L’invasione dei fascisti a San Donà del Piave. Un caso di scuola (di fake news)

Così una rievocazione storica degli Arditi delle Grande Guerra divenne una «notitia criminis» con annessa polemica sui presunti «saluti romani». Inutile provare a smentire i sospetti con i fatti

Sabato 14 settembre, piazza Indipendenza, San Donà di Piave. Dal palazzo del Comune sbuca un uomo vestito da bersagliere con una donna in abito bianco da matrimonio. Ad accoglierli sotto il portico ci sono sette persone in divisa militare, a occhio roba anni Venti o giù di lì. Alcuni indossano il famigerato fez nero. Al passaggio degli sposi tutti alzano il braccio teso a formare un corridoio e gridano «A noi!» e «Eja eja alalà!».

Qualunque passante probabilmente, trovandosi davanti a una scena simile, avrebbe avuto un istante di turbamento. Poi qualche banale domanda rivolta alla piccola folla radunata intorno a quello strano picchetto sarebbe bastata a chiarire quanto sfuggiva all’infarinatura di storia recente dell’italiano medio. Ovvero che non si trattava di una sfrontata esibizione di nostalgia mussoliniana, bensì delle nozze del capofanfara dei Bersaglieri di San Donà, al quale una delegazione degli Arditi del Po era giunta, da Ferrara, a rendere omaggio. Con tanto di storico saluto d’onore.

SINISTRA ITALIANA ALL’ASSALTO

Ora, è noto che la sindrome del “ritorno del fascismo” non ha mai abbandonato una certa sinistra in Italia, tanto da indurla a vedere nero più o meno dappertutto, specie negli ultimi mesi di scorrerie salviniane. Certo però che da un esponente politico referente locale di partito ci si attenderebbe qualche indagine approfondita prima di una denuncia. Invece Salvatore Esposito, leader di Sinistra italiana in paese, è partito all’assalto chiamando in causa pure le istituzioni e i giornali: «Presentiamo un esposto alle forze di polizia affinché sia chiarito quanto accaduto», ha promesso poco dopo i fatti alla Nuova Venezia, parlando senza mezzi termini di episodio «grave, al di là del folclore», «manifestazioni che richiamano al ventennio», «notitia criminis», «saluti romani», «comportamenti contrari alla Costituzione».

Addirittura Esposito minacciava di «notificare l’avvenuto al ministro degli Interni» e di sollecitare un provvedimento da parte dell’Associazione nazionale Bersaglieri. In realtà, a quanto pare in pochi giorni la storia si è sgonfiata sul posto senza ottenere gli echi nazionali immaginati da Sinistra italiana. Ma la polemica di San Donà del Piave resta comunque un episodio emblematico del clima che può instaurarsi quando si fa politica “soffiando sulle paure”, come si usa dire proprio dalle parti di Esposito.

«SIAMO STATI DIFFAMATI»

«Non era una manifestazione politica, ma una festa privata, ancorché in piazza. Senza nemmeno interpellarci, ci hanno accusato di apologia del fascismo e hanno rovinato il matrimonio di un nostro caro amico», spiega a Tempi Raffaele Ghelfi, uno degli Arditi additati come fascisti, presidente dell’Associazione Bersaglieri sezione di Ferrara. «Non solo hanno diffamato il nostro contesto associativo, ma hanno infangato la reputazione della nostra segretaria, che si è unita al picchetto indossando una fedele riproduzione della divisa indossata per l’impresa fiumana dalla Marchesa Margherita Incisa di Camerana, l’unica donna a far parte degli Arditi, con il grado di tenente, madrina della Compagnia D’Annunzio. Per pura ignoranza, o per furbizia, è stata presa per fascista e la sua foto è finita sul giornale».

Fin dalle prime battute, nelle parole di Ghelfi rifulgono una passione e un’ammirazione per quel pezzo di storia che si avvicinano alla follia. È forse una colpa questa? «Nel nostro paese esiste libertà di espressione», ripete il bersagliere ferrarese, il quale alla sua follia non intende certo rinunciare solo perché qualcuno ritiene, erroneamente, che certi gesti siano “fascisti”. «Per questa sinistra, visto che il Duce combatté la Prima Guerra mondiale da bersagliere, il solo fatto che noi siamo bersaglieri è sufficiente ad accusarci di fascismo».

