Tremila scienziati protestano per la legge ultra-animalista che salva le cavie e uccide la ricerca

Ricercatori e docenti chiedono la revisione della “restringi-vivisezione”: «Troppi limiti, violate le direttive Ue. Regole che non si usano neanche coi bambini»

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Una bella fetta del mondo della ricerca è sul piede di guerra contro la legge “restringi-vivisezione”, approvata dalla Camera lo scorso 31 luglio, che impone nuove limitazioni alle sperimentazioni in laboratorio sulle cavie. Tante le sigle mobilitate contro la decisione del governo, da Telethon ad Airc, da Aism all’Alleanza contro il Cancro: in poche settimane sono stati più di tremila gli scienziati che hanno sotto scritto gli appelli contro questa norma. «La legge mina il progresso della scienza», è l’allarme che lanciano.

OLTRE LE DIRETTIVE UE. Secondo i ricercatori contrari alle nuove misure, il testo sotto accusa violerebbe anche i vincoli imposti dall’Europa. La “restringi-vivisezione” accoglie infatti quelle che sono le direttive emesse nel 2010 dall’Unione Europea in materia di sperimentazione sugli animali, ma introduce divieti e regole ancora più restrittivi, cosa esplicitamente esclusa da Bruxelles. La legge italiana vieta, ad esempio, l’allevamento di cani, gatti e primati, oltre agli xenotrapianti e alle ricerche sulle tossicodipendenze. Inoltre obbliga a somministrare alle cavie un sedativo per bocca prima di ogni iniezione, cosa che, spiega a Repubblica Giuliano Grignaschi dell’Istituto di ricerca Mario Negri di Milano, «non si fa neanche con un bambino».

RICERCATORI COSTRETTI A MIGRARE. La riforma, secondo gli addetti ai lavori, rischia di mettere in grave difficoltà tutto il settore della sperimentazione. «La ricerca biomedica oltre a rappresentare la speranza di vita e di una miglior qualità della stessa per milioni di persone malate, rappresenta anche una straordinaria occasione di sviluppo e di lavoro qualificato per migliaia di giovani ricercatori, altrimenti costretti a mettere a frutto altrove le competenze acquisite in Italia». Così recitava l’appello lanciato non più di tre settimane fa – quando ancora la legge era in discussione – da una decina di scienziati al ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Maria Chiara Carrozza. Ora che il testo è approvato i ricercatori minacciano di avviare una procedura d’infrazione all’Unione Europea.

LO XENOTRAPIANTO. «Da sola, quella norma cancella l’intera ricerca sulle terapie contro il cancro. L’Italia si prepari a chiudere il 60 per cento della sua attività in campo oncologico e tutti gli studi sulle staminali», avverte Pier Giuseppe Pelicci, direttore dell’oncologia sperimentale dello Ieo di Milano. Il riferimento di Pelicci è al divieto di xenotrapianto, pratica usata per sperimentare tanti trattamenti contro i tumori e che consiste nel trapianto di un piccolo numero di cellule malate dell’uomo nei roditori. La speranza è che il governo faccia un passo indietro e riabbracci la direttiva europea, equilibrata secondo tanti scienziati: «Il testo ruota attorno a due presupposti», dice sempre a Repubblica Francesca Pasinelli, direttrice generale di Telethon. «Che la sperimentazione su un essere vivente sia necessaria prima dell’approvazione di una terapia. E che salvare una vita umana sia più importante che salvare una vita animale».

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