La voce di Pavel Florenskij
La vita non ci aspetta,
la vita reclama le sue esigenze,
e ora non si potrà più restare
semi-credenti o semi-ortodossi
come la maggior parte di noi,
ma è necessario raccogliere
tutte le forze dell’anima
in vista di un unico fine:
per servire la Chiesa,
per difendere la Chiesa
e chi lo sa,
forse per il martirio.
Pavel Florenskij 1906
Giunge ancora la voce del detenuto
trecentosessantotto, uno dei
cinquecentonove condannati,
prelevati dal bordo glaciale delle Solovki
una sera brumosa di ottobre,
e destinati alla città di Lenin,
quasi tutti avendo già addosso
la tagliola della morte.
Non si è ancora spenta,
né credo mai si spegnerà
la voce che dice,
se qualcuno la raccoglie
per farla circolare ancora,
tra i vivi che sono di qua
e i vivi che hanno passato il confine,
proprio quello dal quale
nullu homo vivente pò skappare.
È una voce che pensa
la voce di Pavel,
classe 1882,
azero di nascita
ma armeno di stirpe,
trapiantato ancora fanciullo
nella terra dell’uomo d’acciaio,
quello dalle dita tozze
come vermi grassi.
Una voce che pensa
e pensando scrive,
poco più che ventenne,
al vescovo Antonij:
Qui non c’è Cristo.
Pensando dentro di sé
questo scrive:
Qui non c’è Cristo.
E parla dei suoi
della sua stessa famiglia,
non conoscerei una famiglia
più perfetta della nostra;
i miei genitori sono caratterizzati
da una grande bontà,
da una costante disponibilità
ad aiutare gli altri,
assai tolleranti
nei confronti di qualsiasi
convinzione religiosa,
a patto che restasse
pura teoria.
Una famiglia quieta,
tutta dedita a sé stessa,
tutta impegnata
per il bene dei figli:
Decisamente tutte le forze dei genitori
sono sempre state spese per noi,
e tutti i loro pensieri
sono sempre stati rivolti
a come far sì
che noi potessimo avere
la migliore istruzione,
la migliore educazione,
i migliori divertimenti,
e via dicendo.
(…)
Ed ecco,
dopo che tutta la vita
era stata interamente spesa
per fare della famiglia qualcosa di unico,
perché questo era il sogno dei genitori,
dopo che fummo cresciuti,
i genitori videro,
con il più totale sconforto,
che la famiglia si disfava.
Come pare disfarsi il mondo,
le cose del mondo,
e le famiglie del mondo.
La vita stessa del mondo
e delle sue creature.
Non è sufficiente
aver cercato di essere buoni,
o di stare buoni,
in mezzo a quelli che fanno i cattivi,
perché mi interroghi
su ciò che è buono?
Uno solo è buono.
Non basta essere tolleranti
in mezzo a quelli
che tolleranti non sono,
o lo sono fin troppo.
Né aver cercato per i figli
le scuole migliori,
i vestiti più confortevoli,
le case più confortevoli,
abitate da mogli e mariti
entrambi confortevoli,
piene di figli confortevoli,
o cani o gatti o conigli,
tutti quanti confortevoli,
consumando cibi e bevande
confortevoli.
Né è sufficiente non litigare
nel mezzo delle guerre,
per fare di sé un buon esempio
per tutti.
Nella famiglia di Pavel
non c’era guerra:
Non è che ci fossero litigi;
questo proprio non c’era,
semplicemente non c’era unità,
non c’era nulla che unisse dall’interno;
non c’era una famiglia,
ma un gruppo di persone,
ed era come se ciascuno
facesse per conto suo.
Dentro di me penso:
“Qui non c’è Cristo”.
Come uno che bussa
e non lo si fa entrare;
uno che viene
e nessuno lo accoglie.
Per non avere fastidi,
per non aver grane.
Per non avere altro che sé
e le proprie cose.
Che poi vanno via
e si disfano.
Padre Pavel Florenskij
venne fucilato a dicembre;
l’anno era il 1937,
il giorno era la Festa
dell’Assunta.
Il suo corpo,
dopo la fucilazione,
fu seppellito in una fossa comune,
in qualche posto della Carelia
che nessuno conosce
esattamente.
Ecco il suo testamento,
redatto per tempo
anni prima:
“Vi prego, miei cari,
quando mi seppellirete,
di fare la comunione
in quello stesso giorno,
o se questo proprio
non dovesse essere possibile,
nei giorni immediatamente successivi.
E in genere vi prego
di comunicarvi spesso
dopo la mia morte.
La cosa più importante
che vi chiedo
è di ricordarvi del Signore
e di vivere al suo cospetto.
Con ciò è detto tutto ciò che voglio dirvi,
il resto non sono che dettagli
o cose secondarie,
ma questo non dimenticatelo mai”.
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