Le 300 ragazze rapite sono il salto di qualità di Boko Haram: «Vogliono essere considerati terroristi globali»

Guido Olimpio, giornalista del Corriere della Sera esperto di terrorismo, spiega a tempi.it la strategia degli islamisti, che continuano a rilasciare video e messaggi: «Diffondono l’idea di essere soli contro il mondo»

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Attentati e propaganda. Con il rapimento delle circa 300 studentesse nigeriane di Chibok, Boko Haram sta finalmente per raggiungere un obiettivo che insegue dal 2009: «Accreditarsi come gruppo globale e non semplicemente locale. Vogliono essere terroristi internazionali e non solo del nord-est della Nigeria», dichiara a tempi.it Guido Olimpio, giornalista del Corriere della Sera ed esperto di terrorismo.

Da quando hanno rapito le ragazze, provocando lo sdegno di tutto il mondo, gli islamisti rilasciano video in continuazione. Si stanno facendo pubblicità?
Come tutti i gruppi terroristici, anche Boko Haram affianca una intensa attività di propaganda a quella militare. Bisogna dire che loro hanno ampliato le loro operazioni terroristiche in maniera esponenziale. È un incremento che ha colto tutti di sorpresa. Ora accompagnano ai massacri messaggi video e altre informazioni per mandare un segnale a tutto il mondo.

Quale?
Che non bisogna considerarli solo degli attori locali ma regionali e addirittura internazionali. Non vogliono essere i ribelli della Nigeria ma terroristi globali e per ottenere questo la propaganda delle ultime settimane è fondamentale.

Sta dicendo che i terroristi sono vanitosi?
Certo, Boko Haram ha grandi ambizioni: vuole presentarsi come un nemico degli Stati Uniti perché più il nemico è grande e più si diventa importanti. Per usare il linguaggio di Al Qaeda, considerano come primo nemico non quello vicino, ma quello lontano.

Hanno legami con Al Qaeda?
Si è molto discusso sul ritrovamento di alcune carte nel compound di Abbottabad che confermerebbero un finanziamento di Bin Laden a Boko Haram. Ma questo è il passato. Sicuramente hanno collaborato di recente con Aqim (Al Qaeda nel Maghreb islamico) e con i gruppi del nord del Mali ma se hanno condotto un attentato di così vasta scala, come il rapimento delle ragazze, è perché vogliono diventare il principale faro terroristico nell’area subsahariana. Come ogni gruppo, l’Isil ad esempio, sono gelosi della loro bandiera e del loro logo: vogliono andare per la loro strada.

L’obiettivo di Boko Haram è sempre cacciare i cristiani dal nord della Nigeria per farne un emirato islamico?
Sì: anche loro vogliono avere un territorio, un santuario, un emirato da cui partire per condurre altre operazioni. Hanno l’ambizione di diventare in Nigeria un contro-potere rispetto allo Stato, che dimostrandosi debole e inefficace li aiuta molto.

Con l’aiuto della comunità internazionale la vicenda delle ragazze rapite potrebbe andare a buon fine?
Dipende che cosa significa. Gli ostaggi possono essere liberati accettando in cambio di rilasciare altri terroristi o pagando un riscatto. Il governo a parole ha detto che non farà mai niente del genere, ma sappiamo come vanno a finire queste cose. Liberare le ragazze con un blitz poi è difficile: quando ci sono così tanti ostaggi è dura fare un’operazione militare, c’è il rischio di sacrificare tante vite e non so come il governo di Jonathan potrebbe giustificarlo. Bisogna anche dire però che quando era in ballo la liberazione del nostro ostaggio italiano Franco Lamolinara (rimasto ucciso nel 2012, ndr), il governo nigeriano non si è fatto scrupoli a intervenire, anche a rischio che il rapito perdesse la vita. Come alla fine è successo.

Tutto il mondo, opinione pubblica compresa, si sta mobilitando per le ragazze rapite. Così si fa il gioco di Boko Haram, che cerca di farsi vedere?
L’aiuto internazionale può essere utile da una parte per scoprire dove sono situati gli ostaggi e per fare pressione sui terroristi, per far capire che il mondo è compatto nel rispondere. Dall’altra però non bisogna fare il loro gioco e dare l’idea che sono soli contro il mondo. Ecco perché l’intervento dovrebbe essere soft, quasi invisibile, per non dare l’idea che una grande coalizione combatte un piccolo gruppo, facendolo così diventare “grande”.

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