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La borsa e la vita

La trappola del Dragone

Di Alan Patarga
16 Maggio 2026
Xi cita Tucidide per mettere in guardia Trump dal rischio che le tensioni politiche e commerciali tra Usa e Cina sfocino in guerra. Intanto l’Europa è già terra di conquista per Pechino. Che sta comprando la nostra industria un pezzo alla volta. Per smontarla
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa)
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa)

Sorrisi a favore di camera, strette di mano e un avvertimento con tanto di citazione colta: non cadere nella “trappola di Tucidide”, quell’incapacità di gestire le tensioni politiche e commerciali tra una potenza egemone e un’altra emergente, senza che queste sfocino in una guerra guerreggiata. Lo storico greco descrisse così la reazione spartana all’ascesa di Atene e con la medesima immagine adesso Xi Jinping, novello Pericle, mette in guardia lo spartano Donald Trump, giunto a Pechino a capo di una foltissima delegazione composta di diplomatici, politici e soprattutto dei grandi nomi della tecnologia, da Elon Musk (Tesla) a Tim Cook (Apple).

Un rapporto allarmante della Bce

Di sicuro, tra blandizie e minacce, nella capitale cinese si è scritto un nuovo capitolo della storia globale. E non tanto per quello che è concretamente scaturito dal vertice, che anzi lascia in sospeso la maggior parte delle questioni sostanziali tra gli Stati Uniti e l’ex Impero celeste: ma proprio perché definisce i ruoli nel mondo che verrà. Un mondo, sempre più, in cui saranno Washington e Pechino a dettare l’agenda a tutti gli altri, con le medie e un tempo grandi potenze costrette a barcamenarsi tra i due poli del potere politico ed economico.

L’Europa, che non riesce a mettere a fattore comune la propria esperienza diplomatica e militare, finisce così per restare un nano tra due giganti, nonostante la propria ricchezza. Anzi, incapace di difenderla adeguatamente, proprio per questo rischia più di tutti di diventare preda. Un rapporto pubblicato nei giorni scorsi dalla Banca centrale europea mette bene in evidenza tutti i pericoli che l’economia dell’Ue sta correndo a causa della disinvolta opera di conquista pianificata dal Dragone.

Nel 2025 i paesi dell’Unione hanno esportato verso la Cina beni per 199,6 miliardi di euro a fronte di importazioni per 559,4 miliardi complessivi. Un disavanzo commerciale quantificabile dunque in 359,8 miliardi, che cresce anche perché lo scorso anno al calo del nostro export verso oriente (-6,5 per cento) ha fatto da contraltare una crescita sostenuta degli acquisti di prodotti cinesi da parte nostra (+6,4 per cento). L’Europa compra “made in China” come se non ci fosse un domani, verrebbe da dire, e lo fa in categorie pesanti come quelle delle apparecchiature elettriche, dei macchinari, delle parti meccaniche, della chimica, dei veicoli.

Low cost a caro prezzo

Su questo lungo elenco della spesa, la Bce opera alcuni distinguo: un conto, pontificano all’Eurotower, sono gli acquisti di beni intermedi che con il loro minor prezzo possono sostenere la produzione industriale europea, magari ampliando i margini delle imprese; un altro conto sarebbero invece le importazioni di beni finali, destinati cioè ai consumatori, che finiscono però con il rimpiazzare quelli “made in Europe” e dunque a contribuire alla desertificazione industriale del continente.

In realtà, il discorso dei tecnici della Banca centrale appare assai miope: acquistare a mani basse componentistica dalla Cina, in buona sostanza perché costa meno della nostra, è già tecnicamente una resa. E lo è perché se ciò consente – per fare un esempio facile – all’auto tedesca di sopravvivere ancora un po’ riducendo i costi di produzione, allo stesso tempo quegli acquisti affossano un indotto “locale” (restando nell’esempio: i fornitori italiani dei grandi marchi auto della Germania) e cannibalizzano interi distretti produttivi. La convenienza di alcuni, oggi, può diventare la rovina di qualcuno subito e la dipendenza di tutti nel medio e lungo periodo.

Dazi, controdazi e il trucco per aggirarli

Dal canto suo, Bruxelles ha tentato di impostare una politica commerciale e tariffaria che limitasse i danni, almeno nell’immediato. La Commissione ha imposto dazi compensativi sulle auto elettriche a batteria prodotte in Cina, facendo leva sul fatto che in patria i produttori beneficiano di sussidi pubblici e distorcono pertanto la concorrenza, ma dovrà prestissimo pensare ad altro, perché Pechino con rara velocità sta approntando una strategia di aggiramento delle barriere doganali europee.

