«L’America era già cambiata. Trump l’ha capito per primo»

Per Walter Russell Mead «ha saputo leggere la disillusione e le difficoltà degli americani, stufi di globalizzazione e interventismo repubblicano»

Donald Trump

«Donald Trump ha capito prima degli altri quanto la disillusione degli americani fosse grande». Dichiara così al Figaro Walter Russell Mead, noto accademico americano che ha insegnato, tra le altre cose, politica estera americana alla Yale University. Il docente analizza il fenomeno Trump e spiega che non è «la causa» dei problemi americani che si vedono oggi, dall’isolamento internazionale allo scontro commerciale con la Cina fino alle tensioni razziali, ma un sintomo di quei problemi innescati da globalizzazione e rivoluzione informatica.

LA DISILLUSIONE DEGLI AMERICANI

Trump, spiega il professor Mead, «ha una visione del sistema internazionale estremamente diversa da quella contenuta nelle teorie politiche» e se ha vinto le elezioni di quattro anni fa, e potrebbe vincere di nuovo, c’è una ragione ben precisa che niente ha a che fare con gli hacker russi:

«Ciò che lui ha compreso molto prima di tutti gli altri è che la coalizione repubblicana che era prevalsa dal 1981 fino alla fine della presidenza di George W Bush, formata da un’alleanza tra globalisti per il libero scambio e neoconservatori interventisti, non funzionava più. L’elettorato che io chiamo jacksoniano non ha mai avuto interesse per spendere i soldi dei contribuenti per cambiare paesi lontani come il Kazakistan. La disillusione creata dagli accordi di libero scambio, l’idea che la Cina si approfittava dell’ingenuità americana, il fatto che il reddito reale crollava, tutto questo ha accelerato un cambiamento importante. Questo cambiamento è stato differito dagli attacchi dell’11 settembre, ma è dal 2008 che gli americani hanno perso qualunque tipo di fiducia nella loro capacità di democratizzare il mondo. Trump ha capito tutto questo prima degli altri».

«TRUMP È UNA FORMIDABILE FORZA POLITICA»

Che Trump rifletta un cambiamento del sentire del popolo americano, e non ne sia la causa, è anche confermato dal fatto che «se ai voti del presidente aggiungete quelli di Sanders, ecco che la maggioranza degli americani ha chiaramente rotto con l’ortodossia delle generazioni precedenti. Il fatto che malgrado tutto Trump continui a raccogliere il 42-43% del sostegno popolare, la dice lunga sulla qualità della sua intuizione. Non dico che vincerà di nuovo a novembre. Ma sarebbe totalmente sbagliato non capire che Trump è una formidabile forza politica».

LE ÉLITE DEGLI ILLUMINATI

Il docente di relazioni internazionali spiega anche che «Trump non è razzista e molti afroamericani votano per lui». Se è «dipinto come il diavolo» è perché «esiste in America, come in Europa, questa attitudine che nasce da alcune élite che credono che alla testa del governo debbano esserci soltanto manager progressisti e illuminati che prendono decisioni sulla base di calcoli razionali e regolamenti scrupolosamente definiti. Ma Trump non crede a tutto ciò. Il suo stile politico mi ricorda quello del 19esimo secolo».

L’elemento preoccupante del modo di fare politica del tycoon è che «non ne rispetta le regole e i costumi. Questo è un precedente pericoloso. Ma il fatto è che la società sta mutando profondamente. La rivoluzione informatica non poteva portare a cambiamenti dolci e pacifici. Stiamo entrando in un’era tempestosa, ma Trump è il sintomo, non la causa. L’ha capito prima degli altri».

Foto Ansa