Mercato del lavoro, «la riforma Fornero non ha inciso sui comportamenti delle aziende»

L’analisi di Gi Group conferma che la maggior parte delle imprese ritiene che la legge 92/2012 non abbia apportato alcun cambiamento.

La riforma del mercato del lavoro targata Elsa Fornero non ha incentivato il ricorso ai contratti a tempo indeterminato. A poco più di un anno dall’entrata in vigore della legge 92/2012, uno studio della fondazione Gi Group Academy per lo sviluppo e la diffusione della cultura del lavoro ha confermato quello che già più soggetti, dagli imprenditori agli addetti ai lavori, avevano pronosticato. E cioè che: «Se l’effetto immediato di applicazione della riforma registrato nei primi sei mesi dalla sua entrata in vigore, era stato una riduzione dei contratti a progetto (-20,2 per cento), un aumento dei contratti a tempo indeterminato (+8,2 per cento) e dei contratti di apprendistato (+3,2 per cento), l’ultima survey di Gi Group Academy mostra un sostanziale annullamento di tali effetti». Con i comportamenti delle imprese che, «dal punto di vista delle scelte contrattuali, sono tornati ad essere simili alla situazione da cui si partiva».

Ecco le principali evidenze emerse dalla rilevazione di Gi Group condotta su 350 aziende:

– La maggior parte delle imprese ritiene che la riforma non abbia apportato alcun cambiamento rispetto alle aree (flessibilità in entrata, contrattazione di secondo livello, gestione dell’uscita, politiche attive e ammortizzatori sociali) verso le quali avrebbe dovuto esercitare un impatto positivo, né dal punto di vista dell’efficacia né dal punto di vista dell’efficienza;

– Per quanto riguarda la gestione della flessibilità in entrata, il 43,6 per cento delle aziende intervistate ritiene che non vi sia stato nessun cambiamento, contro un 40,2 per cento che anzi ritiene vi sia stato un peggioramento e solo un 16,2 per cento per il quale vi è stato un miglioramento;

– L’ambito all’interno dell’impresa rispetto al quale la Riforma ha esercitato l’impatto maggiore è rappresentato dalla flessibilità in ingresso (49,9 per cento degli intervistati), seguita dalla gestione della flessibilità in uscita (18,5 per cento) e dall’utilizzo di ammortizzatori sociali (16 per cento);

– Non si riscontrano variazioni evidenti rispetto al numero di aziende che utilizza i diversi tipi di contratto. Diminuiscono solo le realtà che ricorrono agli stage (-5,2 per cento) e ai contratti di collaborazione a progetto (-3,7 per cento);

– Solo il 23,4 per cento delle imprese sostiene di aver compiuto, a seguito della Riforma, delle trasformazioni di contratti non a tempo indeterminato. In particolare, nel 73,2 per cento dei casi si è optato per altre forme flessibili (tempo determinato 25,6 per cento, contratti di apprendistato 14,6 per cento, co.co.pro. e partite Iva 12,2 per cento, somministrazione a tempo determinato 8,5 per cento, altro 12,2 per cento) mentre, solo nel 26,8 per cento dei casi si è optato per contratti a tempo indeterminato;

– Il 56,4 per cento delle aziende dichiara di aver gestito almeno un inserimento nel I semestre 2013. Questa percentuale risulta più bassa di 4,9 punti rispetto a quella registrata nello stesso periodo del 2012 (61,3 per cento). Mentre analizzando il periodo da luglio 2012 ad oggi sono state inserite 29.349 persone, di cui il 45,3 per cento (13.305 persone) con contratti di lavoro subordinato (tempo indeterminato, tempo determinato e apprendistato).

La riforma Fornero, cui «va riconosciuta la capacità di aver agito su alcuni temi apicali del mercato del lavoro, come l’articolo 18, le politiche attive, la stretta sulla cattiva flessibilità», è stata fatta «in condizioni di emergenza», commenta Stefano Colli-Lanzi, Ceo di Gi Group. E «il risultato è una riforma che non ha inciso, dopo un anno dalla sua approvazione, sui comportamenti delle aziende. Questo è di per sé già un risultato negativo». E ha aggiunto: «Abbiamo bisogno di istituzioni che sappiano guardare oltre il breve periodo, esprimano visioni di lungo termine e sappiano incidere sui comportamenti; altrimenti come è successo con il recente pacchetto lavoro, rischiamo di dare non solo messaggi di breve respiro, ma anche contrastanti tra loro: si pensi per esempio alla marcia indietro fatta sul contratto a tempo determinato».