Le cronache di questi giorni, in tal senso, sono emblematiche. Stella Li, vicepresidente esecutiva del colosso cinese Byd, ha fatto sapere che il più grande produttore mondiale di auto elettriche è a caccia di nuovi stabilimenti in Europa e di essere già in contatto con i vertici di Stellantis per acquisire almeno uno tra gli storici impianti Fiat in Italia: si parla con insistenza di Cassino, ma in alcuni resoconti è emerso addirittura il nome Mirafiori. Più che una fabbrica, un simbolo della storia industriale di questo paese. Che, peraltro, già parla cinese da qualche anno, dal momento che ospita – ben remunerato – alcune linee produttive di Leapmotor, costruttore specializzato nelle vetture low cost a trazione elettrica.

Non è tutto: la signora Li ha anche ammesso di avere un debole per uno dei marchi storici del bouquet Stellantis, e cioè la modenese Maserati, vera icona del “made in Italy” su quattro ruote. Un’icona che sconta però recenti difficoltà sul mercato, tanto che proprio nelle ultime settimane è rimbalzata, sulla stampa economico-finanziaria, l’ipotesi di un “rilancio” in chiave elettrica attraverso una partnership tra la stessa Stellantis, il gigante delle Tlc Huawei e la casa automobilistica statale cinese Jac.

Siamo tutti prede

È tutto? Macché: sempre a maggio, intervistato da Milano Finanza, ha parlato il direttore di Jameel Motors e distributore in Italia dei marchi Geely e Zeekr per ricordare come il nostro paese – subito dopo la Germania – sia non soltanto strategico sul piano commerciale, per l’auto cinese, ma anche su quello industriale. Tanto che, ha lasciato intendere, potrebbero arrivare investimenti e «opportunità di lavoro».

Il nostro paese, per fragilità industriale e potenzialità inespresse, è certamente una preda ambita. Non è di sicuro la sola: ancora, delle ultime ore è la notizia di una trattativa in corso tra la casa cinese XPeng, specializzata in veicoli elettrici, e Volkswagen (di cui è già partner) per l’acquisto di uno stabilimento in Europa, proprio mentre i vertici dello storico marchio ragionano di uno snellimento dei siti produttivi. Troppi indizi per non farne la prova di un’offensiva studiata a tavolino per conquistare posizioni industriali nel nostro continente, vanificare i dazi, e decidere se e quali impianti mantenere nel lungo periodo dopo aver conquistato sufficienti quote di mercato.

Il peso della concorrenza

L’aggressività di chi arriva con i soldi pronti e piani “magnifici e progressivi” per le fabbriche di casa nostra è possibile perché, dall’altra parte, ci sono proprietà storiche in affanno, che da tempo mal sopportano gli insediamenti produttivi che hanno fatto le loro fortune in passato. Il costo del lavoro assai più elevato, la minore possibilità di fare margini, il calo delle vendite e le difficoltà di gestire la transizione tecnologica a causa degli ingenti investimenti che ciò richiederebbe hanno reso molti player europei fragili come non mai. Nel settore auto, ma non solo.

Per dire: sempre in questi giorni, i lavoratori italiani di Electrolux hanno proclamato uno sciopero a seguito dell’annuncio di 1.700 esuberi (su un totale di 4.500 dipendenti) negli stabilimenti del nostro paese. La Cina, apparentemente, non ha un ruolo in questa vicenda: la multinazionale degli elettrodomestici ha sede in Svezia e le fabbriche oggetto dei tagli sono dalle nostre parti. Ma se Electrolux è in crisi è perché in quel particolare comparto, specie nel segmento del “bianco”, la concorrenza asiatica ha ormai raggiunto picchi insostenibili per tutti, in Europa: e così chiuderà i battenti l’impianto di Cerreto d’Esi, non lontano da Ancona, mentre sostanziose riduzioni di personale riguarderanno gli stabilimenti di Porcia nel Pordenonese, dove sarà dismessa la linea delle lavasciuga, ma anche di Forlì, dove non si produrranno più piani cottura. Altri tagli interesseranno Susegana, nel Trevigiano, e Solaro, in provincia di Milano.

Una storia che si ripete, quasi sempre uguale: la crisi, i tagli, il tentativo di comprare tempo con la cassa integrazione, il cavaliere bianco che arriva (sempre più spesso dall’Est) e promette di rilanciare tutto. Salvo poi chiudere dopo qualche anno, una volta penetrato il mercato. L’industria italiana (ed europea) smontata pezzo a pezzo. Una trappola in piena regola, ma la guerra del Peloponneso in questo caso non c’entra.

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1 commento

  1. fabio boni

    Descrizione perfetta della situazione industriale italiana.
    Su Tucidide e Pericle, ho la vaga speranza che Xi abbia sbagliato analogia.
    Pericle contava sul dominio ateniese del mare.
    E tuttora il dominio del mare pare saldamente in mani americane.

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