Lettera aperta ai cattolici non conformisti

L’obbedienza alla verità nei tempi del politicamente corretto. L’esempio di Havel e di Styczen

La dittatura del politicamente corretto, del pensiero unico, dell’ideologia gender, del “nuovo umanesimo” ateo, nasce per imbavagliare una civiltà nel momento in cui viene sovvertita.

Se questo è il nocciolo essenziale del sistema che si sta scatenando sul nostro popolo e sulla nostra vecchia Europa, allora forse è bene cercare di capire che cosa ci dice oggi l’esperienza drammatica dei popoli che hanno vissuto e sofferto per decenni sotto i regimi comunisti dell’Est. E per fare questo bisogna tornare prima di tutto a Socrate.

Socrate che rifiuta di fuggire dalla prigione per avere salva la vita è l’archetipo dell’obbedienza alla verità. Obbedienza che viene prima delle proprie passioni, ma che viene anche prima dell’obbedienza dovuta allo Stato e alle sue leggi. Nel Critone noi assistiamo al dialogo tra Socrate e le leggi di Atene. Socrate è pronto a morire per non disobbedire alle leggi e, quindi, rifiuta la fuga. Le leggi valgono più che la vita stessa. Le leggi tuttavia non valgono più della verità e Socrate non è disposto a tradire la propria coscienza per obbedire alle leggi. Come è ovvio questo tema della obbedienza alla verità è anche un tema cristiano e questo è uno dei motivi per cui sant’Agostino ha potuto attribuire a Socrate il ruolo di una specie di Mosè dei pagani. Rimane tuttavia vero che questo tema affiora nella cultura europea primariamente attraverso l’eredità socratica.

Struttura comunionale della persona e unità di libertà e verità sono i due assi portanti dell’antropologia dell’uomo europeo. Geograficamente l’Europa inizia al principio dell’era cristiana abbracciando il mondo greco-latino in cui si realizza l’incontro di grecità e cristianesimo.

Come è noto, nel libretto Il potere dei senza potere (Cseo, Bologna 1980) il verduraio di Václav Havel aveva deciso di esporre un cartello di propaganda del regime. Lì il regime (nella Cecoslovacchia comunista di allora) non pretendeva nemmeno che la vittima facesse finta di credere alla verità di quello che le era imposto di affermare. Il fine ultimo della oppressione totalitaria non è convincere della verità della propria ideologia, ma piuttosto umiliare nelle coscienze l’idea di verità. L’atto con cui il verduraio decide di rinnegare la verità è anche l’atto con cui si consegna all’oppressore, perde il diritto di contestarlo, rinuncia all’ideale della vita nella verità. Il verduraio di Havel in effetti espone il cartello, di cui non condivide il contenuto. Rappresenta un po’ tutta quella schiera di corifei laici e cattolici del politicamente corretto e del nuovo conformismo cosmopolita ed ecologicamente compatibile.

Esiste però, nell’esperienza polacca, un aneddoto uguale e contrario a quello di Havel. Ed è quello di Tadeusz Styczen (1931-2010), filosofo polacco allievo di Karol Wojtyla e docente presso l’Università cattolica di Lublino. Il testo in cui Styczen parla di Kowalsky, composto nel momento in cui di fatto l’alternativa in esso descritta si poneva alla coscienza di migliaia di internati nei campi di concentramento del regime militare di Jaruzelski, fu pronunciato per la prima volta al Meeting di Rimini del 1986 (cfr. Il Libro del Meeting 1986 pp.175-183) in italiano e fu ripresentato in una nuova versione polacca alla Settimana filosofica della Università cattolica di Lublino il 25 febbraio 1987 (prima pubblicazione in lingua polacca Wolnosc w Prawdzie, Roma 1988). Styczen, teso alla ricerca del Socrate del proprio tempo, propone un’esperienza morale che ha un significato esemplare per un popolo e per una generazione. Socrate diventa Kowalsky, un uomo qualunque che la storia pone davanti alla responsabilità di una difficile decisione morale. Kowalsky è recluso in una prigione. È recluso in una prigione perché ha vissuto l’esperienza di un incontro autentico con altri uomini e in quell’incontro ha sperimentato una misura diversa e più vera del suo essere uomo. Kowalsky è in prigione perché è stato un militante di Solidarnosc: durante il golpe di Jaruzelsky, nel dicembre 1981, furono arrestati in una notte migliaia di dirigenti di Solidarnosc. Per liberarlo gli viene chiesto di rinnegare quell’esperienza, di sottoscrivere un documento di abiura. Che fare? È lecito contraddire la propria coscienza? È dentro l’esperienza della scelta di Kowalsky che Styczen ritrova Socrate. C’è bisogno che qualcuno parli a Kowalsky di Socrate. Ce n’è bisogno perché la tentazione di cedere, per chi ha moglie e figli ed è ricattato ogni giorno sui più minuti bisogni della vita, è grande.

Il Kowalsky di Styczen ricorda molto da vicino il verduraio del Il potere dei senza potere di Havel. Il verduraio di Havel in effetti espone il cartello, di cui non condivide il contenuto. Il Kowalsky di Styczen invece rimane nella prigione e in tal modo conquista la sua dignità e libertà interiore. Conquista, in un certo senso, anche quello che già prima aveva vissuto, perché adesso, pagandone il prezzo, ne comprende il significato. Styczen può parlare così di Kowalsky perché migliaia di Kowalsky in Polonia, in effetti, hanno resistito al ricatto del potere.

