La posta del Covid, giornali a caccia di ragazzi affetti da senso di colpa

Gioco facile contrapporre giovani corpi in pista a quelli ingolfati di tubi nelle terapie intensive, le notti di movida a quelle in bianco dei medici. Ma davvero vogliamo fare del pentimento pubblico l’instrumentum regni contro una pandemia?

È tutta colpa di Martina? «Sta lottando con tutte le sue forze, e io non posso vederlo, non posso aiutarlo, non posso ritornare indietro. Non me lo potrò mai perdonare» scrive la ragazza al Corriere che titola: «Ho infettato i miei cari, papà lotta per la vita».

Martina è una dei tanti giovani positivi al Covid, non c’è giornale locale o nazionale che non ne abbia inchiodato uno ai suoi vacillamenti, ai suoi “ho fatto una cazzata”, a tutti i se, i ma, i però: grazie ai pistaroli di carta stampata e tg sappiamo tutto delle “nottate sull’isola” degli spocchiosissimi rampolli romani habitué della Costa Smeralda, di quelli che si sono abbronzati e sbronzati in Spagna, Croazia, Malta e Grecia, dei ragazzi positivi a Sciacca, Piglio, Città della Pieve, Cervaro, i nomi di piccoli paesi si mescolano a quelli delle grandi città, gli pseudonimi dei giovani ai blasonati cognomi del jet set, Briatore, Yespica, Mihailovic, Bolt.

I BIKINI AL SOLE E I CORPI INTUBATI

La massa tonica di carne in bikini e infradito spiaccicata in spiaggia, in pista, ha fagocitato quella pallida, tremante e ingolfata dai tubi a pancia in giù nelle terapie intensive: sono stati a una grigliata, a una festa, a una gita in barca, a una partita, a mangiare la pizza, in spiaggia e naturalmente in discoteca. Sono la carica dei positivi, gli incoscienti, altra pasta rispetto agli innocenti a cui è stata data voce nei mesi della paura, quando non c’era pagina o servizio o titolo sull’agonia dei malati e l’abnegazione di medici e infermieri disposti al sacrificio fino all’ultimo contagiato. Pasta cattiva, insolente: portano costume e minigonna e brandiscono cocktail mentre i sanitari bardati da capo a piedi lavorano in ospedale, pubblicano selfie invece delle bare di Bergamo, nuotano in mare incuranti di chi ancora annega nei propri polmoni. Sono imperdonabili, e i giornali sono a caccia dei loro sensi di colpa perché siano di esempio, «la mia storia possa essere utile ai miei coetanei», scrive Martina disperata, «ripenso continuamente alla felicità di quella serata, alla sua orribile conseguenza, e prego che papà riesca a superare anche questa».

GIOCO FACILE CONTRAPPORRE MOVIDA E TERAPIE INTENSIVE

Eppure. Eppure Martina non ha fatto nulla di illegale. Non ha commesso un reato, non si è messa in macchina al culmine di una sbornia causando una strage, non ha disatteso gli ordini della famiglia o delle autorità. Le discoteche non le ha aperte Martina, le ha aperte il governo italiano. Siamo alla seconda ondata e al pari della prima, anzi forse più della prima, dopo esserci abbeverati con orrore a quella farragine angosciosa di morti e contagiati, abbiamo bisogno di un’equipe di colpevoli. Ma è un gioco un po’ troppo facile contrapporre una notte di movida a quelle in bianco di chi ha vegliato su ogni intubato, un gioco un po’ troppo sporco usare i «non me lo potrò mai perdonare» di un ragazzo come argomento per proscrivere ogni cazzata giovanile a fonte di ogni aberrazione: una tentazione sbagliata e pericolosa perché rischia di occultare le ragioni che hanno condotto sia a cazzate che ad aberrazioni. Martina non sarebbe andata in discoteca se la discoteca fosse stata chiusa. Punto. Sarebbe andata altrove, avrebbe preso lo stesso il virus, lo avrebbe lo stesso passato a suo padre, si sarebbe sentita meno in colpa se lo avesse preso su un autobus? Boh. Il rischio zero non esiste, a meno di chiudere non le discoteche ma Martina stessa e compagnia cantante da qualche parte. Un gioco che francamente ha rotto le scatole se è davvero questo che ci siamo ridotti, fare del governo del senso di colpa l’instrumentum regni contro una pandemia.

I MEA CULPA, NUOVO GENERE LETTERARIO

Qui nessuno vuole minimizzare la pandemia, sottovalutare i contagi, promuovere assembramenti, tutt’altro. Nemmeno screditare la nobile arte di riconoscere un peccato, un reato, un errore, chiedere giudizio, chiedere perdono. Ma è scoraggiante vederla eletta a genere letterario dai professionisti del pentimento – gli stessi per cui, per capirci, se non c’è un virus o un karma a pendere dalla parte giusta dovremmo sentirci in colpa per il colonialismo dei padri, il razzismo sistemico, la fame del terzo mondo, l’immigrazione, i morti in mare, i femminicidi, la disparità di genere, quelli per siamo omofobi, fascisti, xenofobi, sessisti, islamofobi, transfobici, negazionisti climatici e ora anche pandemici. Quando riapriranno le scuole, chi saranno gli untori? Nella società del vittimismo organizzato non si può fare a meno della colpa, solo del perdono. Ma una società incapace, non diciamo di pietas ma almeno di affrontare ogni problema in termini un po’ più efficaci di quelli del capro espiatorio, è difficile pensare che sappia raddrizzare il legno storto dell’umanità, per non parlare del distinguere un virus da una Martina.