Le colpe di mio fratello ricadano su di me

Il grande teologo Jean Daniélou si fece carico dei peccati dell’amato fratello omosessuale Alain fino al punto di «desiderare di essere disonorato». Fu accontentato

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Articolo tratto dal numero di Tempi di ottobre (attenzione, di norma l’accesso agli articoli del mensile è riservato agli abbonati: abbonati subito!)

La verità non è solo trasparenza. Non è appena un “dirsela tutta”. La verità, scrive Pier Paolo Bellini nelle pagine precedenti, è una relazione che può arrivare a costare perfino il sacrificio di sé. Difficile immaginare in che modo si possa declinare tutto questo davanti a un tema divisivo come l’omosessualità. Di solito viene più facile schierarsi: buoni di qua, cattivi di là. Forse però, un aiuto a superare la logica delle opinioni con la forza della relazione può venire dalla formidabile testimonianza di Jean Daniélou. Da una piega poco conosciuta della vita di questo grande teologo dimenticato che in un certo senso rende ancora più sconvolgente il caso della sua morte, illuminandolo come un sacrificio anche più radicale di quanto apparve all’epoca.

Figlio di un politico mangiapreti e di una donna di fede operosa, accostato meritatamente a giganti del pensiero cristiano moderno come Joseph Ratzinger, Jean Daniélou fu uno dei più ascoltati periti del Concilio Vaticano II, animatore, con il confratello gesuita Henri De Lubac, della riscossa della teologia del secondo Novecento. Creato cardinale nel 1969 da papa Paolo VI, fu stroncato da un infarto nel 1974 mentre si trovava a casa di una prostituta di nome Mimì Santoni. I giornali non esitarono a scatenargli contro un linciaggio furibondo e il suo nome fu rapidamente seppellito nel silenzio. Anche da parte dei suoi compagni gesuiti, i quali non gli avevano mai perdonato l’intervista alla Radio Vaticana con cui due anni prima (1972) il cardinale aveva in pratica sancito una tacita rottura con loro, parlando di «una crisi molto grave della vita religiosa», peggio: una «decadenza» provocata da «una falsa interpretazione del Vaticano II».

La Compagnia però sapeva benissimo come stavano le cose. Tutte quelle calunnie sulle circostanze della morte di Daniélou erano, appunto, solo calunnie. Quel giorno il cardinale si era recato da Mimì per portarle i soldi necessari a pagare un avvocato che tirasse fuori dal carcere il marito di lei. Altro che scappatella. L’insigne intellettuale in gran segreto spendeva se stesso e spendeva del suo per soccorrere i derelitti. Eppure fu trasformato in zimbello, un imbarazzo da relegare nell’oblio, pagando carissima la sua dedizione a Cristo incarnato negli ultimi. Fu peggio che un martirio: fu una totale umiliazione.

IL DONO TOTALE

Ma in fondo è quello che Daniélou aveva sempre sperato, se così si può dire. I suoi Diari spirituali sono una continua implorazione della croce: «O, Gesù, dammi il tuo cuore come cuore di prete», annotava già nel 1936, quando era ancora uno studente di teologia. «E ovunque, Gesù, con tutti, donami un cuore misericordioso che apra i cuori. Che il mio crocifisso mi richiami senza sosta la doppia lezione del completo distacco di colui che non è più se non di Dio e dell’amore infinito, fino alla morte, fino al dono totale, per gli uomini». Fu accontentato.

Sempre nei Diari spirituali, pubblicati vent’anni dopo la morte di Daniélou, c’è una traccia, discreta, di un’altra testimonianza di questo tipo. È stata riportata alla luce nel 2015 da un convegno organizzato alla Pontificia Università della Santa Croce a Roma, opportunamente valorizzato dal vaticanista Sandro Magister (opportunamente non solo perché l’ateneo dell’Opus Dei è tra le poche istituzioni cattoliche impegnate nella riscoperta della figura di Daniélou, ma anche perché i Diari , come tutte le opere del cardinale, sono ormai praticamente introvabili).

Aveva un fratello omosessuale il cardinale Daniélou. Si chiamava Alain ed era anche lui una celebrità intellettuale all’epoca, sebbene di segno assai diverso. Oltre a essere un luminare delle culture e delle religioni orientali (induismo in particolare), era una specie di proto-icona arcobaleno: erano appena gli anni Quaranta e Alain aveva già un “compagno di vita”, il fotografo svizzero Raymond Burnier. Ci si può immaginare che Jean Daniélou non abbia mai fatto sconti alle scelte di vita di Alain, e però, come ha notato per il blog di Magister padre Jonah Lynch, tra i promotori del convegno, «nei Diari sono toccanti le pagine in cui Jean Daniélou offre la propria vita per la salvezza del suo fratello omosessuale Alain, mentre a sua volta quest’ultimo, nel Chemin du labyrinthe, rende omaggio a Jean e al suo amore sincero, pur non condividendo le sue posizioni. Si vede risplendere nella vita del cardinale un approccio “pastorale” e delicato, un genuino amore evangelico, che tanto va di moda adesso, ma assieme al prezzo altissimo che tale amore esige. In Jean Daniélou l’amore ai lontani non era cosmesi, ma una realtà che valeva persino il martirio».

