Le tre “conversioni” di san Newman

«Intese la coscienza come dialogo con Dio». Intervista allo storico don Francesco Saverio Venuto

Don Francesco Saverio Venuto è docente di storia della Chiesa presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale Sezione di parallela di Torino. Ha scritto per EffatàIl Concilio Vaticano II. Storia e recezione a cinquant’anni dall’apertura” e sta realizzando un importante studio sul Movimento di Oxford, senza il quale non si può cogliere appieno la grandezza di John Henry Newman, divenuto santo domenica. Inoltre, don Francesco è succeduto all’insigne storico della Chiesa monsignor Renzo Savarino nella custodia della rettoria dell’Arciconfraternita della Misericordia, l’unica chiesa torinese in cui si officia la Santa Messa in latino; un luogo molto caro ai cattolici non ebbri del liberalismo modernistico tanto avversato dal cardinale inglese.

Professore, chi è e cosa ha da dirci oggi il cardinale Newman?

Per capirlo vale la pena partire dalle parole che Benedetto XVI gli dedicò nel discorso ai cardinali, arcivescovi e vescovi, prelatura romana, per la presentazione degli auguri natalizi 20 dicembre 2010: «[…] Vorrei rilevare soltanto due aspetti che vanno insieme e, in fin dei conti, esprimono la stessa cosa. Il primo è che dobbiamo imparare dalle “tre conversioni” di Newman, perché sono passi di un cammino spirituale che ci interessa tutti. La forza motrice che spinse Newman lungo il suo cammino di conversione è la coscienza. […] Per lui la coscienza è la capacità dell’uomo di riconoscere la verità». Ecco le sue “tre conversioni” sono il percorso spirituale e morale attraverso cui possiamo scorgere l’originalità della sua santità. Prima di procedere con il raccontarle, è bene approfondire il contesto familiare e storico in cui visse. Egli nacque a Londra il 21 febbraio del 1801. Venne battezzato nella chiesa d’Inghilterra, ed educato dalla sua famiglia secondo uno spirito evangelico-calvinista; perciò i cattolici gli apparivano quali idolatri al servizio dell’Anticristo, il Papa. La chiesa anglicana o chiesa stabilita, costituita sostanzialmente nella sua identità dalla separazione da Roma ad opera di Enrico VIII, e successivamente impostata sulle riforme di Edoardo VI ed Elisabetta I, ai tempi di Newman si presentava, nelle istituzioni e nello spirito, come una realtà di natura protestante con forme cattoliche, complessa e composita. Vi era una High Church, favorevole ad un’interpretazione più tradizionale e cattolica per quanto riguarda la liturgia e la dottrina, contenute nel The Book of Common Prayer (libro ufficiale per la preghiera, per l’amministrazione dei sacramenti, e contenente i fondamenti dottrinali), e tuttavia sostenitrice della supremazia del Sovrano temporale sulla Chiesa. All’estremo opposto, la Low Church si caratterizzava per una liturgia più semplificata ed evangelica, e per un impianto dottrinale più calvinista. Ma al tempo di Newman iniziava ad ottenere successo e crescenti adesioni la cosiddetta Broad Church, una corrente più propensa verso una interpretazione del dogma cristiano in senso razionalista e liberale.

E qual era la situazione dei cattolici?

In questo contesto il cattolicesimo continua a subire le angherie della clandestinità; solo nel 1829, pur rimanendo impopolare e il più delle volte anche oggetto di disprezzo, sarà civilmente legittimato con l’Atto di emancipazione. Merito di Daniel O’Connell, un avvocato irlandese passato alla storia come il “Liberatore”.

Quando e come avvenne la prima conversione?

