostravano Nowak “che cercava disperatamente di scappare”. […] Digwa “ha continuato a filmare Henry mentre soffriva, ignorando gran parte della sua disperazione per essere stato accoltellato”, ha aggiunto il giudice. Intorno alle 23:30 il fratello dell’assassino, Gurpreet Digwa, ha chiamato il 999. Ha detto all’operatore che Vickrum era stato “aggredito per motivi razziali” e ha indicato la posizione. “Ha aggredito fisicamente mio fratello. Siamo Sikh, indossiamo il turbante e lui ha appena aggredito mio fratello”, si sente dire Gurpreet. […] Sette minuti dopo la chiamata, la polizia arriva sul posto alle 23:37. Le riprese della telecamera indossata da un agente mostrano […] Digwa che mente alla polizia, affermando di essere stato vittima di insulti razzisti da parte di Nowak. A un minuto e 11 secondi dall’inizio del filmato, si sente Nowak dire di essere stato accoltellato. Ripete: “Non riesco a respirare” per sette volte [e “sono stato accoltellato”]. Alle 23:38, Nowak viene ammanettato. Si sente un agente dire che Nowak è in arresto e leggergli i suoi diritti. […] Il giudice ha affermato che le ferite di Nowak erano così gravi che non sarebbe sopravvissuto, indipendentemente dalla rapidità con cui avesse ricevuto il primo soccorso».
L’omicidio di Henry Nowak, che sta terremotando il Regno Unito, presenta impressionanti similitudini con quello di George Floyd negli Stati Uniti, a partire dalle parole del 18enne ucciso, ignorate dalla polizia: «I can’t breathe», non riesco a respirare. Nel caso del 2020, che ha dato vita al movimento Black Lives Matter, un afroamericano era stato ucciso da un poliziotto bianco, che aveva ignorato la sua richiesta di aiuto. Nel caso del giovane assassinato dal sikh di origini indiane, è un bianco ad aver perso la vita, mentre la polizia rispondeva in modo beffardo alla sua domanda di soccorso: «Non penso proprio che tu sia stato accoltellato». I due casi presentano molte differenze, ovviamente. Una, soprattutto, è eclatante: i media sono andati avanti a parlare della morte di Floyd per anni perché la tragedia confermava la narrativa mainstream, molto di moda all’epoca, dei neri buoni oppressi dal razzismo dei bianchi cattivi. Poiché il caso di Nowak punta nella direzione opposta, non si contano da parte dei giornali i distinguo imbarazzati, le precisazioni, i cavillamenti, i sofismi in punta di diritto, i “se” e i “ma”. Non è la prima volta che accade: quando la realtà schianta in modo inequivocabile l’ideologia, quest’ultima tende a oscurare la prima. Non a caso i giornali hanno iniziato a occuparsi del caso con cinque mesi di ritardo, a maggio, quando l’assassino è stato riconosciuto colpevole di omicidio.
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La cronaca del Corriere della Sera recita:
«Centinaia di dimostranti di estrema destra si sono scontrati martedì sera con la polizia a Southampton. […] La manifestazione era stata indetta da Tommy Robinson, il noto agitatore neofascista, ma anche il leader della destra populista, Nigel Farage, aveva esortato alla “pura e fredda rabbia”, prontamente spalleggiato da Elon Musk. […] La Gran Bretagna sembra ormai una polveriera etnica sul punto di saltare in aria. […] Ormai in Inghilterra un quinto della popolazione è costituito da immigrati (per non parlare delle seconde generazioni). È su questa realtà che si innesta la retorica incendiaria dell’estrema destra».
L’articolo di Luigi Ippolito è l’esempio perfetto del riflesso pavloviano che scatta nei media ogni volta che a protestare è un personaggio, discutibile o meno, appartenente a un mondo estraneo alla galassia progressista. Così, la protesta per Nowak è ovviamente guidata da “neofascisti”, “populisti”, gentaglia assortita di “estrema destra” che trasuda retorica “incendiaria” e ovviamente “divisiva”. Se è vero che quando le manifestazioni diventano violente sono sempre da condannare, dov’erano i commenti negativi dei giornalisti quando il movimento Black Lives Matter metteva a ferro e fuoco mezza America? Allora era tutto giustificato, adesso invece no. Eppure dovrebbe essere chiaro a tutti, e perfino i laburisti l’hanno riconosciuto, che quando un assassino pensa di poterla fare franca accusando la propria vittima di razzismo e quando la polizia gli dà credito nonostante un ragazzo in fin di vita ripeta «sono stato accoltellato», significa che le “politiche antirazziste”, sacrosante fino a quando non vengono applicate in modo ideologico, hanno finito per ottenere l’effetto opposto dell’uguaglianza cercata. Bisogna anche notare che il Corriere ha ragione quando dice che la Gran Bretagna è «una polveriera etnica sul punto di saltare in aria». Ma se l’immigrazione è stata governata in modo disastroso, come può stupirsi se il partito Reform Uk di Nigel Farage raggiunge vette di consenso inimmaginabili? Sono gli inglesi a essere impazziti o c’è un problema irrisolto che casi come quello dell’assassinio di Nowak rendono manifesto?