Speriamo di essere degni degli amici (che possono, mutatis mutandis, essere i nostri Kowalsky) che in questi ultimi anni sono stati minacciati di morte e/o trascinati nei tribunali (Massimo Gandolfini, Simone Pillon, Filippo Savarese, don Livio Fanzaga, Silvana De Mari e tanti altri) che anch’essi hanno dietro milioni di persone (una radio straordinaria, decine di siti internet, una miriade di associazioni, movimenti, opere sociali e culturali) che vogliono resistere  al ricatto della menzogna e del potere.

La difesa della vita nella verità si impone in modo vincolante, d’altro canto, a partire dal principio etico primo della critica al totalitarismo: il primato della verità sul potere ovvero il potere dei senza potere. Qui la questione filosofica fondamentale si pone nel modo più puro, perché qui l’impotenza è assoluta. Simone Weil ha scritto una volta che la verità fugge profuga dal campo dei vincitori. L’appello alla verità, abbiamo visto, è necessario per resistere al potere, per contestarlo, per difendere contro di esso i diritti dei senza potere. L’ideale della vita nella verità, dunque, non confligge affatto con il rispetto dell’altro ma anzi lo presuppone, quando si intenda il carattere personale della verità, che non si può imporre ma chiede di essere liberamente riconosciuta da ogni singola persona umana. Solo in questo modo si compie l’incontro della persona con la verità ed anche l’incontro dell’uomo con l’altro uomo nella verità.

Nel libro di Havel il tema della verità e del rapporto fra verità e libertà è il tema politico per eccellenza. Dopo il crollo del marxismo è infatti iniziata la crisi delle democrazie occidentali. Al centro della crisi c’è il problema della alleanza fra democrazia e relativismo etico e della sua possibile sostituzione con una alleanza fra democrazia e solidarietà. Abbiamo già visto come il potenziale democratico del relativismo etico sia limitato.

Negando una ragione sostanziale a cui commisurare il corso degli avvenimenti umani, il relativismo giunge paradossalmente allo stesso risultato conservatore cui perviene l’interpretazione di destra della dialettica hegeliana: tutto ciò che è reale è razionale.

Tutto ciò che ha per sé la forza della fatticità ha il diritto di esistere e nessuna critica può scuoterlo, perché non esiste una verità in grado di giudicare il potere. Il potere dei senza potere è, invece, la verità, e proprio essa deve scomparire. Le élite culturali dell’Occidente, che difendono il relativismo assoluto, teorizzano in forma raffinata quello che il tardo comunismo cercava di realizzare in una forma brutale. Non è un caso, del resto, che quelle medesime élite difendessero un programma politico che mirava non alla caduta del comunismo ma piuttosto alla convergenza fra comunismo e capitalismo in una società tecnologica in cui fosse appunto estinta l’idea di verità.

Il comunismo è crollato a causa della sua visione antropologica errata e della sua incomprensione della vera natura umana e del ruolo in essa della libertà. Per un altro verso il crollo del comunismo conduce alla massima espansione dell’avversario libertino. La critica marxista dell’ideologia, infatti, depotenzia qualunque obiezione al capitalismo che abbia una base etico-religiosa e, in tal modo, conduce ad una purificazione del capitalismo, che viene isolato e liberato da ogni connessione con rappresentazioni etiche o religiose. L’unica critica del capitalismo, che trova nel libertinismo o nel materialismo volgare la sua ideologia, è quella pratica del comunismo. Fallita questa critica il libertinismo riceve una conferma definitiva e risulta vincitore. Si tratta di un nuovo libertinismo di massa che implica la sostituzione dell’homo faber, (ma più esattamente del consumatore e anche del consumatore di sempre più istinti spacciati per diritti), all’homo sapiens. Che cosa c’è, del resto, dietro alla proditoria sovversione antropologica imperante oggi nel nostro paese e nell’Europa post-ideologica (eutanasia, suicidio assistito, adozioni gay, utero in affitto, “colonizzazione ideologica del gender”, legalizzazione della droga, statalizzazione dell’educazione, bavaglio alla libertà di pensiero, ecc.) se non tale sostituzione?

La fuoriuscita dalla modernità come conseguenza del fallimento del marxismo comporta al tempo stesso una fuoriuscita dal cristianesimo, anche nella sua forma laicizzata. Al programma della secolarizzazione del cristianesimo si sostituisce quello della sua abolizione. Non esiste o non deve esistere più una interiorità umana da opporre alla esteriorità del comportamento sociale ed in cui sarebbe ancora conservata insieme la nostalgia di un’altra realtà e la disponibilità a mobilitarsi per realizzarla. Non esiste e non deve esistere una essenza dell’uomo o della società o del mondo che possa essere opposta alla sua esistenza così come essa è immediatamente data. Non esiste e non deve esistere, a rigore, neppure una unitaria personalità umana e una natura umana che possa essere opposta come forza e capacità sintetica all’insieme degli stati d’animo che contingentemente occupano l’attenzione e governano l’azione. Deve invece esistere e diffondersi sempre più la religione del “nuovo umanesimo” cosmopolita, migrazionista, sincretista, indigenista, ecologista, scientista, antipersonalista e antinazionale.

Un paradossale programma di sistematica superficializzazione dell’esistenza deve essere condotto a compimento, per fare scomparire la nostalgia (nociva alla odierna dittatura del relativismo) di tutto ciò che implica, nel contingente, una nostalgia dell’Assoluto o dell’Incondizionato, del Bene, del Vero e del Bello. La questione del potere dei senza potere, cioè la questione della verità che i nostri amici ci stanno testimoniando, è allora eminentemente culturale, ma è anche questione politica.

L’autore di questo articolo è docente di Filosofia politica e Filosofia civile, Università di Teramo

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