«La legge sull’omofobia criminalizza non solo i pensieri diversi da quello dominante, ma anche il pensiero in sé»

Non potremo più pensare certe parole. La nuova rivoluzione «ci mette davanti all’alternativa tra libertà e imposizione del politicamente corretto». Mario Binasco, psicoanalista, elenca i rischi legati all’ideologia Lgbt

L’ideologia Lgbt e la rivoluzione antropologica conseguente che sta investendo e plasmando l’intero Occidente, è probabilmente la più grande sfida globale di questo primo secolo del terzo millennio. Dopo che l’ultimo secolo del secondo millennio dovette affrontare la sfida globale dell’antropologia marxiana e nazionalsocialista. Ne parliamo con Mario Binasco, docente di psicologia e psicopatologia presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia. E psicoterapeuta di scuola lacaniana che su questi temi conserva una posizione, diciamo così, analitica e realista.

Sembra che con l’agenda Lgbt che dalle Americhe all’Europa va sempre più integrandosi con le legislazioni nazionali e con le raccomandazioni provenienti ormai dai maggiori e ufficiali consessi internazionali (ordini degli psicologi compresi), la stessa psicanalisi sia costretta a scegliere tra la persecuzione, che può comportare il rimanere fedele a una ricerca libera e originale sull’uomo, e l’adattamento. Cioè l’accettazione del politicamente corretto.
Accettazione del politicamente corretto? Direi piuttosto che ci troviamo nell’alternativa tra libertà e imposizione burocratica di una psicologia di Stato politicamente corretta. La logica burocratica è quella per cui, di fatto, prima esiste l’apparato, che contiene tutti i saperi e i poteri, che “sa” cosa si deve fare – e cioè come – e poi secondariamente ci sono le persone che alla fin fine esistono solo in funzione dell’apparato e cioè, appunto, del suo funzionamento. Questa logica, quando si traduce in un certo esercizio del potere sociale e politico, va direttamente contro la pratica della psicoanalisi: questa infatti richiede e presuppone la libertà, come libertà di iniziativa relazionale, anche economica, perché si possa istituire la relazione su cui l’esperienza analitica si fonda e opera.

Effettivamente, bisogna cominciare a stare attenti anche a come si parla in famiglia…
…Perché la libertà d’iniziativa della relazione analitica è solo una delle libertà a cui il potere della logica burocratica pervasiva va contro e, in certi casi, fino alla persecuzione. Un’altra libertà di iniziativa è quella per esempio dei genitori, la libertà di decidere di avere un figlio istituendo con lui una relazione che parte anzitutto dall’iniziativa della generazione carnale, in genere e quando è possibile, e che diventa relazione familiare; e in effetti tutte le società burocratico-totalitarie sono poco o tanto contro la famiglia, proprio perché essa è un “covo” di “autorizzazioni” originarie che sfuggono per principio al loro permesso e controllo, e non solo in Cina. Poi ci sono i legami di vita religiosa, anch’essi non procedenti dall’iniziativa burocratica, e quindi sempre considerati con inimicizia. Poi ancora i legami e le iniziative di scuola, di insegnamento, di formazione, di trasmissione di sapere: sappiamo quanto l’ideologia dell’apparato e della burocrazia che si pone come originaria (proprio la mistificazione che Marx si impiegò a svelare, e su cui Max Weber scrisse cose fondamentali) sia sordamente nemica della libertà di scuola.

Lei sa bene che ci sono casi di psicologi “denunciati” e “perseguiti” solo per qualcosa che hanno detto o scritto in dissonanza con l’agenda gay…
Certo, qui in Italia, prima c’è stata la presa di posizione dell’Ordine degli psicologi contro le cosiddette terapie riparative dell’omosessualità. Quindi, sul bollettino dello stesso Ordine, l’attacco alla psicoanalisi laica. Infine, la crociata corporativo-sindacal-populista – e probabilmente anticostituzionale – sul divieto di insegnare a chi non è psicologo cose specifiche della professione di psicologo (come se si sapesse quali sono e come distinguerle…). Tre indizi fanno una prova. Queste tre prese di posizione per me sono segno di un sistematico scherzare col fuoco dei diritti e della libertà altrui. Un Ordine esiste per garantire più libertà di esercizio e di iniziativa professionale, o invece per farci cedere ogni autonomia personale a burocrazie autoreferenziali? In ogni caso sono chiari sintomi di che cosa è diventato il controllo dell’opinione, e di come questo influenza in modo autoritario e totalitario la società.

