La Grecia e la natura tecnocratica e antidemocratica del ricatto di Bruxelles

Di fronte alla sfida tecnocratica alla sovranità dei popoli, non dovrebbero esserci dubbi su quale sia la parte giusta con cui schierarsi. Qualunque siano e siano stati i suoi peccati

Sulle cause remote e prossime della crisi del debito greco, come pure della depressione economica dei paesi Piigs, abbiamo scritto in lungo e in largo, spiegato la rava e la fava. Creare una moneta unica senza mettere in comune anche le politiche fiscali, prima fra tutte quella relativa all’inflazione, e senza mutualizzare il debito degli Stati, avrebbe prima o poi condotto a una situazione di interessi conflittuali e irriducibili. Avrebbe portato a ricatti incrociati come quelli che abbiamo visto formulare da Atene e dai partner di Bruxelles nelle ultime settimane.

In linea di principio, quando gli interessi rispettivi di due entità appaiono inconciliabili e quando esse passano ai ricatti, nessuno è moralmente tenuto a schierarsi con gli uni o con gli altri. Bisognerebbe semmai richiamarli alla necessità realistica del compromesso. Ma nel caso del braccio di ferro fra la Grecia e Bruxelles c’è a questo punto qualcosa che va al di là del dilemma obiettivo rappresentato dall’alternativa fra una remissione del debito che innescherebbe effetti a catena fra tutti gli stati indebitati della Ue e una non remissione che condannerebbe un paese a decenni di depressione economica. C’è la natura tecnocratica e antidemocratica del ricatto di Bruxelles.

Abbiamo letto sul Financial Times: «Un referendum potrebbe essere giustificato se il suo scopo fosse per rafforzare il sostegno greco alle difficili misure che stanno di fronte a noi. Ma in questo caso l’intenzione è opposta. Definendo l’offerta dei creditori un ricatto, Tsipras spera di poter maneggiare il referendum come un’arma contro i suoi avversari nell’eurozona, piuttosto che di usarlo per mettere al riparo il proprio governo dai radicali contrari all’accordo dentro al suo partito».
Ancora più gravi le dichiarazioni di Jeroen Dijsselbloem, il ministro delle Finanze olandese presidente dell’Eurogruppo, che ha detto: «Se vince il “sì”, di chi dovremo fidarci? Con chi lavoreremo a quel punto per attuare il programma?». Sì, avete letto bene: la democrazia ha valore solo se conferma quello che è stato deciso dai rappresentanti dei governi a Bruxelles; chi vi fa ricorso per altre ragioni che non coincidano con quella del rafforzamento di decisioni già prese in sede comunitaria, diventa perciò stesso inaffidabile, e la Ue deve cercare di sbarazzarsi di lui e di sostituirlo con un governo più malleabile. Non è una novità. È quello che è già successo nel 2012, con la defenestrazione pilotata del governo Berlusconi in Italia.

Di fronte alla sfida tecnocratica alla sovranità dei popoli, non dovrebbero esserci dubbi su quale sia la parte giusta con cui schierarsi. Qualunque siano e siano stati i suoi peccati. Se i greci decideranno di sacrificare la scodella di riso con cui Bruxelles li tiene in vita in cambio di una perigliosa libertà, che potrebbe comportare sacrifici ancora più duri di quelli attuali in termini di benessere, meriteranno tutto il nostro rispetto. Perché avranno lottato un po’ anche per la nostra libertà. Il riferimento storico è scontato: vengono in mente Leonida e i 300 delle Termopili, naturalmente.

Foto Ap/Ansa