La prossima svolta femminista della sinistra? «Abortion is Great»

Hanna Rosin, autrice di “La fine degli uomini”, critica il movimento pro choice per avere accettato la “mostrificazione” della pratica. Mentre dovrebbe sostenere che «una donna povera o della classe operaia abortendo fa una scelta saggia»

Abortire non solo è un diritto, ma un mezzo per combattere la povertà. I sensi di colpa? Non bisogna averli. Sono inculcati da una minoranza di assolutisti pro life che considerano il feto una persona. È il pensiero Hanna Rosin, scrittrice, femminista, autrice de La fine degli uomini (ascesa delle donne). Abortire, scrive la Rosin, non solo è legittimo, ma è un bene quando «avere un altro bambino non è un buon affare». Ne è convintissima l’autrice dell’articolo pubblicato da Slate che somiglia tanto a un “cambio di passo” del movimento pro choice americano (a cominciare dal titolo: “Abortion is Great”). Nemmeno l’esperienza personale dell’interruzione di gravidanza è servita a farle cambiare idea: avere un aborto – scrive – non deve essere per forza la tragedia che descrivono, lei ne è uscita solo più «consapevole del grande potere di dare la vita, ma anche del fatto che posso fidarmi di me stessa per usarlo con attenzione».

NON È IL MOMENTO GIUSTO. «Tre donne americane su dieci hanno un aborto, prima della menopausa», constata la Rosin nel suo commento, che prende spunto dal libro iper-abortista di un’altra femminista americana, Katha Pollitt. Ebbene, prosegue la Rosin, è un fatto che queste donne «generalmente non sono vittime di incesti o stupri, e non abortiscono a causa di una situazione miserabile da cui devono essere salvate»: nella maggior parte dei casi, molto banalmente, «prendono una ragionevole e ammirevole decisione, ritenendo di non poter crescere un bambino in quel momento». Ma perché tutto ciò è così difficile da ammettere per il movimento pro aborto?, si chiede la femminista. «“Questo secondo me non è il momento giusto per avere un bambino” dovrebbe essere una ragione sufficiente per abortire», afferma la scrittrice. «Dirlo ad alta voce dovrebbe respingere l’idea persistente che è innaturale per la donna scegliere se stessa invece di altri». Del resto «noi donne non ci aspetteremmo mai che un uomo molli tutto e accetti una vita di speranza incerta a causa di una sola eiaculazione».

ASSOLUTISMO PRO-LIFE. Per l’autrice de La fine degli uomini è assurdo che ancora oggi gli americani «non sono certi che l’aborto sia un diritto importante». È un mistero che Katha Pollitt nel suo libro prova a spiegare con una tesi condivisa dalla Rosin: «Essenzialmente siamo stati tutti plagiati da una piccola minoranza di attivisti pro-life». Gli americani che invocano il divieto totale di aborto sono appena una fettina compresa tra il 7 e il 20 per cento del totale, dicono i sondaggisti, «ma quella minoranza rumorosa – commenta la Rosin – ha battuto il resto di noi». «Con i loro feti sui manifesti, il loro assolutismo e la loro infiltrazione nella politica americana» hanno convinto tutti che l’aborto, libero o meno, sia un fatto negativo. L’aborto è un «bene sociale», basta con la sua «awfulization». Rappresentandolo come una cosa terribile non si fa altro che aumentare il numero di ragazze madri, sostiene la Rosin, «una nuova generazione di donne che lottano contro la miseria e di bambini che crescono in povertà».

NUOVA MORALE. «L’aborto non è separato dalle questioni economiche, ma è indissolubilmente legato», prosegue la Rosin. Che poi osserva, riprendendo le idee di un’altra femminista, Isabel Sawhill: «Le donne educate al college hanno i bambini quando sono pronte. Aspettano di avere una laurea e di essere sposate, per averli»; invece «non fanno così le donne povere, quelle che Sawhill chiama “vagabonde”, le quali accettano la genitorialità senza pensarci più di tanto». Come risolvere il problema? I pro choice, secondo la Rosin, dovrebbero finalmente liberarsi dei loro freni intellettuali e dire una volta per tutte che «una donna povera o della classe operaia abortendo fa una scelta saggia per il suo futuro». Ecco che allora, si legge nell’articolo-manifesto, «la sinistra sarebbe portavoce non solo dell’uguaglianza di genere e di reddito, ma anche di una nuova era dei valori della famiglia».