In questo passaggio, che si può definire “alla fede nel Dio vivente”, intuizione ed esperienza, attraverso le circostanze della vita, caratterizzarono il cammino di conversione di Newman. Nel 1816, la vita di Newman fu sconvolta da due avvenimenti: il tracollo finanziario del padre e una dolorosa malattia. In particolare, il secondo evento lasciò in Newman una profonda traccia, come egli stesso ci dice in una delle sue opere più importanti Apologia pro vita sua (p. 20): «La malattia, acuta, terribile accadde quando ero un ragazzo di 15 anni, e fece di me un cristiano. […] Nel senso di isolarmi dagli oggetti che mi circondavano, di rafforzare la mia diffidenza verso la realtà dei fenomeni naturali e ancorarmi al pensiero di due, e solo due, esseri assoluti, di una intrinseca e luminosa evidenza: me stesso e il mio Creatore». Quindi, la coscienza fu la sua guida fondamentale, intesa come luogo della relazione personale con Dio.

La seconda conversione…

Quivi troviamo il superamento del soggettivismo dell’evangelicalismo e della riduzione del cristianesimo a uno stato di coscienza. Nel 1817 approdò nella prestigiosa città universitaria di Oxford, presso il Trinity College. In questo contesto, il dialogo del giovane Newman con il suo Creatore venne gradualmente a caratterizzarsi per una forte sensibilità verso la questione della verità, scopo ultimo del vivere e della crescita nella santità. In lui si rafforzò la convinzione di dover concretizzare con la sua vita una speciale vocazione; capì di essere chiamato al celibato. Nel 1822 venne nominato fellow presso l’Oriel College di Oxford e nel 1825 fu ordinato presbitero della Chiesa d’Inghilterra. L’impianto dottrinale dell’evangelicalismo che lo aveva fin qui sostenuto iniziò ad apparire a Newman riduttivo e rischioso per la natura stessa del cristianesimo, perché riduceva la fede a un’introspezione soggettiva e Cristo a una presenza semplicemente irreale. Per la prima volta iniziò a percepire la vita cristiana non soltanto come un forte ideale di perfezione personale, ma soprattutto come un evento storico nella sua vita, grazie al quale è possibile l’esperienza oggettiva di Cristo. Allontanatosi dall’evangelicalismo, nel suo percorso verso la Verità, dovette tuttavia affrontare l’incontro con un’altra dottrina travolgente e di moda per i tempi, ma che ben presto gli si rivelò essere la più infida e la più pericolosa per la fede: l’ideologia liberale, che confinava l’atto di fede alla sola sfera del sentimento e dell’irrazionale. Tentazione che fu provvidenzialmente arrestata dall’accadere di eventi dolorosi: la morte di sua sorella Mary e la sua malattia, come ricorda sempre in Apologia pro vita sua (p. 37). Nel 1828 “incontrò” nei suoi studi e lavori i Padri della Chiesa attraverso i quali riscopri la cattolicità e apostolicità della Chiesa. Tutto questo era in netto contrasto con la condizione reale della chiesa d’Inghilterra, la quale appariva a Newman dimentica della sua apostolicità e cattolicità e maggiormente propensa a identificarsi con il protestantesimo. Lo studio delle grandi questioni trinitarie che scossero nel IV e V secolo la Chiesa dei Padri condusse Newman a rendersi conto della sorprendente somiglianza tra il metodo di approccio al dato della Rivelazione da parte della scuola ariana e l’imperante liberalismo degli ambienti universitari di Oxford. Entrambe le ideologie, pur con le dovute distinzioni, utilizzavano la sola ragione come criterio ultimo di giudizio sulla Rivelazione. Queste riflessioni lo persuasero a considerare insufficiente il principio formale della rivoluzione protestante, ovvero della sola scriptura e del libero esame, dovendo così avallare l’ipotesi di una realtà (la Tradizione) e di un organo autorevole (il Magistero) che avessero garantito la relazione con il dato rivelato. Al termine del 1832 Newman accolse l’invito da parte del suo allievo Richard Hurrel Froude, suo intimo amico, per un viaggio nel Mediterraneo. In Italia e in particolare a Roma venne in contatto con il sistema romano rimanendo affascinato dalla profonda religiosità e vitalità dei cattolico. Tuttavia, di essi non sopportò alcune esternazioni religiose e devozionali, specialmente verso il Papa: a suo modo di vedere, somigliavano a forme di idolatrie pagane e superstiziose. Le occasioni di incontro con il clero cattolico destarono in lui motivi di profonda antipatia. Da Roma si spostò in Sicilia. Qui rischiò la vita a causa di una violenta febbre, tanto era indebolito il suo corpo dal profondo dolore per il liberalismo che imperversava nella sua chiesa. Ma il futuro cardinale avvertì che qualcosa di misterioso e allo steso tempo di meraviglioso bussava alla sua coscienza in pena come per indicargli un compito e una missione dai confini ancora confusi e indefiniti. Nel viaggio di ritorno Newman compose la celebre preghiera-poesia “Lead Kindly Light”. Tornato in patria e illuminato dalla “Luce gentile” capì il 14 luglio 1833 che doveva aderire con grande entusiasmo al grido di battaglia sull’apostasia nazionale dell’amico e ministro anglicano John Keble. Con questo sermone (Assize Sermon) Keble denunciò apertamente il Church Temporality Act, con il quale il Parlamento e Governo inglesi soppressero 10 diocesi in Irlanda (nate nel XVI secolo contro la maggioranza della popolazione cattolica) e impose un’imposta sul reddito del clero per il mantenimento delle chiese. Una serie di gravi ingerenze da parte del potere secolare, che svelavano che la chiesa anglicana era ridotta ormai alla stregua di un ente governativo.

