L’indifferenza a domicilio

La canna, l’aborto, il suicidio assistito. La casa è il nuovo ambito dove tutto si può (legalmente) fare, lontano da occhi indiscreti

cannabis lattina

Sui muri dei palazzoni di Milano campeggiano enormi poster che pubblicizzano il primo delivery di cannabis, ganja e marijuana light. Chiami e arrivano in meno di 45 minuti «in maniera completamente anonima e gratuita!», dicono sul loro sito (c’è pure il servizio whatsapp). È tutto molto cool e molto smart: ci sono oli di cannabiodiolo per cani e gatti, creme, tisane, tutto a chilometro zero e nel rispetto dell’ambiente perché l’azienda pianta alberi in Africa per compensare «la CO2 prodotta dalle consegne». Fumarsi i cannoni fa crescere gli alberi in Madagascar, insomma.

Una canna è come un kebab

È tutto fatto molto bene, ordini sull’app e via, come per la pizza, come per la birra. Una bella comodità, soprattutto quando piove. E il tutto avviene ormai nell’indifferenza generale, anzi con gran spreco di tabelle sui giornali per mostrare le curve di crescita di un mercato che “dà lavoro”, fa girare l’economia, promette lauti guadagni fino allo sbarco in Borsa per aziende che hanno ormai capito che il futuro è la domiciliazione del prodotto. Modello Amazon, modello JustEat: perché una canna è come un phon, un cellulare, un döner kebab.

E pazienza se solo qualche giorno fa, parlando a San Patrignano, il capo della Polizia Franco Gabrielli abbia detto che l’emergenza droga in Italia è, appunto, ancora «un’emergenza» e che negli ultimi anni «ci sono stati sdoganamenti culturali che hanno riaperto il dibattito sulla liberalizzazione delle droghe, non comprendendo che questo è un approccio pericoloso che inquina pesantemente la nostra società».

A casa sua ognuno fa quel che vuole

Ha ragione Antonio Polito a dire che la tragedia sta proprio nel fatto che ormai tutto è fatto passare come normale, tranquillo, asettico, indolore; non c’è più nessuno che osi chiedersi «perché», cosa stia accadendo e quali saranno le conseguenze di questo indifferentismo morale. È tutto tremendamente piatto, liscio, comodo, “ricreativo”, roba da pausa pranzo: basta un clic. Dopo aver portato tra le mura di casa l’aborto con la Ru486, il domicilio diventa il nuovo ambito in cui tutto si può fare ed è consentito. A casa sua ognuno fa quel che vuole: si fa una canna, espelle un bambino e poi tira lo sciacquone, muore (nel ddl Cirinnà c’è anche questo: la richiesta di eseguire il suicidio assistito a domicilio). Il tutto perfettamente legale, ma lontano da occhi indiscreti («il servizio è anonimo!» ci rassicurano i pony express delle canne), perché un certo senso del pudore e d’ipocrisia, quello, dico io, mica lo puoi depennare per legge.

Temi eticamente invisibili

Però una legge ti può aiutare a giustificarlo, magari pure a non farti sentire in colpa, almeno a evitare qualche grana con la giustizia, che già non è poco. Nella stagione in cui tutto è permesso, ciò che è legale è diventato lecito e i temi eticamente sensibili si sono fatti “insensibili” fino al punto da diventare invisibili. Tra le mura di casa, lontano da chi potrebbe offrirti un’alternativa: all’aborto, alla canna, alla dolce morte. Non sia mai che tu debba fare i conti o incrociare lo sguardo non diremo di un prete, ma almeno di un medico, un insegnante, un buon samaritano. Così si chiude il cerchio di battaglie iniziate nel Sessantotto: il “personale” è diventato così “pubblico” che è finito per spegnersi tra le quattro mura di casa, in una soffocante indifferenza generale.