Là dove Dostoevskij scende in profondità, Guthrie ti porta via, in una corsa a cavallo, dentro la vastità. È in quella ampiezza che va cercato, se c’è, il Dio della letteratura americana
Se hai bisogno di andare lontano, se ancora cerchi la libertà, se sogni di viaggiare in una pianura sterminata sotto un cielo che hai visto poche volte nella vita, se la scoperta è la soddisfazione più grande, ecco, se hai bisogno di tutto questo, allora devi leggere Il grande cielo.
Alfred Bertram Guthrie ha scritto questo romanzo nel 1947 con la certezza di chi conosce ciò che racconta. Tre anni dopo vinse il Pulitzer con il seguito, Il sentiero del West. Non è oggi famoso come John Steinbeck, anche se qualcosa li unisce, se non altro il fatto che il primo ha vinto il Pulitzer pochi anni prima di lui con La valle dell’Eden.
Il filo che corre da Guthrie a Steinbeck
Per Guthrie, che ambienta il suo romanzo un secolo prima di Furore, la frontiera è ancora una prateria intatta. È Steinbeck a sancire il fallimento del sogno americano sulla Route 66: non esiste nessuna fortuna a ovest, al massimo, durante il viaggio, si può trovare qualche lampo d’umanità.
C’è un filo che corre da Guthrie ...
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