Che cosa nacque da quel grido di battaglia?

Sarà fondato il Movimento di Oxford, il quale non va inteso come un’associazione ufficiale, bensì un gruppo di dissidenza eterogeneo, giacché i suoi membri avevano spesso posizioni teologiche e dottrinali diverse e contrastanti; ma un profondo desiderio li univa: liberare la chiesa d’Inghilterra dagli insidiosi tentacoli del secolarismo e del liberalismo. Tra i primi che si unirono a Newman e Keble, vi erano Froude, il migliore amico del primo ed Edward Bouverie Pusey (ministro anglicano e docente ad Oxford; quando il movimento oxoniènse si esaurirà, sosterrà l’Anglo-cattolicesimo). Iniziarono a scrivere i “Tracts for the Times” per avviare la campagna di sensibilizzazione atta a ridestare i responsabili della chiesa d’Inghilterra e tutti i suoi membri di fronte al pericolo dell’ideologia liberale. Newman e i suoi amici teorizzarono la cosiddetta Via Media, una posizione ecclesiologica alternativa sia al sistema liberale-protestante, sia a quello cattolico-romano. Si consolidava su alcuni princìpi: la conformazione al modello della Chiesa primitiva, indivisa e originaria, di cui la chiesa d’Inghilterra è uno dei rami; il fondamento dogmatico, la testimonianza della Scrittura e dei Padri; la corruzione dottrinale e pratica della Chiesa di Roma. Il giudizio contrario a quest’ultima in Newman rimase praticamente intatto e convinto, anche di fronte all’accusa di implicite simpatie verso il papismo. Nel 1839 la Via Media pareva vincente, ma qualcosa di nuovo stava per apparire all’orizzonte.

La terza conversione era vicina?

