Lavoro, «una realtà meno rosea di quella dipinta da molti» (Renzi, per esempio)

«Con il Jobs Act l’Italia riparte», ha esultato Renzi. Ma a ben vedere i dati Istat sembrano dare ragione alle analisi preoccupate degli studiosi di Adapt

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Pubblichiamo la rubrica di Pier Giacomo Ghirardini contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Secondo i dati provvisori diffusi dall’Istat il 30 ottobre, dopo la crescita registrata negli ultimi tre mesi (pari a 166 mila occupati tra giugno e agosto), a settembre 2015 la stima degli occupati è diminuita dello 0,2 per cento (-36 mila unità). Guardando infatti ai dati destagionalizzati – gli unici che consentono un confronto fra mesi contigui perché depurati, appunto, dagli effetti dei fenomeni di stagionalità – gli occupati sono tornati a diminuire passando da 22 milioni 581 mila a 22 milioni 545 mila unità. I dati più recenti mostrano quindi che gli occupati sono in calo e tale calo riguarda sia i dipendenti (-26 mila) sia gli indipendenti (-10 mila).

Certo, non si tratta di una catastrofe, ma questa informazione congiunturale non può giustificare la soddisfazione con cui il governo ha salutato l’ultimo rilascio dei dati mensili sulle forze di lavoro: «Il Jobs Act ha restituito credibilità a livello internazionale, ma soprattutto ha creato opportunità e posti di lavoro stabili. È la volta buona, l’Italia riparte», ha commentato il premier.

A ben vedere ciò che ha offerto il pretesto per questa esultanza è che il tasso di disoccupazione (pari all’11,8 per cento) è calato di un decimo di punto percentuale rispetto ad agosto: una grande notizia nel paese della crescita dello “zero virgola”. Ma il punto, come ci confermano i dati Istat di settembre, è che i disoccupati rimangono tuttora solidamente attestati sopra i 3 milioni di unità (3 milioni e 16 mila, per la precisione), e che l’assai limitata erosione di questa montagna parrebbe dipendere più dallo scoraggiamento di chi smette di cercare lavoro perché ha la quasi certezza di non trovarlo che dalla ripresa di cui si parla così tanto. L’Istat mostra come la stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (ossia chi non lavora né cerca lavoro, benché in età da lavoro) sia aumentata a settembre dello 0,4 per cento (ben 53 mila inattivi in più in un solo mese).

Verrebbe da chiedersi se non abbiano per caso ragione gli studiosi di Adapt (la scuola fondata da Marco Biagi), che parlano di una «realtà meno rosea e lineare di quella dipinta da molti osservatori negli ultimi mesi» e sottolineano come siano stati «spesi 15 miliardi di euro (forse 20) per non incidere in alcun modo sulla vera priorità italiana, anche in termini di produttività, e cioè incrementare il numero di occupati».

Un’opinione peraltro condivisa da Maurizio Sacconi, presidente della Commissione lavoro del Senato, che rimarca infine che «la produttività si fa con le nuove tecnologie e collegando ad essa i salari». Saranno impressioni di settembre.

Foto Ansa