L’esercito massacra almeno 63 civili in un giorno in Myanmar

Quella di domenica è stata la giornata più drammatica e sanguinosa in Myanmar dall’inizio delle proteste dopo il colpo di Stato dell’1 febbraio

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Almeno 63 persone sono state uccise domenica in Myanmar dall’esercito. È il giorno più sanguinoso nelle sei settimane di proteste della popolazione, che continua a invocare giustizia e democrazia dopo il colpo di Stato dell’1 febbraio dei militari, che ha portato all’arresto della leader de facto del paese, il premio Nobel Aung San Suu Kyi. Nel precedente mese e mezzo erano morte nella repressione delle manifestazioni 70 civili.

Massacro a Yangon

Il massacro è avvenuto nella municipalità di Hlaingthaya, a Yangon, la più grande città del paese (5,4 milioni di abitanti), dopo che sono state bruciate due aziende finanziate dalla Cina, ritenuta colpevole di sostenere il regime birmano e di aver diffuso un comunicato invitando la dittatura a «punire coloro che si rendono responsabili di atti violenti» tra la popolazione. Altre 12 persone sono invece state uccise in altre municipalità dell’ex capitale e centro commerciale del Myanmar.

Il governo britannico e le Nazioni Unite hanno condannato le violenze, invitando i generali a ricercare il dialogo e la pace, ma sono parole che cadono nel vuoto. Dopo l’ultimo massacro, la giunta militare ha imposto la legge marziale a Hlaingthaya e Shwepyitha per «mantenere la sicurezza e il rispetto della legge».

Sempre domenica, per arginare le proteste scoppiate in tutto il paese, la polizia ha arrestato centinaia di persone. Secondo la Assistance Association for Political Prisoners (Aapp), sono già 2.156 le persone arrestate per aver protestato contro il golpe.

«Possiamo morire in ogni momento»

Come dichiarato nei giorni scorsi da suor Ann Rosa Nu Tawng, la religiosa cattolica diventata il simbolo della protesta per l’immagine che la ritrae in ginocchio davanti ai soldati per pregarli di smettere di uccidere i giovani,

«vorrei che questo fosse un incubo da cui potermi risvegliare. Che sia giorno o notte, viviamo tutti nella paura, chiedendoci quando verremo uccisi o portati via dalle nostre case. E siccome, come popolo, soffriamo insieme, siamo diventati più uniti che mai. Ci amiamo e rispettiamo di più nonostante le nostre differenze di religione, razza e classe. Quando la polizia che dovrebbe proteggerci commette dei crimini contro i cittadini, i cittadini non possono che proteggersi a vicenda. Io spero che cristiani, buddisti, musulmani e le persone di qualunque religione si sentiranno più vicine, vedo accadere questo in futuro».

Foto Ansa