Sì, Newman stava per trovarla. Egli, ritornando sulla questione trinitaria al tempo della Chiesa dei Padri, e nello specifico sul problema cristologico, si convinse a mutare il suo giudizio su Roma e ritrattò la tesi della Via Media, rivelatasi una pura congettura mentale. Ma il punto di svolta più sconvolgente fu quello di scorgere una somiglianza tra gli eresiarchi della Chiesa antica e le autorità della chiesa anglicana: entrambi, sebbene in un contesto differente, si erano ribellati alla legittima autorità di Roma, per poter sostenere e diffondere le proprie dottrine. A lui parve ormai evidente che non esistesse differenza alcuna tra il “sistema romano”, rinnegato da movimenti eterodossi della Chiesa dei secoli IV e V, e il papato oppresso dalle accuse della rivoluzione protestante, con tutti i suoi derivati. In questo scoprì che gli anglicani e i protestanti del XVI e del XIX secolo erano i monosifiti (credono che Gesù abbia avuto soltanto la natura divina), eretici del V secolo, e i Padri del Concilio di Trento erano nel giusto come i Papi del V secolo che combattevano quegli eretici. Sì, fin da principio la Chiesa cattolica espose con radicalità le sue posizioni, né in virtù di una tradizione, né in forza di una coerenza dei suoi membri, né per una formale adesione alla dottrina, quanto piuttosto per la consapevolezza di essere di Cristo il corpo vivente, reale e presente. La coscienza di Newman fu letteralmente scossa. La Verità stava interpellando il suo desiderio, chiedendogli un sacrifico non da poco, se non addirittura un tradimento: l’abbandono della fede della sua famiglia, la rinuncia agli amici e alla sua carriera in Oxford. Newman decise di andare a fondo della questione: sarebbe rimasto nella chiesa d’Inghilterra, finché non avesse trovato la ragione ultima per abbandonarla definitivamente. Il clima universitario di Oxford divenne tuttavia sempre più rovente: le molte conversioni al cattolicesimo di giovani discepoli di Newman (tra cui il suo grande amico Froude) preoccuparono i quadri dirigenti di Oxford, mentre la componente liberale, irrigidendosi nelle sue posizioni, si andò rafforzando. A tutto questo si aggiunse un altro fattore. Gli aderenti al Movimento di Oxford si rammaricarono del fatto che i trentanove articoli di religione, testo dottrinale normativo della chiesa d’Inghilterra, fossero stati ridotti a una pura formalità per l’accesso all’università, alle cariche civili ed ecclesiastiche. Inoltre, la corrente liberale della Chiesa d’Inghilterra riteneva gli articoli di fede materia opinabile, alla quale ognuno poteva liberamente aderirvi secondo la propria coscienza: l’autorità dottrinale era così eliminata a favore di un sincretismo di posizioni perfino contrapposte. Newman rispose con un suo personale Tracts, il numero 90: con questo suo intervento fece un ultimo tentativo di interpretare in senso cattolico, ma con ancora delle riserve sulle posizioni romane, l’impianto dottrinale della chiesa d’Inghilterra: il valore oggettivo e vincolante dei suoi dogmi, l’apostolicità della chiesa, la validità e legittimità dei suoi ministeri, l’efficacia dei suoi sacramenti, l’autonomia dello Stato. L’impresa fallì, perché i vescovi anglicani si opposero ferocemente a lui. E a peggiorare la situazione arrivò la nomina del vescovo di Gerusalemme: il governo britannico e quello prussiano trovarono un accordo di alternanza tra un anglicano, un luterano e un calvinista per la sede episcopale: la chiesa inglese dimostrava così la sua natura protestante. Una profonda crisi lo avvolse inducendolo a guardare a Roma come unica garante di un’autentica fedeltà alla Rivelazione. Newman nel 1842 si congedò dalla sua amata Oxford, recandosi in un vicino sobborgo, Littlemore, dove anni addietro aveva svolto la missione pastorale di ministro anglicano. In questo luogo a lui caro visse in condizione monastica fino al 1845, superando l’ultimo ostacolo che lo tenevano lontano da Roma: la presenza di pratiche e dottrine assenti nella Chiesa primitiva e aspetti di errore di peccato. Alla luce di questi dubbi compose il suo capolavoro storico-teologico Lo sviluppo della dottrina cristiana; e oggetto principale della sua riflessione fu la Chiesa e la sua dottrina: di essa comprese pienamente che si trattava non di istituzione formale e avulsa dalla storia, ma di una realtà reale come un copro vivente. La Chiesa cattolica romana è un corpo vivente: in essa erano verificabili l’unità con la sua origine e i suoi fondamenti e lo sviluppo come un conservarsi attraverso l’avvicendamento dei secoli; essa come una realtà vivente accresce nel tempo la consapevolezza del proprio depositium fidei.