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Hugo Timms commenta su Spiked:
«L’establishment politico britannico non ha mai reagito bene all’accusa di un sistema giudiziario o di polizia “a due velocità”. Un rapporto del ministero dell’Interno dello scorso anno l’ha definita una “narrazione estremista di destra”. […] Questa settimana, dominata dall’omicidio di Henry Nowak, la classe politica si è trovata ancora una volta sulla difensiva. “Non esiste un sistema di polizia a due velocità”, ha dichiarato lunedì un portavoce di Keir Starmer. “E siamo categorici sul fatto che [la polizia] debba trattare tutti allo stesso modo, indipendentemente dall’etnia”. […] Ancor prima dell’omicidio di Nowak, l’esistenza di un sistema di polizia a due livelli era sempre più evidente. Di fatto, le autorità di polizia l’hanno più o meno ammessa. Nel marzo 2025, il National Police Chiefs’ Council (Npcc) ha pubblicato il “Police Anti-Racism Commitment”, che impone agli agenti di “rispondere agli individui e alle comunità in base alle loro specifiche esigenze, circostanze ed esperienze, consapevoli che queste saranno influenzate dalla razza e con l’obiettivo di ridurre i danni”. Il documento si premura di precisare che ciò “non significa trattare tutti allo stesso modo o essere ‘ciechi al colore della pelle’ (uguaglianza razziale)”. L’Npcc non potrebbe essere più chiaro: la polizia dovrebbe, quando necessario, adattare il proprio comportamento in base all’etnia o alla razza di chiunque interagisca con loro. Anche la polizia di Southampton e dell’Isola di Wight ha prodotto un documento altrettanto rivelatore. Il suo stesso “Piano d’azione contro il razzismo” ha descritto l’omicidio dell’afroamericano George Floyd nel 2020 come un “momento cruciale”, istruendo gli agenti a essere “antirazzisti” in tutto ciò che fanno. Incoraggia inoltre gli agenti ad adottare un “approccio di riforma o spiegazione” nei confronti delle minoranze etniche e a “migliorare i risultati e il supporto per le vittime di reati appartenenti a minoranze etniche”. Ovviamente, questo non giustifica l’ammanettamento di un adolescente che stava morendo dissanguato. Ma ha chiaramente plasmato una mentalità in cui la polizia è fin troppo disposta a ignorare la sofferenza di un uomo morente nel tentativo di essere “antirazzista in tutto ciò che [la polizia] fa”. […] La giustizia a due velocità è un veleno per il corpo politico. Sta erodendo la fiducia nella polizia e fomentando l’antagonismo razziale. Eppure Keir Starmer e il resto dell’establishment continuano a negarne l’esistenza, demonizzando tutti coloro che la denunciano. La loro inerzia sta distruggendo il paese».
Il commento di Timms non fa una grinza. Anche il ministro dell’Interno ombra del Partito conservatore, Chris Philip, ha chiesto alla polizia di abbandonare l’impegno nazionale secondo cui «l’equità razziale» non dovrebbe significare «trattare tutti allo stesso modo o essere indifferenti al colore della pelle», aggiungendo: «Il sistema di polizia a due livelli deve finire, a cominciare dall’abbandono del terribile impegno antirazzista della polizia, che è di per sé razzista». Affermare che la polizia britannica è «razzista» verso i bianchi è chiaramente una sciocchezza sparata per lucrare voti, ma Starmer non può permettersi che gli inglesi perdano fiducia nelle forze dell’ordine. Incolpare Elon Musk, Farage, i populisti, i neofascisti, Trump e chi più ne ha più ne metta porta forse qualche applauso dal mondo liberal che ancora costituisce la maggioranza nelle redazioni dei principali quotidiani internazionali, ma non serve a risolvere quel gigantesco problema che affligge il Regno Unito e che non può più essere nascosto: il multiculturalismo inglese ha fallito. Quand’è che Londra inizierà a farci seriamente i conti?
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