«L’austerity? L’hanno voluta i governi per evitare scelte politicamente più costose»

Intervistato oggi dalla Stampa, Lorenzo Bini Smaghi (ex Bce) spiega che gli Stati europei hanno scelto una via di comodo per evitare di fare quel che davvero serve: le riforme

L’eccesso di austerità non è altro che una scelta, di comodo, dei governi. E che, oltretutto, non serve a nulla. Già, perché quello che l’Italia ha più di tutto bisogno in questo momento sono le riforme strutturali, che ancora tardano a venire. A parlare di austerità e crescita è Lorenzo Bini Smaghi, economista e già membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea, in un’intervista oggi a La Stampa. E non è l’unico: anche Leonardo Becchetti, docente di economia politica all’Università Tor Vergata di Roma, nell’editoriale in prima pagina di Avvenire scrive, senza mezzi termini, che «il rigorismo è controproducente».

AUSTERITA’. «L’austerità come oggi la viviamo in Europa è una scelta compiuta dai governi per evitare scelte politicamente più costose, quelle di fare profonde riforme capaci di rendere più competitive le economie», ha detto Bini Smaghi. Ma come, non era stata proprio la Bce a chiedere, nei dieci punti della famosa lettera all’Italia, più rigore? «Se guardiamo la lettera che la Bce scrisse al governo italiano nell’agosto 2011 – risponde Bini Smaghi – le riforme strutturali stanno al primo posto». La stretta di bilancio, invece, «viene dopo; però in sostanza è stata realizzata solo quella».

UMORE DEI MERCATI. E il campanello d’allarme suonato a lungo da uno spread impazzito e alle stelle? Secondo Bini Smaghi, «la fiducia dei mercati la si sarebbe potuta riconquistare anche con meno tasse e con più riforme». Quali? «Liberalizzazioni, mercato del lavoro, amministrazione pubblica, giustizia». Che sono state evitate perché, «in un primo momento, sono ancora più impopolari delle tasse».

CHIUSI. I nodi strutturali dell’Italia, invece, sono sempre quelli: «La bassa crescita e un eccesso di spesa pubblica: finché non li si affronta con decisione l’umore dei mercati può sempre cambiare». Mentre «non serve a nulla chiedere all’Europa d i risolvere problemi che derivano dall’incapacità dei sistemi politici nazionali di modernizzare le economie». L’Italia, infatti, «si è chiusa economicamente e culturalmente al resto del mondo». È una tendenza da «invertire».

CALCOLI. A confermare, inoltre, che il rigore non è «di per sé espansivo» e che non è affatto vero che «i sacrifici automaticamente fanno ripartire la crescita» è uno studio americano di Herdon, Ash e Pollin. Lo ha ricordato Becchetti sull’Avvenire: la loro ricerca, dati alla mano, «confuta radicalmente i risultati di due guru del rigore come Reihnard e Rogoff». Come? Semplice: «Le conclusioni di Reihnard e Rogoff dipendono da errori di imputazione sui fogli elettronici su cui sono stati condotti i calcoli».