In quale giorno la Provvidenza bussò alla sua porta?

La sera piovosa dell’8 ottobre 1845, quando il padre passionista Domenico della Madre di Dio (Barberi il cognome) si presentò a lui. Questo padre, che voleva convertire tutti gli inglesi, fallì nel suo nobile intento ma portò nel seno della Chiesa romana – dopo aver ascoltato la sua lunga confessione generale – il più illustre membro del cattolicesimo rinascente dell’Inghilterra del XIX secolo. «Gioia e sofferenza si alternarono – asserì Newman -. Come protestante la mia religione mi sembrava misera non però la mia vita. E ora, da cattolico, la mia vita misera, non però la mia religione» (Autobiographical writings, p. 254). Entrò a far parte degli oratoriani di San Filippo Neri, il cui approccio pastorale gli appariva più confacente all’indole britannica. Grazie all’Atto di emancipazione del 1829 e al ripristino della gerarchia cattolica britannica, a opera di Pio IX nel 1850, poté fondare nel 1848 l’Oratorio di Birmingham. In questo importante luogo di missione, in una delle città più industriali del Regno Unito, portò anche la sua biblioteca, che dopo diversi anni verrà consultata da un altro grande cattolico inglese, J.R.R. Tolkien. Vale la pena ricordare, a questo punto, che si convertirono grazie a Newman pure: G.K. Chesterton, Marshall, Benson, Greene. In seguito, proverà a fondare – tra il 1854 e il 1858 e su richiesta dei vescovi irlandesi – l’università cattolica a Dublino. Purtroppo l’esperienza si chiude in breve (lui voleva un’università che fosse lievito culturale nel mondo e non solo luogo di formazione di professionisti cattolici). Si “scontrò” anche con il suo episcopato sulla necessità della preparazione dei laici come testimoni con competenza e forza della fede. Di fatto non trovò aiuto contro l’avversario di una vita, il liberalismo teologico, che confinava nell’intimismo e nell’irrazionale la fede. Dunque, il padre Newman non trovò solo gioie nella “nuova vita”. Egli dovette affrontare pure le accuse di tradimento dai suoi vecchi amici anglicani e la diffidenza di non pochi cattolici, che lo vedevano come un cavallo di Troia dei protestanti. Fu anche per questo che nel 1864 scrisse il già citato Apologia pro vita sua. Ma la Provvidenza non gli fece mancare il suo appoggio. Durante il Concilio Vaticano I (24 aprile 1870) fu chiamato in qualità di perito da Pio IX e il 12 maggio del 1789 Leone XIII lo elevò alla dignità cardinalizia. La mattina di quel giorno, il Padre Newman si recò al Palazzo della Pigna, residenza del Card. Howard, che gli aveva messo a disposizione il suo appartamento per ricevere il messo del Vaticano, latore del Biglietto con il quale il Cardinale Segretario di Stato lo informava dell’”elevazione”. Dopo che il latore lo ebbe informato che Sua Santità lo avrebbe ricevuto il mattino seguente in Vaticano alle dieci, per il conferimento della Berretta, il neoeletto cardinale rispose con quello che è passato alla storia come il “Biglietto Speech”. Esso merita di essere letto per intero, perché è il testamento spirituale del futuro santo John Henry Newman. Un documento prezioso, poiché “profetico” e in grado di evidenziare chiaramente l’intero cammino compiuto dal Beato, ovvero un’intera vita offerta alla causa della Verità: castitas animi in veritate servanda est (Sant’Agostino, De mendacio, VII,10); e in contrasto con l’ideologia liberale.

Foto Ansa