
Lei voleva vivere, ma i medici la lasciarono morire. Con il caso Tracey si riapre a Londra il processo al “Do not resuscitate act”
Da quando Londra ha deciso di mettersi a legiferare sulla vita dei malati, con la pretesa di salvaguardarne l’autodeterminazione, ha ottenuto solo una proliferazione di cause contro il governo. E adesso che nella capitale britannica si è aperto il processo di appello sul caso di Janet Tracey si è riaccesa anche la disputa intorno alla controversa procedura nota come Dnr, “Do not resuscitate” (“non rianimare”), il famigerato standard operativo di “abbandono terapeutico” che secondo centinaia di famiglie è responsabile della morte dei propri cari. Una legge del 2005 prevede infatti che il paziente possa esprimere la propria volontà sul fine vita con le cosiddette dichiarazioni anticipate di trattamento; in assenza di tale dichiarazione, in caso di ricovero per crisi acuta, tocca ai medici decidere se tentare di rianimare il malato o lasciarlo morire, avviando appunto il Dnr. La scelta dovrebbe essere presa insieme ai parenti, tuttavia – stando alle denunce – in molti casi i medici optano per applicare il Dnr ai pazienti anche senza (se non contro) il consenso delle famiglie.
IL CASO EMBLEMATICO. Janet Tracey morì nel 2011 all’Addenbrooke hospital di Cambridge. La signora, 63enne, aveva un tumore terminale e non aveva firmato alcun testamento biologico, evitando di decidere preventivamente della sua sorte in caso di malessere acuto. Poco dopo la diagnosi di cancro, era stata ricoverata per una frattura al collo dopo un incidente stradale. Nella sua cartella clinica, a sua insaputa, i medici avevano inserito l’opzione “Do not resuscitate” e avevano comunicato la scelta alla figlia, Kate Masters, pensando che sarebbe stata d’accordo con loro. Al contrario la donna li aveva rinviati alla madre, spiegando che quest’ultima avrebbe voluto essere coinvolta nella scelta. La signora Tracey rifiutò il Dnr, ma l’accordo con i medici durò solo tre giorni, poi il Dnr fu reinserito. Due giorni dopo la signora morì.
LA BATTAGLIA COMUNE. I familiari di Janet Tracey accusano l’ospedale di avere ignorato il loro diritto a partecipare della decisione. E mentre l’Addenbrooke hospital ha preso le difese dei medici, dalla parte del marito e dei figli si è schierata la Commissione governativa per l’uguaglianza e i diritti umani, argomentando che nessun paziente può essere trattato tramite il Dnr «senza aver avuto la possibilità di far parte del processo che ha portato alla decisione». E ha aggiunto che nessuno dovrebbe sapere che una persona cara è morta «senza un tentativo di rianimazione e senza neppure avvisare il paziente o la famiglia».
«Abbiamo scoperto che l’80 per cento dei decessi che avvengono in ospedale dipendono dal Dra», ha detto Kate Masters, figlia di Janet, la cui battaglia legale sta dando voce anche alle «tante altre famiglie che – scriveva già due anni fa il Guardian – ci hanno contattato per parlarci della breccia aperta dalla legge».
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2 commenti
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Se era malata terminale di un tumore, ovvero piena di metastasi, probabilmente era incurabile e anche la frattura conseguente alla caduta forse era avvenuta in sede di metastasi ossea..pensare che i medici siano tanto cinici e’ un poco inquietante. Alle volte non ci sono proprio cure e non rianimare un malato terminale di tumore non mi sembra affatto contro natura. Non conosco il caso nel dettaglio ma trovo difficile parlare di un fatto non conosciuto nei dettagli come e’ stato fatto invece nell’articolo. Se la sede di frattura era anche sede di metastasi ossea probabilmente era solo prolungare la sofferenza. Ed ha un nome accanimento terapeutico. Anche fare un massaggio cardiaco in caso di arresto cardiopolmonare in un soggetto terminale si chiama accanimento terapeutico.
L’importante è aver agito nell’ombra e contro la volontà della diretta interessata e pure dei suoi familiari!