Lettera aperta al prof. Forte: “Ridimensioniamo il debito pubblico”

Lettera aperta rispettosa e provocatoria alla proposta del professor Francesco Forte sul Foglio che chiede di istituire un “Fondo antidebito per rassicurare i mercati”. La controproposta: “Non sarebbe razionale ridimensionare il debito pubblico, anziché creare un Fondo che lo garantisca?”

Gent. prof. Forte,

ho letto con molto interesse il suo articolo pubblicato dal Foglio: «Caro Cav, serve un Fondo antidebito per rassicurare i mercati». Reputo la proposta di un Fondo che possa garantire coloro che hanno inserito nei propri portafogli i titoli di debito italiani interessante e decisamente ben strutturata, evidente risultato di un esperto economista come Lei.

Mi permetto di farLe qualche provocazione. Assodata la primaria importanza dell’obbligo del pareggio di bilancio, come caldamente richiesto dal ministro Tremonti e come da Lei sottolineato quale primo atto per il risanamento dei nostri conti pubblici, Le faccio questa domanda: non sarebbe razionale ridimensionare il debito pubblico, anziché creare un Fondo che lo garantisca? La mia riflessione parte da alcuni dati di fatto.

Primo. Nella prassi i fondi si creano con le plusvalenze che si realizzano. Nella situazione odierna, queste plusvalenze si potrebbero ottenere in due modi: aumento della pressione fiscale o taglio di sprechi nella spesa pubblica. Illiberale la prima e alquanto poco praticabile nel breve periodo la soluzione dei tagli dei costi non necessari.

Secondo. La garanzia dei debiti è sostenuta dai valori nell’ attivo che l’emittente dei titoli di debito ha nel suo patrimonio. Questo aspetto è ciò che ha permesso la crescita del nostro passivo fino al raggiungimento dei valori a dodici zeri odierni. Le partecipazioni statali, le proprietà immobiliari, i beni artistici (molte volte poco valorizzati) sono asset del nostro bilancio che già garantiscono il nostro debito.

Terzo. Se i  valori dell’attivo in bilancio appena citati fossero in parte liquidabili in modo da ridurre il debito pubblico, non sarebbe una soluzione razionale? Si stima che l’alienazione delle partecipazioni statali potrebbe generare alle casse dello Stato  entrate per circa 200 miliardi di euro. Gli interessi medi che paghiamo per un  debito di pari valore è di circa 10 miliardi di euro l’anno (senza contare gli sbalzi di spread degli ultimi giorni). Solo questa operazione ridurrebbe di quasi un punto percentuale l’onere per interessi passivi sul Pil.

Per quanto riguarda i beni artistici, non menziono neanche per sbaglio la parola «privatizzare», ma ritengo l’ipotesi della concessione ai privati con adeguate garanzie di manutenzione dei beni in gestione, una degna valorizzazione del nostro patrimonio delle belle arti che migliorerebbe anche in termini economici i nostri splendori, genererebbe lavoro e inciderebbe positivamente sul Pil. Già delle proposte sono state avanzate da alcuni parlamentari della maggioranza. Per quanto concerne le proprietà immobiliari dello Stato, la Commissione Finanze della Camera nell’«INDAGINE CONOSCITIVA SULLE TEMATICHE RELATIVE ALL’UTILIZZO DEGLI IMMOBILI DI PROPRIETÀ DELLO STATO DA PARTE DELLE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE» del 5 luglio 2011, afferma che una gestione oculata permetterebbe di abbattere lo stock di debito. Solo la metà degli immobili ad uso amministrativo è stimata dalla Commissione in 300 miliardi di euro.

I mercati ragionano in base ai cosiddetti fondamentali: equilibri patrimoniali-economico-finanziari a cui tutti si devono adeguare, Stati compresi. Gli stessi mercati stanno giudicando negativamente le politiche economiche dei paesi occidentali, ancora rinchiusi in forme di pensiero da dopoguerra. A titolo d’esempio, la Francia non ha mai raggiunto il pareggio di bilancio negli ultimi 30 anni continuando ad accumulare debito. Le imprese, quando si trovano in situazioni di crisi, al fine di superare l’impasse, in primo luogo procedono con la valorizzazione di asset non direttamente funzionali alla gestione caratteristica, e in secondo luogo procedono a finanziamenti in conto capitale.

La costituzione di un fondo, controllato dalla Corte dei Conti, credo che non venga visto dal mondo finanziario come una soluzione che possa dare garanzia agli investitori, perché ancora legata a logiche burocratiche e statali che ci è chiesto di superare. Già da mesi, sul settimanale Tempi voci autorevoli come Oscar Giannino, docenti universitari, economisti e alcuni tra i rappresentati del Parlamento più liberali, chiedono di muoversi verso le liberalizzazioni e privatizzazioni. A mio modesto parere, sembra la strada più ragionevole se si vuole uscire dalla situazione critica che stiamo subendo in questi giorni.