L’eredità di Joseph Coutts, grande difensore dei cristiani perseguitati

L’arcivescovo di Karachi si è dimesso per sopraggiunti limiti di età. Non ha mai indietreggiato davanti all’estremismo islamico in Pakistan e ha insegnato come si dialoga davvero con i musulmani

joseph coutts

«Lo sa qual è il problema di voi giornalisti occidentali? Pensate che tutti debbano sapere sempre tutto. La verità è che ancora non capite la mentalità dei fanatici islamici». Joseph Coutts non ha mai messo in difficoltà un cristiano per farsi bello davanti alla stampa e, da promotore di un vero dialogo interreligioso con i musulmani, non ha mai permesso che si sottovalutassero (come spesso fanno gli occidentali) le derive a cui può portare l’islam.

LE DIMISSIONI

Papa Francesco ha accettato per sopraggiunti limiti di età le dimissioni da arcivescovo di Karachi, la città con la presenza cattolica più importante del paese (200 mila persone), del cardinale pakistano giovedì e ha nominato come suo successore monsignor Benny Mario Travas, 54 anni. Coutts, che ha guidato la Conferenza episcopale pakistana dal 2011 al 2017 e la Caritas locale dal 1998 al 2017, è un campione della fede e della difesa dei cristiani perseguitati.

Era il 2019 quando ci diede quella rispostaccia a una domanda su Asia Bibi, che in quel momento era stata sì liberata, ma ancora costretta a nascondersi dagli estremisti in attesa di avere il via libera per volare in esilio in Canada. Per spiegare perché non poteva parlare di lei ci raccontò questa storia:

«Quindici anni fa un ragazzino cristiano è stato accusato di blasfemia: nonostante fosse analfabeta, è stato incolpato per alcune scritte denigratorie nei confronti di Allah sul muro di una moschea. Il caso era una montatura evidente e dopo la condanna in primo grado, è stato poi assolto da un giudice coraggioso dell’Alta corte. Al termine del processo, alcuni fanatici appostati fuori dal tribunale hanno sparato agli zii del ragazzino, ferendone uno e uccidendone un altro. I cristiani sono stati nascosti per evitare che fossero uccisi e poi trasferiti di nascosto in Germania. Quando la notizia dell’espatrio è uscita sui giornali, i fanatici si sono infuriati e poco tempo dopo il giudice che aveva assolto il ragazzino è stato assassinato. La notizia dell’uccisione è stata riportata in piccoli trafiletti dai quotidiani. A volte bisogna semplicemente stare zitti».

CAMPIONE DELLA DIFESA DEI CRISTIANI PERSEGUITATI

Nato ad Amritsar, nell’India britannica, il 21 luglio 1945, Coutts è stato ordinato prete a Lahore il 9 gennaio 1971. Dopo aver studiato a Roma, è diventato professore di filosofia e sociologia presso il seminario regionale Christ the King di Karachi e poi rettore del seminario minore St Mary di Lahore. Nel 1990 è stato nominato vescovo di Hyderabad da san Giovanni Paolo II e nel 1998 vescovo di Faisalabad. Nel 2012 Benedetto XVI lo nominò arcivescovo di Karachi e nel 2018 papa Francesco lo creò cardinale.

Coutts si è distinto per la difesa dei cristiani perseguitati in Pakistan, considerati «cittadini di serie B» e discriminati in ogni ambito della vita sociale. A partire dalla scuola: «Nei libri di testo scolastici siamo descritti in modo negativo», ci spiegava. «A scuola si insegna che tutti i pakistani sono musulmani e così veniamo percepiti come stranieri o traditori. Capita anche negli istituti statali che agli studenti sia assegnato un tema dal titolo: “Invita un tuo amico non musulmano a convertirsi all’islam”».

Il cardinale si è sempre battuto per difendere le vittime della legge “nera” sulla blasfemia, «che viene abusata per compiere vendette personali», e per proteggere le tante ragazzine cristiane rapite da musulmani, costrette a convertirsi all’islam e a sposare i loro rapitori. Ed è proprio a questo tema che è dedicato un articolo sul numero di febbraio di Tempi.

PROMOTORE DEL «VERO» DIALOGO INTERRELIGIOSO

Fin da quando è stato nominato vescovo di Hyderabad, Coutts si è anche fatto promotore di un vero dialogo interreligioso con i musulmani (e per questo nel 2007 è stato insignito con lo Shalom Prize), qualcosa di completamente diverso da quello vuoto e inutile che si celebra nelle sale da conferenze e che tanto piace all’Occidente. «Io non amo gli incontri dove si invita un cattolico e un musulmano a parlare», spiegava a Tempi. «Perché in quelle occasioni noi mostriamo quanto siamo aperti, loro spiegano che l’islam è una religione di pace e poi tutti tornano a casa senza che sia cambiato nulla. L’unico dialogo possibile è fare le cose insieme, ma può essere molto rischioso».

Basta un esempio per capire che cosa intende:

«Una volta un mio amico musulmano, affascinato dal Natale, mi chiese di celebrarlo insieme. Gli proposi di farlo in una madrassa e lui mi rispose che era impossibile. Allora lo mandai a parlare da un mio amico imam, molto aperto, che accettò. L’incontro fu molto bello, ma tre giorni dopo io, l’imam e questo mio amico musulmano, che dirige una Ong, ricevemmo la stessa lettera che diceva: “O cani, maiali, che cosa pensate di fare? Vi strapperemo la lingua e vi uccideremo”. L’imam chiamò subito la polizia infuriato ma né a lui, né a me accadde nulla. Al mio amico invece andò peggio: pochi giorni dopo tre energumeni si presentarono nel suo ufficio, mentre era fortunatamente assente, e lo devastarono. Gridando agli altri dipendenti: “Ditegli che lo troveremo e lo uccideremo”. Per il momento è ancora vivo, ma questa è la mentalità del Pakistan. I fanatici sono sempre pronti a uccidere».

LA QUALITÀ DEL SALE

Coutts ha sempre ribadito che la maggior parte dei musulmani in Pakistan non è estremista e tanti di loro, davanti ai casi costruiti ad arte di blasfemia, che portano a violenze inaudite nel nome di Maometto e di Allah, cominciano a dirsi: «Questo non può essere l’islam». Purtroppo per colpa dell’influenza dell’Arabia Saudita («molti imam vanno a Riyad a studiare teologia e quando tornano insegnano che la musica e la danza sono proibite»), «il Pakistan rischia seriamente di diventare uno Stato islamico. Gli estremisti sono sempre più decisi nel loro rifiuto della democrazia e della dichiarazione dei diritti umani».

Nonostante la situazione sia drammatica, il cardinale Coutts ha sempre indicato la strada senza perdere la speranza: «La Chiesa pakistana è piccola ma vivace, ferma nella fede, sempre capace di sperare e di dare testimonianza. Ciò che conta non sono le dimensioni, ma la qualità del sale che dà sapore a tutte le cose». E non è un caso che abbia scelto come motto episcopale la parola “Armonia”: «Siamo tutti fiori di uno stesso giardino e dobbiamo vivere in comunione. Servirà molto tempo perché le cose cambino nel nostro paese, ma qualche segnale di speranza si vede già». Anche per merito suo.

Foto Ansa