Questione “omofobia”. Il Parlamento sta per licenziare una legge molto severa, al limite della violazione della libertà di pensiero e di opinione. Qual è il suo parere?
Penso che il termine “omofobia” non è un concetto, è un’accusa, e per di più presupposta. È una presunzione legale, che serve unicamente a quelli che hanno deciso che lo Stato deve fischiare il fuori gioco a tutti gli altri: i quali devono sentirsi in colpa per come parlano e per i pensieri che gli vengono, o essere patologizzati (cioè criminalizzati) per questa “fobia”, come i dissidenti russi “curati” in ospedali psichiatrici. Ma poi che cosa pensano davvero “tutti gli altri”? E chi lo sa, e soprattutto a chi importa di saperlo? Serve molto di più tenerli sulla corda.
Se non si può dire, definire oggettivamente, che cos’è omofobia o transfobia, significa che queste parole non indicano realtà verificabili (e quindi oggetto di scienza né di osservazione concreta). Non sono neanche autocertificazioni, perché si immagina lei qualcuno che possa dire “ho picchiato il tale per omofobia”? Allora significa che sono solo supposizioni sulle tue intenzioni che un altro ti attribuirà e interpreterà: e contro la supposizione dell’altro, come in ogni paranoia che si rispetti, ciò che tu potrai dire per spiegarti, per giustificare, non conterà nulla. È come l’accusa di essere “controrivoluzionari” lanciata nella rivoluzione francese oppure russa: c’è qualcuno per favore che sa dire come ci si può difendere da questa accusa? Pregasi rileggere La colonna infame di Alessandro Manzoni, o le Osservazioni sulla tortura di Pietro Verri. “Untore”, “omofobo” o “controrivoluzionario” è esattamente la stessa faccenda, la stessa logica, è uno strumento politico, non il concetto di qualcosa di reale.
Invece c’è interesse a mantenerne la nozione vaga e aperta, inverificabile e infalsificabile, perché possa essere usata come accusa quando e come si ha interesse a farlo, potenzialmente contro chiunque, come già fece la “legge dei sospetti” nella rivoluzione francese. C’è già chi la patisce preventivamente, la persecuzione: non sarebbe interessante ascoltare, oltre agli psicologi, anche gli insegnanti di scuola materna, elementare e via salendo, che hanno già paura a usare la lingua in cui sono nati, invece che la neolingua orwellianamente burocratica, hanno paura di usare la lingua per dire le relazioni del soggetto con i sessi, con le generazioni, col corpo, perché temono che questo creerà loro difficoltà e discriminazioni da parte delle direttrici, dei presidi, del funzionario di turno? E i genitori, che sono i primi a usare la lingua costruendo la relazione fondamentale del soggetto col mondo, non pensate che presto avranno paura anche loro o non sapranno più come parlare coi loro figli per non incorrere in scorrettezze che un burocrate giudiziario sanzionerà penalmente? Difficile non incorrere in scorrettezze se si tiene alla salute mentale, dato il carattere intrinsecamente non burocratico delle relazioni familiari.

Ci sono giunte notizie dall’America, dove certi genitori non danno più nomi sessuati ai figli né parlano loro di sessi per non violare la loro libertà di scegliere il sesso.
Come se si potesse scegliere il reale dell’esistenza. Si “sceglie” (inconsciamente, e maturandola drammaticamente) la propria posizione nei confronti del reale, incluso quello del sesso, questo sì: ma questa è una faccenda del tutto diversa, che passa proprio dal fare i conti col reale, dal dare i nomi alle cose, non dal fare finta che il reale e i suoi drammi non esistano e scompaiano dietro un gergo ideologico.

Dall’America ci sono giunti anche i discorsi di certe femministe per le quali avere un corpo femminile è di per sé un’ingiustizia…
Da questo scaturisce il diritto a eliminarlo. Può ben capire allora che chiunque fa appello al reale, a un reale qualunque ma che sia reale, viene considerato da questa logica come un nemico mortale: infatti, se il suo stesso sesso o corpo reale gli è a priori nemico, perché mai non dovrebbe considerare nemico anche te? Perché dunque non dovrebbe cercare di farti fuori per renderti un po’ meno reale?
Ma se il reale gli è nemico, allora gli è nemica anche l’etica della scienza, perché la scienza vuole proprio trovare un sapere insito nel reale che accetta di guardare. E dunque colui che su questi temi biopolitici ti dice “la scienza ha dimostrato che…”, sta ammazzando la scienza insieme con la tua libertà. Proprio come faceva Lysenko, l’agronomo stalinista che per promuovere le sue idee “rivoluzionarie e materialiste” sull’agricoltura, fece far fuori in tutti i sensi da Stalin scienziati botanici come Vavilov, che praticavano la genetica ritenuta una “scienza borghese”. Tornando alla questione politica dell’omofobia: si capisce che è semplicemente una forma attuale di criminalizzazione non solo dei pensieri diversi da quello dominante, da quello unico ideologico, ma è una criminalizzazione del pensiero come tale perché colpevolizza, criminalizza letteralmente il fatto di usare nel pensiero certe parole per porsi delle domande sulla realtà che si deve affrontare perché ci si impone.
Perché fa diventare un reato, criminalizza il giudizio sulla realtà, criminalizza un approccio alla realtà che non passa per il filtro e le censure del pensiero unico, quello per cui non è possibile dire, ma nemmeno pensare, certe parole e dunque certe cose. Le ricordo quello che scrisse Freud in risposta a chi voleva che “ammorbidisse” certi suoi modi di dire, per esempio la “sessualità” infantile. Scrisse che «si comincia a cedere sulle parole e si finisce a cedere sulle cose». E a proposito di una neo-lingua burocratica imposta che dovrebbe mascherare, anzi cancellare le cose della vita e dell’amore, propongo una cosa: visto che siamo sotto Natale, invito ciascuno a regalare ad amici, amministratori e politici una copia di 1984 di George Orwell. E si potrebbe perfino lanciare una specie di concorso: paragona il racconto con la situazione di oggi e scrivici quello che hai trovato di simile o di identico!