L’estasi di Michelangelo (e una brutta mostra veltroniana)

Senza ombrello, sotto il temporale

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Vi sconsigliamo vivamente la mostra fiorentina su Michelangelo giovane a Firenze: è un’operazione turistico-culturale di nessun significato che per di più ha comportato lo spostamento di opere delicate e mai mosse prima. La mostra si svolge in due sedi. Una a Casa Buonarroti, dove però trovate l’allestimento di sempre (bellissimo) con un paio di aggiunte. L’altra a Palazzo della Signoria, dove una sala (dicasi una), superaffollata e aggrovigliata, è dedicata a questa pompatissima iniziativa. Ma non vogliamo affliggervi con questo malcostume veltroniano della cultura concepita come fuochi d’artificio. Il consiglio di evitare lo stress per vedere una cosa fatta male ci è sufficiente. Però resta un rammarico, perché la giovinezza di Michelangelo è davvero qualcosa di folgorante, di straordinario. Il ragazzo era di una precocità prodigiosa, sia in fatto di genialità che di scaltrezza. A 20 anni riesce già ad accapparrarsi commesse prestigiose, ricorrendo anche a mezzi non proprio trasparenti. La sua avidità verso la vita, le forme e anche il denaro ha qualcosa che lo fa molto simile a Picasso. Vede, cattura, risucchia tutto quello che gli sta attorno e poi lo riplasma sull’onda di una potenza espressiva che già ai suoi contemporanei appariva in tutte le sue caratteristiche telluriche. Michelangelo non era tipo da sofismi e tentare di inquadrare la sua crescita nel contesto savonaroliano o neoplatonico della Firenze a scadere di secolo, è molto limitante: la somma di tutte queste componenti non riescono neanche lontanamente a rendere ragione dei risultati partoriti da quel ventenne schiacciasassi, che disdegnava tutti e poco più che ragazzo si arroccava nella sua disperazione furente (“Ogni altro per piacere, e io per doglia/ prostrato in terra mi lamento e piango”, 1503). A Firenze c’è un particolare che dice tutto. È la meravigliosa torsione del bambino che s’arrampica in grembo a Maria nella Madonna della Scala (che potete vedere sempre, e con tranquillità, anche a mostra finita alla Casa Buonarroti). La potenza fisica di quel gesto, la bellezza che accende il marmo e sembra scioglierne ogni durezza; che lo fa fibra, muscolo, carne è il prodigio di un ragazzo che è così sicuro perché ha un padre. Chi è quel padre? Una figura purtroppo dimenticata dalla mostra fiorentina: Jacopo della Quercia. Uno scultore straordinario, che ha lasciato il meglio di sé tra Siena, Lucca e Bologna, dove il giovane Michelangelo era stato chiamato a completare l’altare di San Petronio. Da Jacopo, Michelangelo deriva la prepotente prevalenza del fisico sul mentale; del visibile sull’esoterico; del reale sul fantastico. Le formelle della facciata di San Petronio a Bologna sono dei capolavori di essenzialità e di concretezza come solo la quasi contemporanea cappella Brancacci di Masaccio sa essere. E sono dei fotogrammi che si sono impressionati nel cervello di Michelangelo come le immagini di sua madre e di suo padre. Per il resto per capire il Buonarroti, vecchio o giovane che sia, rimandiamo a quel versetto che a molti è familiare: “Che poss’io, Signor, se a me non vieni con l’innata e ineffabil cortesia?” (e il pensiero va subito al Bambino della Madonna della Scala che si mette di traverso nel marmo, che piomba dentro la vita scombinando, con un niente, tutte le pretese).

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