Avrebbe dato tutto Daniélou per quel fratello disperso, non solo il sangue ma anche una cosa che per gli uomini del suo calibro vale perfino di più: la reputazione. A un certo punto, per diverso tempo, a partire dal 1943, il cardinale si mise a celebrare ogni mese una Messa per gli omosessuali. O meglio: per la salvezza delle loro anime. Aveva in mente Alain. E offrirgli una Messa, per il cardinale francese, non era un gesto di cortesia a costo zero, non era come recitare una preghiera distratta. Si legge nei Diari spirituali: «Considererò la mia vita come non inutile se a motivo di essa l’anima di Alain è salvata», anche se «non conosco la misura dell’immolazione che Dio desidera da me per questo».

Al pensiero del fratello avviato sulla strada sbagliata si struggeva letteralmente Daniélou: «Gesù, ho capito che non vuoi che io distingua i miei peccati dagli altri peccati del mondo, ma che io entri più profondamente nel tuo cuore e mi consideri responsabile dei peccati delle persone che vorrai: quelli di Alain, di chiunque piacerà a te. Mi fai sentire, Gesù, che devo scendere ancora più giù, prendere con me i peccati degli altri, accettare di conseguenza tutti i castighi che essi attireranno su di me dalla tua giustizia e in modo particolare il disprezzo delle persone per le quali offrirò me stesso. Accettare, anzi, desiderare di essere disonorato, anche agli occhi di quelli che amo. Accettare le grandi abiezioni, di cui non sono degno, per essere pronto almeno ad accettare le piccole. Allora, Gesù, la mia carità assomiglierà a quella con cui mi hai amato».

IL DISPREZZO E LA SALVEZZA

Come detto, questo disonore quasi agognato per amore sarebbe arrivato, e in maniera irreparabile agli occhi del mondo. Agli occhi di Dio, chissà. Si sa invece come questa segreta immolazione del cardinale apparve agli occhi del fratello Alain. È scritto in una pagina bellissima della sua autobiografia:

«Jean fu sempre con me di una gentilezza perfetta. Per tutta la sua vita conservò un rimorso per il modo in cui la famiglia mi aveva trattato e lasciato senza sostegno. L’ha detto spesso ad amici comuni. Quando il mio amico Raymond morì, confidò a Pierre Gaxotte, nei corridoi dell’Accademia di Francia, di essere tristissimo, pensando che io ne fossi profondamente colpito.

Essere nominato al rango di cardinale fu per Jean una liberazione. Era finalmente libero dalla costrizione gesuitica di cui aveva sicuramente sofferto. Gli ultimi anni della sua vita furono i più felici.

La sua morte e lo scandalo da essa provocato, quando lui era diventato una delle maggiori figure della Chiesa, è stata una specie di vendetta postuma, uno di quei favori fatti dagli dei a quelli a cui vogliono bene. Se fosse morto qualche momento prima o dopo, o se avesse fatto visita a una signora del sedicesimo arrondissement col pretesto di opere di beneficenza, invece di portare i proventi dei suoi scritti teologici a una povera donna bisognosa, non ci sarebbe stato nessuno scandalo.

Da sempre Jean si era dedicato alle persone malviste. Aveva, per un certo periodo, celebrato una messa per gli omosessuali. Cercava di aiutare i detenuti, i delinquenti, i ragazzi in difficoltà, le prostitute. Ho ammirato profondamente questa fine di vita simile a quella dei martiri, il cui profumo sale al cielo tra l’obbrobrio e i sarcasmi della folla.

È morto come muoiono i veri santi, nell’ignominia, nei sogghigni, nel disprezzo di una società astiosa e vile. Negli ultimi anni della vita di mio fratello, abitavo vicino a Roma ed ero, nell’opinione del clero, un apostata di un certo rilievo. C’era chi ci confondeva l’uno con l’altro e alcuni critici avevano persino attribuito a mio fratello il mio libro L’Érotisme divinisé, dicendo: “Si sa della libertà di spirito dei gesuiti, però…”. Mio fratello provvide a dimostrare che lo scandalo non è dato dalle nostre credenze o dai nostri atti ma dall’ironia degli dei, che ridono di queste accozzaglie di regole di vita e di cosiddette “verità che bisogna credere”, di cui gli uomini attribuiscono a loro la paternità».

L’altro Daniélou, il cardinale, il grande teologo gettato nella polvere, scaricato dagli amici, dimenticato da tutti, l’aveva già riassunta molto tempo prima questa storia, con le parole buttate giù a trent’anni in una stanzetta nella casa di vacanza dei gesuiti a Penboc’h: «Qui risiede lo spirito autentico della mia vocazione: consacrarsi; non ricevere in cambio che disprezzo; eppure attraverso di ciò condurre alla salvezza quegli stessi che ti disprezzano».

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