«IGNORANZA, PAURA O FURBIZIA»

«Nessuno, né politico né giornalista, ci ha interpellati prima di scatenare questa polemica senza senso», lamenta Ghelfi. «Altrimenti gli avremmo spiegato che “A noi!” fu in origine il grido di battaglia degli Arditi del maggiore Luigi Freguglia, comandante del XXVII Reparto d’Assalto. È vero che i fascisti poi se ne impossessarono, e allora? Gli Arditi sono un’altra cosa. Idem per “Eja eja alalà!”: è l’hip hip hurrah di D’Annunzio, è un suo verso poetico. Anche di quello il fascismo successivamente si è appropriato, ma confondere le cose è pura ignoranza, oppure paura, o peggio furbizia». E il presunto “saluto romano” avvistato secondo Esposito da «numerosi testimoni»? «Ma quale saluto romano: si vede anche nelle foto che alzavamo il pugnale storico degli Arditi».

Naturalmente tutto questo gli Arditi del Po lo hanno detto e ripetuto ai giornali, ma quello che hanno ottenuto è un secondo articolo della Nuova Venezia che conteneva sì la loro smentita , ma ancora contrapposta alle accuse di Esposito, mescolata a rievocazioni di un consigliere comunale di San Donà il quale «si definiva ancora orgogliosamente mussoliniano» (e però è ormai defunto), e accanto a oscure considerazioni tipo: «Adesso si rischia un’esplosione di saluti romani».

IL RIMPROVERO DELL’ANPI

Il 23 settembre, infine, è uscito un terzo articolo che nel titolo parlava di «caso chiuso», e che però non rinunciava a rilanciare la reprimenda dell’Anpi provinciale (poteva mancare l’Anpi?) la quale di fatto ribadiva l’allarme antifascista:

«Tali celebrazioni non possono essere considerate né goliardate né tantomeno libere espressioni del pensiero. Una preoccupante mancanza di rispetto verso la Costituzione, nata dalla Resistenza, ma soprattutto perché il fatto in questione si è manifestato nella ricorrenza del discorso di Benito Mussolini a Trieste quando, nel settembre del 1938, annunciava le leggi razziali».

«SIAMO DEGLI STORICI»

Infine anche Sinistra italiana – «sempre senza mai contattarci», sottolinea Ghelfi – si è rimangiata la promessa di presentare l’esposto alla polizia. Motivo? «Rilevo che tutti i presenti hanno preso le distanze dal fascismo smentendo di aver fatto il saluto romano», ha detto Esposito. Ma è proprio questo che non va giù agli Arditi del Po: nessuno in realtà ha preso le distanze da nulla, semplicemente perché non c’era nulla da cui prendere le distanze. I bersaglieri di Ferrara vogliono vedersi riconosciuto il diritto di esprimersi anche se a sinistra e giornali dà fastidio.

«Siamo degli storici, facciamo rievocazioni storiche. Del resto non rischieremmo mai di compromettere la nostra identità di Bersaglieri con riti illegali», precisa Ghelfi. Nonostante le paure incontrollate e i collegamenti mentali che scattano (a torto) in alcune menti militanti al solo vedere gli antichi gesti degli Arditi, il presidente dell’Associazione Bersaglieri di Ferrara ci tiene a sottolineare l’importanza di non lasciar cadere nell’oblio una storia gloriosa di cui tutti gli italiani dovrebbero andare fieri, altro che “fascisti”. «Gli Arditi furono chiusi dopo la Prima Guerra mondiale, ma da loro in seguito hanno tratto ispirazione i corpi speciali degli eserciti di tutto il mondo. Sono stati dei pionieri, oltre che degli eroi».

UN PATRIMONIO DA NON PERDERE

Sarebbe troppo lungo riportare qui l’elenco delle imprese epiche di cui si resero protagonisti quei valorosi soldati italiani durante la Grande Guerra e che Ghelfi elenca con puntiglio (gli interessati possono trovare molto materiale in internet). Sintetizza il bersagliere: «Pur composti di appena 30 mila unità in tutto, i tre battaglioni degli Arditi hanno messo assieme quasi 3.500 riconoscimenti ufficiali, tra cui 20 medaglie d’oro. Ecco, noi celebriamo questa storia, tra l’altro mantenendo viva la memoria di tutte quelle medaglie d’oro, come meritano. Perché non vada perduto un patrimonio storico di cui non si parla più neanche a scuola».

Foto da Facebook

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Una prima versione di questo articolo conteneva inesattezze riguardo all’origine storica del grido “A noi!” (che, diversamente da quanto abbiamo scritto, non fu coniato «in onore del maresciallo Messe») e alla Marchesa Margherita Incisa di Camerana, la quale in realtà non fu mai «amante di D’Annunzio», bensì sua amica. Gli errori sono stati corretti grazie alle sollecite segnalazioni di Raffaele Ghelfi.