«La lotta “corpo a corpo” con la droga la si fa con la comunione fraterna»

Né chiudere le discoteche né liberalizzare. Ciò che serve è «una vita di legami forti, esigenti, perciò piena di regole e ordine». Parla Josè Berdini (Pars)

Sembra che quest’estate tv e giornali abbiano scoperto le morti per droga dei giovanissimi. E sembra che le uniche soluzioni possibili siano: o più controlli o la legalizzazione delle sostanze stupefacenti. C’è chi da 25 anni si occupa del problema, in silenzio, senza clamore né scorciatoie. Si tratta della comunità di recupero Pars, che offre un metodo per vincere le dipendenze molto più efficace, sebbene più faticoso, di quello proposto dalla cultura dominante: «Si chiama comunione fraterna, una lotta “corpo a corpo” con il male, che ha salvato anche me». La storia di Josè Berdini e della Pars, da lui fondata nel 1990 fra i colli del Maceratese, sarà raccontata al Meeting di Rimini giovedì 20 agosto alle ore 17 in sala Eni B1, attraverso la presentazione del libro Il miele e la neve, scritto in occasione del venticinquesimo anniversario della fondazione.
Nel libro curato da Salvatore Abruzzese, racconta Berdini, ci sono diverse testimonianze di persone passate nella comunità. «Ce ne è una di una donna alcolista che mi ha colpito particolarmente», racconta. «Durante l’intervista ha descritto particolari del suo passato che non conoscevo, come la sofferenza per essere finita in un collegio quando la madre morì e il papà alcolizzato che non fu in grado di crescerla. A questo dolore e mancanza quella donna aveva risposto scappando. Per questo passò anni ad entrare e uscire da strutture dove veniva portata ogni volta che la trovavano per strada ubriaca. Tendenzialmente, il mondo offre questa soluzione a chi ha problemi di dipendenza: le annichilisce con i farmaci. Noi, invece, proponiamo la comunità e solo accanto ad essa una terapia psicologica e farmacologica, nel caso in cui serva. La cosa sorprendente è vedere persone, come questa donna, che, letteralmente, rinascono. Ora lei ha una vita lavorativa piena e un bellissimo rapporto con i suoi figli».

Perché la vita in comunione ha questi effetti?
Perché è una vita che non fa sconti; è una vita di legami forti, esigenti, perciò anche piena di regole e ordine. All’inizio ci si può ribellare. Ma siccome lo specchio delle regole è l’ordine, la bellezza, la dolcezza e la misericordia, alla fine la vita rinasce. E, letteralmente, si vedono cambiamenti dell’altro mondo in questo mondo. Questo è un bene non solo per i malati, ma per tutti. Perché questa comunione fraterna, questa lotta continua con se stessi e gli altri rende la vita avventurosa, costruttiva e vera. Fra di noi ci sono casi molto complessi come i drogati psichiatrici e bisogna «lottare corpo a corpo con la droga», come ha detto il Papa, anche se non è facile di fronte alle risposte di comodo che il mondo degli “apparentemente sani” cerca di darci tutti i giorni.

Nel dibattito pubblico di questi giorni si sentono invocare le soluzioni più disparate. Che ne pensa?
L’Occidente in generale e l’Italia in particolare, di fronte al problema delle morti in discoteca, reagisce in due modi. Uno è adolescenziale ed emotivo: di fronte al ragazzo che muore fuori dal locale ne propone la chiusura. È una soluzione diabolica: come se si volessero addormentare le coscienze, illudendole che così si risolverebbe il problema. L’altra grande proposta, invece, è seria e organica, quindi fasciocomunista e autoritaria: la legalizzazione della droga da parte dei nostalgici degli spinelli o peggio di chi calcola gli incassi dello Stato derivanti dalle tasse sulla droga legale. Peccato che lo Stato spenda una quantità esagerata di denaro per mantenere i siti pubblici dove vengono ricoverati pazienti cronicizzati, come quelli dove veniva ricoverata la donna di cui ho raccontato prima. Credo che se le cifre fossero rese note, ne uscirebbe uno scandalo.

«Di che mancanza è questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?» è il titolo del Meeting. Cosa le suggerisce rispetto alla sua esperienza?
Tutti viviamo una mancanza, perché la vita è segnata da un’ombra che si chiama morte, il problema è se c’è una via d’uscita. Se si pensa alla frase scritta da Ilaria, la diciassettenne di Messina morta a causa della droga, «siamo nati per morire con un urlo dentro che nessuno può sentire», si capisce che se l’ultima parola sulla vita è la mancanza allora è meglio morire il prima possibile. Nelle persone che accogliamo questo grido è sempre presente, da loro viene sopito con la droga o l’alcol, mentre la maggioranza della gente utilizza altri idoli, come il benessere e il comodo. Ecco, noi lavoriamo al contrario: non per eliminare, ma per far riemergere tutto il grido nella sua portata infinita e per proporre un’ipotesi di risposta più vera della droga. Con gli operatori riproponiamo, in maniera anche feroce e banditesca, un’educazione e una terapia dove questa assenza sia vissuta per quella che è: una nostalgia benefica.

Nostalgia benefica. Cosa significa?
L’assenza è data principalmente da situazioni di mancanza di amore e da famiglie sballate. La comunità valorizza il bisogno offrendo legami forti. Sono convinto, sebbene oggi si dica, anche in ambienti cattolici purtroppo, che siccome la droga è cambiata allora la comunità non può più rispondere ma solo le terapie psicologiche e farmacologiche, che la comunione resterà sempre l’unica soluzione. La droga, infatti, non è cambiata e nemmeno chi ne abusa: l’unico vero cambiamento è il tentativo, cominciato da decenni, di liberalizzare la droga.

Berdini, perché lei spende la sua vita per queste persone?
Negli anni Settanta ero un ragazzino con problemi in famiglia. All’età di 14 anni iniziai a drogarmi, peggiorando notevolmete la situazione. Finii in una spirale durata fino ai 25 anni. Grazie a Dio, mio padre e la mia famiglia, che pur confusa non mi ha mai mollato, ingaggiarono una battaglia a corpo a corpo con me. A mio padre si aggiunse don Pierino Gelmini che, sebbene diffamato da molti, salvò me e tantissimi giovani. Poi incontrai don Luigi Giussani, che mi coinvolse in un’avventura più grande della droga. La lotta con mio padre prima, con Gelmini e con Giussani poi, mi servì per imparare e insegnare la libertà vera che si realizza solo nella comunione fraterna. Quella che viviamo con le famiglie del villaggio San Michele e che diffondiamo in tutta la Pars.

Foto Ansa